Che il 2019 mandi in soffitta il “Levismo lucano”

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di ROCCO PESARINI

 

 

E’ iniziato questo fatidico 2019 e, da lucano, mi auguro che con esso, tra le tante cose che auguro alla mia città e alla mia terra, si inizi a mandare il  “Levismo” – da Carlo Levi, NdA – definitivamente in pensione.

Ho iniziato a ragionarci in occasione dell’incontro speciale del C.L.U.B. con lo scrittore lucano Giuseppe Lupo, autore dello splendido libro “Gli anni del nostro incanto” che tanti premi e riconoscimenti sta ottenendo in giro per l’Italia.

Li si parlava di uno dei protagonisti del romanzo, il classico meridionale che, negli anni Sessanta, abbacinato dalle luci della modernità, del progresso, del benessere economico tipico dell’Italia degli anni Sessanta, lasciava il suo paesello giù al Sud e andava a cercar fortuna nella “barluscente” Milano.

Discutendo con Lupo e con i partecipanti all’incontro, era saltata fuori l’idea di un’emigrazione vista non solo come condanna ma come opportunità di sviluppo e, soprattutto, come occasione per emanciparsi da una realtà sociale, economica, politica non solo triste ed arretrata ma, cosa ancor più grave, quasi felice di questa tristezza ed arretratezza, visti come elementi antropologici appartenenti irrimediabilmente e irreversibilmente al nostro destino di “essere nati Lucani”. Ecco!

Amo la mia città e amo la mia terra.

Sono bramoso di conoscere la Storia, le tradizioni, i costumi, le curiosità legate ad un mondo lontano e per sempre perduto.

Amo andare in giro a conoscere e visitare paesi e posti della Lucania.

Trovo giusto investire nel conservare e tramandare storie, miti e leggende di mondo antico, arcaico, ormai definitivamente perduto.

Ma mi chiedo e vi chiedo: quando finalmente riusciremo a superare il Levismo ed il clima, l’atteggiamento mentale da “perenne 2 novembre” ad esso legato?

Sarei curioso di conoscere l’idea che, fuori dalla regione, hanno di noi lucani. E, in quest’ottica, un ruolo fondamentale lo giocano, lo hanno giocato arti quali il cinema e la letteratura, d a Cristo si è fermato ad Eboli fino ad arrivare al materano Ametrano, interpretato da Carlo Verdone in Bianco, Rosso e Verdone.

Cosa ne rimane? Un coacervo di luoghi comuni (l’immagine di copertina di questo pezzo lo dedico apposta alle “donne in nero”, alle ladies in black lucane, perennemente vestite a lutto ( che rimangono in attesa del marito andato a zappare la vigna, con i figli in calzoncini a giocare “inda chiazza du paes’”, facendosi il pane in casa e piangendosi addosso per un destino amaro che mai abbandonerà questa terra).

Qualche tempo fa uscì una canzone che nel testo invitava a “stare bene e a non pensare a tutte quelle cose che la vita (da lucano) non ci dà”….

Sarà pure carina come canzone ma ogni volta che l’ascolto “m’ ven’ na depression’ cosmica da far impallidire il Leopardi”!

E allora mi auguro che il 2019 veda il nascere – o lo svilupparsi – di un dibattito che parta  dagli “intellettuali” per poi arrivare i a politici, cittadini, enti, associazioni, istituzioni e che abbia come obiettivo proprio quello di “mandare in soffitta” atteggiamenti mentali passivi, fatalisti, quasi da “vinti alla Giovanni Verga” sui quali troppo spesso si sono costruiti ed alimentati luoghi comuni ora difficile da debellare.

Dibattito che dovrebbe poi dispiegare i suoi effetti benefici in ogni ambito ed aspetto della nostra vita sociale, economica, politica e culturale, arrivando a permeare l’idea che si ha di sviluppo della nostra terra negli anni a venire.

Ripeto: in questo cambio di visione, di “idea del lucano”, un ruolo fondamentale lo gioca, lo deve giocare l’intellettuale, il filosofo, l’artista, il musicista, lo scrittore, il poeta.

E da questi ultimi esso deve arrivare a coloro che si candidano a guidare la nostra città e la nostra regione per i prossimi anni.

Perché serve un’idea nuova di Basilicata. Una nuova idea “antropologica”.

Scrolliamocelo di dosso sto “perenne 2 novembre lucano“.

Che non sorprendiamoci poi se governi, compagnie petrolifere e multinazionali varie, ci continuino a vedere come un “branco di piagnucoloni con gli anelli al naso“….

Sempre (in)distintamente vostro.

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Rocco Pesarini

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