APPUNTI DI VIAGGIO – STATI UNITI, 2012

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ida leone - appunti viaggio stati uniti

Ida Leone

La strada fra Chicago (IL) e St. Louis (MO) si chiama I-55. “I” sta per Interstate, e infatti è una strada che taglia dritto o quasi in senso verticale gli Stati Uniti e collega almeno quattro stati, da Chicago fino a Memphis e ancora più a Sud. “Taglia dritto” va inteso in senso letterale: la strada attraversa le sconfinate pianure del Midwest e quindi non deve valicare montagne, ma manco collinette o falsopiani, ed è praticamente priva di curve, o quasi. O almeno questa è la sensazione che dà quando ci stai sopra: guardi davanti, e la strada si perde all’orizzonte davanti a te. Guardi nello specchietto, e la strada si perde all’orizzonte alle tue spalle. Deve essere facile fare gli ingegneri specializzati in infrastrutture stradali, da queste parti, penso: bastano una mappa, riga e squadretta. Se dovessero progettare il tratto Lagonegro – Castrovillari della SA-RC forse verrebbe loro una crisi di nervi.

Ai lati della strada dritta come un fuso si stendono, a perdita d’occhio,  sconfinati immensi campi di granturco e soia. Solo granturco e soia per chilometri, in lunghezza e in larghezza. Quando ci sono passata nel 2011 era tutto verde, anche perchè era fine Giugno, il granturco era ancora fresco e in germoglio. L’anno dopo ci sono passata in Agosto, ma soprattutto ci sono passata dopo 3 mesi di siccità totale ed esasperante. I campi sono talmente sconfinati che non è pensabile, mi dicono, irrigarli artificialmente.  E quindi gli ettari a perdita d’occhio che accompagnano quasi tutto il lungo noioso viaggio fra Chicago e S. Louis sono, quest’anno, di un tristissimo giallo oro scuro. Un tappeto di paglia. E’ tutto arso, bruciato dal sole, ridotto a ripieno per i materassi. Uno spettacolo che stringe il cuore, sembra di sentire il rumore crocchiante e sinistro che fanno le piante quando ci passa il feroce vento a 38 gradi; e dopo esserci passato per 3 mesi e oltre, non c’è rimasto più niente da seccare, tutta la vita se n’è andata, tutto il verde è stato portato via un grammo alla volta, calcinato dal sole implacabile, un giorno dopo l’altro, per interminabili settimane.

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Lentamente ma inesorabilmente, la via italiana alla prima colazione si sta facendo strada nel moloch dell’eggs and bacon – spremutona d’arancia – pane tostato. Oltre al benemerito Starbucks, che per primo ha aperto la strada a colpi di cah-pou-chee-now e es-preh-ssow, dando agli esuli la possibilità di provare qualcosa di molto più vicino al bar di casa che ai beveroni di acqua torbida – e caffeinosissima – della old America, le città pullulano di Starbucks-emuli, che fanno decorosi, quando non ottimi, cappuccini, espressini, latti macchiati e caffè espressi. Che da quest’anno possono essere accompagnati addirittura dalla mollezza europea di un croissant. Vuoto, ok, siamo ancora lontani dalla perversione della possibile scelta del ripieno fra crema – cioccolato – marmellata – nutella – cioccolato bianco, ma leggeri e ben lievitati, grossi al punto giusto.

Poi, certo, sempre di esagerati statunitensi si tratta, e quindi il menù del bar americano offre anche frappuccini, frullatoni alla vaniglia, frappè latte / caffè / cocco / granella di nocciole servite nelle tinozze d’ordinanza. Il must del 2012 erano i Refreshers beverage, al lime o ai mirtilli, ovvero grattachecche con più acqua che ghiaccio, e frutta, fettina e cannuccia.Tutti pazzi per la granita allungata.

Poi mi resta da capire la diffidenza statunitense nei confronti dell’umile bicchierino piccolo di plastica, che, pieno a metà di espresso fumante, costituisce per gli impiegati italiani la quintessenza della sosta di metà mattina. Siamo però passati dalla tinozza – nel quale l’espresso si smarriva, laggiù in fondo in fondo, e si sentiva triste come la bollicina di acqua Lete, oltre a raffreddarsi in metà del tempo normale – al bicchierone, però di dimensioni umane: fido nel fatto che forse l’anno prossimo l’espresso double shot di Starbucks possa essere servito in un bicchiere da vino, e poi, forse, un giorno, nel bicchierino piccino picciò.

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Memphis (TN) è una città decadente. O almeno, questa è la sensazione che si ha se si alloggia in centro, a due passi dalla storica Beale Street, dove impazzava BB King. La quale Beale Street sembra appunto una classica trappola acchiappa – turisti: i locali di legno antico e scricchiolante e i sedili di pelle scurita dall’uso dove si mangiano le bbq ribs con i fagioli e l’insalata di cavolo con la panna acida, e intanto in un angolo (scuro e fumoso) il gruppetto blues suona gli evergreen alternati a brani scritti dal più geniale del gruppo, sperando che fra i molti intenti a bere birre dai nomi strani ci sia il talent scout giusto. Anche il parco ha uno spazio nel quale gruppi improbabili e scalcagnati (anche se bravissimi) di blues tengono i loro concerti quotidiani, con richiesta di regolari tips. Però si annusa la fatica di vivere, la marginalità, in alcuni casi la disperazione.

L’intera strada è illuminata da neon multicolori, che riproducono lampeggiando maialini, e altri animali, e le onnipresenti parole “blues” “soul” e “King”. Però tutto sembra vecchio, e non antico, come abbandonato di corsa da profughi fuggiti in fretta, e riattato dai superstiti per avere una bolla di sopravvivenza. Mi sento longanime e voglio sperare che sia invece così per mantenere intatto lo spirito dei luoghi, con il quale certo una bella ripulita e infissi nuovi stonerebbero. Leggo che Memphis, in piena espansione quando il Mississippi era una delle principali vie di comunicazione e di trasporto commerciale del paese, è ora una città impoverita dal trasporto su gomma e che si regge quasi esclusivamente sul turismo musicale: il country, il blues e tutte le forme intermedie, e ovviamente, il rock esplosivo e totalmente innovativo e spiazzante – negli anni ’50 – di The King Elvis Presley.

Qusta cosa appare subito chiara dal prezzo – 36 dollari tondi – che si paga per fare il giro (corto, quello lungo costa il doppio) a Graceland, la casa-tenuta di Elvis. A cui vanno aggiunti i 10 dollari per la navetta che ti porta fin là, e però include nel prezzo la visita alla Sun Records, tre stanzette anonime nelle quali un Elvis diciottenne vinse la sua timidezza aprendo la porta e chiedendo di poter incidere un disco per il compleanno della mamma, approfittando di un’offerta promozionale: 4 dollari e avrai un vinile con la tua voce. La canzone che incise, una vecchia ballata del Sud degli Stati Uniti, era questa. Niente di straordinario, forse: ma ascoltarla dentro quella stanzetta screpolata dagli anni (anche lì, tutto è rimasto com’era, anche se la guida assicura che in realtà lo studio funziona ancora) è stata un bel rizzamento dei peli delle braccia.

La magione in sè invece non mi ha emozionato più di tanto, è troppo “museo”, e per privacy è impossibile accedere al piano superiore, dove ci sono le camere la letto e il bagno, dove ingloriosamente The King è spirato. Con una sola eccezione: l’angolo del seminterrato con alcuni divani in pelle e un pianoforte verticale. La voce dell’audioguida si fa ispirata e attoriale e recita: “…a quel pianoforte Elvis suonò e cantò, insieme alla moglie e ai suoi più fidati collaboratori, per buona parte della notte [pausa] qualche ora prima di morire, il 16 Agosto del 1977″. Ecco, io davanti a quel pianoforte mi sono commossa (con lacrimuccia annessa).

In quel pezzo di seminterrato, The King is still alive, a 35 anni di distanza.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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