CERSUTA, LA GROTTA DIMENTICATA

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Emanuele Labanchi
di Emanuele Labanchi

Prossima a ciò che resta della spiaggetta “Rena d’a garrubba”, è quella di Cersuta o della Provvidenza (pare sia stata la prima fonte di acqua potabile per il villaggio), descritta da Federico Rossi oltre un secolo fa in suo articolo riportato in calce ed al quale si rinvia non senza trascrivere qui un suo desiderio, un suo voto , come indirizzati agli “egregi amministratori marateesi” dell’epoca (fine 1800): “La nostra grotta è una rarità, che va rispettata, come la caverna di Adelsberg nelle Alpi Giulie, come l’antro di Nettuno a Capo Caccia in Sardegna, come le grotte de’ monti Giura e della Maremma Toscana, come quella dell’isola Antipari in Grecia. Questi pensieri mi affollano alla mente, allorché, rimmessomi in barca, feci ritorno con gli amici, il 24 settembre, al Porto di Maratea”. Desiderio e voto sono, da allora, rimasti nel vento… e Cersuta dall’anno scorso ha il suo “SKY WALK”, nuova, artificiale e bella terrazza sul mare.
Il tempo ha fatto, comunque, la sua parte sino a cancellare quasi del tutto la spiaggetta e a rendere ancora più difficoltoso, se non impossibile, l’accesso alla magnifica cavità naturale, oggetto di presentazione ed illustrazione da parte del Dott. Pompeo Limongi, Geologo, nel libro “La grotta delle meraviglie di Maratea e altre importanti cavità naturali del territorio” – Mondomaratea S.T. – 2018- pagg. 78-90.
Egli così si esprime: “A parere dello scrivente, nonostante gli sfregi, la grotta di Cersuta rimane tra i più grandi e belli esempi di grotte carsiche di Maratea e del golfo di Policastro”.
Nel condividere il suo parere, dispiace osservare che tuttora un siffatto, meraviglioso attrattore naturale sia dormiente e…dimenticato, tanto da ben potersi qui richiamare alla mente desiderio e voto rivolti da Federico Rossi agli “egregi amministratori marateesi” già alla fine del 1800 proprio da quella spiaggetta di
Cersuta per rilanciarli coralmente e con rinnovato vigore. Cosa si aspetta ancora per … finalmente provvedere alla tutela e valorizzazione della Grotta della Provvidenza e dell’intero sito?

ROSSI FEDERICO, La grotta della Cersuta a Maratea, Torino, Direzione del giornale
l’Unione dei Maestri e G. B. Paravia, 1898.

«Sul breve lembo della provincia di Potenza, l’unico bagnato dal Mar Tirreno, tra il villaggio d’Acquafredda, stazione ferroviaria lungo la linea Eboli-Reggio, e quello del Porto, entrambi appartenenti a Maratea, evvi la frazione così detta Cersuta, composta di poche case introno ad una chiesetta, che fan parte anch’esse del
nominato Comune. In tenimento di questa frazione si trova appunto la maravigliosa grotta, che dalla Cersuta prende il nome. Il tratto della costiera tra’ due villaggi, e propriamente dall’insenatura di Fiumicello
ad Acquafredda, è frastagliato da alti monti, con contrafforti che si elevano a picco sul mare, gioghi sassosi, declivi immensi, forre inaccessibili, promontori giganteschi, balze orribili, burrati, dirupi, qua rientranti nel sinuoso pendio, là sporgenti ad emiciclo, e su que’ precipizi spaventevoli, a mezza costa, come linea aerea
serpeggiante, un sentiero per cui passa timorosa la gente che dal Comune centro deve recarsi a Cersuta ed Acquafredda, e in certi punti va proprio a picco da quell’altezza vertiginosa sul [p. 4] mare, tanto da far venire la pella d’oca a chi, dal basso in barca, contempla il precipizio e i pericoli di chi cammina per quel così detto sentiero. Un punto si appella anche oggi Apprezzamilasino, ed è fama che lì dove l’angusto passo di pochi centimetri, mezzo roso dalle piogge, è posto tra le nubi e l’abisso sottostante e fa venire il capogiro, due bifolchi, incontratisi una volta con gli asini rispettivi, uno che veniva e il secondo che andava, e non potendo scostarsi per dar passaggio all’altro né far voltare gli animali per così riprendere la via fatta, convennero di apprezzare de’ due ciuchi quello che meno valeva, sicché, con una debole spinta fu questo slanciato nel vuoto, mentre l’altro proseguì a stento il suo cammino. Ed oggi la locomotiva della ferrovia Eboli-Reggio attraversa questi sentieri aerei in lunghi trafori succedentisi ad intervalli, mentre, trascinando un lungo treno, su ponti, arcate, viadotti, spesso riappare tra una galleria e l’altra, e sbuffando romba e passa come fulmine su quei dirupi, quasi a sfida dell’orrida natura e della spaventevole tradizione del luogo!

Grotta-di-Cersuta-Dal-libro-di-Pompeo-Limongi

A due chilometri da Acquafredda, nell’angolo di una piccola spiaggia limitata da uno de’ soliti baluardi rocciosi, vedi, a due metri sul livello del mare ed a pochissimi passi da questo, un foto che una volta [p. 5] era chiuso da una porta, ma attualmente è circoscritto da poca fabbrica laterale che gli dà una forma regolare. Vi penetri, ed appena dopo qualche metro, la luce quasi si arresta al limite dello spiraglio, e ad un
tratto è buio pesto, profondo, che fa impressione e paura ad un tempo. Si accede una grossa torcia a vento, ma dessa appena basta a rischiarare le tenebre dell’antro immenso che ti appare davanti. Fai pochi altri passi, e, come per incanto, al lume delle torce vedi la volta della grotta rabescata di stallattiti piccole e grandi, di ninnoli fantastici di mille forme: gusci di chiocciole, rosoni, ghiacciuoli, sigari enormi, candelotti, coni rovesci, gallozzole, frange e fiocchi che, al lume improvviso, appariscono di svariati colori. Ai lati della caverna, l’incrostazione ritrae le sinuose pieghe e gli strascichi d’un panneggiamento che ti dan l’idea di cortine e drappi stesi sulle pareti come artifiziosi paramenti di magnifica festa. T’inoltri ancora, e una grossa colonna qua e là scanalata tra il piano e la volta ti fa restar muto e stupefatto a contemplarla. Stalattiti e stalagmiti, unitesi tra loro dal lavoro de’ secoli, l’han formata. Passi da’ due lati della colonna, e più in là la grotta cresce di altezza fino a metri trenta con altrettanti di ampiezza. Dalla volta sempre le stesse e nuove [p. 6] meraviglie. Dalle pareti mille oggetti fantastici che incantano l’occhio del visitatore: ricami e frastagli di mille forme; quà padiglioni da cui scendono panneggiamenti che sembrano ornare un trono, là un organo grandioso con le canne separate ad uguale distanza tra loro; più oltre un gruppo di statuette, di piccoli alberi, prospettive ridotte di edifizi, palchetti, animalucci di strane forme, delineati così dalla fiamma fumosa delle torce. Sul piano, stalagmiti di pochi centimetri, di un metro, di due e più, conficcate nel suolo: pani di zucchero, tronchi capitozzati, ceppi, basi enormi di pilastri, colonnine miliari, paracarri colossali. Ai lati, nel basso, al punto dove i panneggi discendono e s’incontrano, piccole nicchie con lo sfondo e la cupola lucidi e lisci come l’interno di una gran valva di conchiglia pietrificata. Nel fondo, che è la parte più asciutta della caverna, a ben novanta metri dell’entrata, un magnifico altare col piano di alabastro, con fregi e ricami di nuova forma, con pieghe scolpite e meandri architettati da un artista invisibile e capriccioso. Né la natura si è stancata al lavoro immenso, per cui si dovettero impiegare dei secoli. Per terra, in alcuni punti, la calce carbonata prodotta dal continuo stillicidio, è lì pronta ad altri lavori di [p. 7] stalagmiti. Altra calce carbonata filtrosa si deposita per evaporazione in ammassi formati di fibre ora grosse ora filiformi, sulle pareti, dallo stillicidio che geme incessantemente dalla volta della grotta. Né basta. L’acqua che si distilla per le cavità e per gl’intricati giri della roccia, serve a dissetare gli abitanti delle case del villaggetto, più vicine alla caverna. Commuove davvero il veder delle donne accostarsi al foro di questa, accendere ciascuna la sua fiaccola e poi internarsi lentamente col vaso in testa e il secchiello in mano, Dopo molto tempo ne vidi uscir due, e, richieste di favorire a me e gli altri della comitiva un tantino d’acqua per bere, gentilmente ce la offrirono. L’acqua era limpida, fresca e leggera.
Oh Provvidenza benefica! Per te tutto è utile e dilettevole, buono e bello in natura. Sei ammirevole nella luce e nelle tenebre, alla ridente superficie della terra come ne’ tetri sotterranei della medesima. L’uomo però, o gran madre natura, ha se non distrutto, infranto e deturpato, con vandalica soddisfazione, a solo scopo di ornarsi le case, quanto tu hai architettato e costrutto per secoli. Peccato imperdonabile!! – Nella grotta della Cersuta si trovano sparsi al suolo e nella mota frammenti di [p. 8] mille stalattiti e di cent’altre
stalagmiti, che ricordano la forma grandiosa degli oggetti spezzati forme a colpi di pietra, e portati via chi sa da quanti anni.
Cessi una buona volta il genio distruttore; torni a serrarsi l’apertura della grotta di Cersuta, e la provvida e pietosa natura ripiglierà il suo lavoro e riparerà essa all’avvenuta strage dell’opera sua. È questo un mio desiderio, è questo un mio voto, o egregi amministratori marateesi. La nostra grotta è una rarità, che va rispettata, come la caverna di Adelsberg nelle Alpi Giulie, come l’antro di Nettuno a Capo Caccia in Sardegna, come le grotte de’ monti Giura e della Maremma Toscana, come quella dell’Isola Antipari in Grecia. – Questi pensieri mi si affollano alla mente, allorché, rimmessomi in barca feci ritorno con gli amici, il 24 settembre, al Porto di Maratea.»

 

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Sull' Autore

Nato il 31 luglio 1951 a Maratea (PZ) dove risiede, dopo aver conseguito il Diploma di Maturità classica, si è laureato in Giurisprudenza nel 1973 presso l’Università “Federico II” di Napoli con voto 110/110. Coniugato con tre figli. È stato Docente di Discipline giuridico-economiche ed ha esercitato la libera professione forense (Albo presso il Tribunale di Lagonegro) con studio legale in Maratea, dove ha ricoperto la carica di Consigliere comunale dal 1975 al 1990. È stato ed è particolarmente attento alle tematiche ambientali e socio-culturali della Basilicata e del Mezzogiorno d’Italia. È da qualche anno un blogger amatoriale: https://isolasantojanni.blogspot.com/

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