COMUNITA’,PAROLA SACRA

0

Dott.ssa Margherita Marzario

 

Articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili”. Dopo l’articolo 1, in cui sono enunciati concetti collettivi come “popolo”, segue l’art. 2 che ha una valenza formativa dell’individuo per arrivare al cittadino di cui all’art. 3. Quest’articolo è una vera cattedra di educazione alla cittadinanza e alla vita che, in realtà, è dovere di tutti, a ogni età e diretta a ogni età, come si legge tra le righe nelle parole del formatore don Antonio Mazzi: “Vorrei solo capire perché a trent’anni i giovani siano considerati “grandi” quando ci interessa e “piccoli” quando gli interessi si accavallano a preconcetti o ideologie. E qui mi fermo, disorientato. Il bene che voglio ai giovani mi obbliga a non fare con loro giochi equivoci e di comodo. Essere padri, madri, giudici o psicologi non ci esonera dal compito di testimoniare con la vita, con i fatti e con le leggi che non si diventa i grandi di domani approfittando degli errori fatti dai grandi di ieri”.

La famiglia risponde in pieno al disegno costituzionale dell’art. 2, in particolare all’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Infatti, il sociologo Francesco Belletti afferma: “La famiglia costituisce un antidoto naturale all’individualismo e all’egoismo che minacciano di travolgere l’uomo contemporaneo e le sue strutture sociali, ad ogni livello, dal condominio fino agli Stati e agli organismi sovranazionali. Nella famiglia sana ed equilibrata le relazioni non si fondano sul diritto ma sul dono, sulla reciprocità e sulla solidarietà. È su questa famiglia che si costruisce una chiamata alla responsabilità pubblica, vale a dire ad una cittadinanza attiva, anche perché “è tempo di smettere di rivendicare una sterile «cultura dei soli diritti», che si limita a rivendicare, a pretendere, senza collegare ogni pur legittimo diritto ad altrettanto necessari «doveri»”.

Oltre alla famiglia, quando si parla di educazione e formazione, il primo soggetto a essere chiamato in causa è la scuola. Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo, spiega: “Compito della scuola non è soltanto quello di insegnare a leggere, scrivere e far di conto, come si diceva nell’Ottocento, ma soprattutto quello di costituire una palestra in cui l’interazione tra pari possa svolgere un compito formativo. È proprio questa interazione, in cui dovrebbero essere banditi squilibri di potere e di opportunità, che tocca da vicino le radici dell’«homo socius», dell’uomo, cioè, programmato per vivere insieme ad altri uomini, nel superamento di quell’affascinante e difficile sfida che richiede la capacità di armonizzare mondo interno e mondo esterno, di conciliare il bisogno di autoaffermazione con quello di appartenenza”. In tal modo la scuola è una delle principali “formazioni sociali ove si svolge la personalità” dell’essere umano, infatti, nel Titolo II “Rapporti etico-sociali” della Parte I della Costituzione è disciplinata dopo la famiglia.

“È evidente che bisogna chiarire finalità e motivazioni della scuola, – precisa la storica Lucetta Scaraffia – ridare un significato all’insegnamento invece di pensare di risolvere tutto aumentando le ore di inglese e spiegando l’uso del computer a ragazzi che già lo conoscono da quando hanno 2 anni. Un processo del genere non può fondarsi che su un ripensamento profondo. La scuola non è solo un posto dove si ricevono informazioni, ma è un posto dove si impara a diventare esseri umani migliori”. La scuola, perciò, non è un’agenzia, ossia “che agisce per altri” ma agisce con gli altri.

Eloquenti ancora le parole di Ada Fonzi: “La scuola, oltre che reprimere questi comportamenti devianti, dovrebbe impegnarsi a coltivare non solo le competenze cognitive degli allievi, ma anche quelle emotive, fornendo una grammatica emotiva di base che permetta loro di calarsi nei panni degli altri, di coltivare capacità di empatia, di apprezzare la condivisione, di cogliere specificità e unicità dell’altro”. È importante educare all’empatia, perché dall’empatia, sentirsi come l’altro, matura la solidarietà, sentirsi con l’altro.

La solidarietà dovrebbe essere il contrario di solitudine ma, spesso, si è nella solitudine a credere e a operare per la solidarietà. La solidarietà non dovrebbe essere solo un dovere della Costituzione repubblicana, ma un dovere della costituzione relazionale e quotidiana. Il primo gesto di solidarietà è conoscere e riconoscere che si appartiene tutti alla stessa famiglia umana e che, chi più chi meno, si è frutto di migrazioni. Anagrammando la parola “solidarietà” si ricavano “solidità, sodalità, solarità, ilarità”, caratteristiche dello stare insieme.

Quello stare insieme che si basa e richiede l’educazione alle differenze e che è educare all’identità, all’alterità, alla diversità, che contribuisce allo svolgimento della personalità e alla solidarietà. Ada Fonzi afferma: “Non si tratta soltanto di proteggere le donne dalle sopraffazioni dei maschi, ma di far emergere e progredire fin dalla più tenera età, e in entrambi i sessi, una cultura della non violenza, della tolleranza, dell’accettazione, in cui ogni tipo di diversità abbia diritto al rispetto”. La Fonzi aggiunge: “I mezzi di comunicazione ci informano che continua a essere alto il numero delle donne vittime di violenze, spesso nell’ambito familiare, per mani di mariti, padri, fratelli, fidanzati. Non si tratta solo di giovani immigrate punite per aver osato ribellarsi ai costumi della loro società di origine, ma di donne appartenenti per nascita alla nostra cultura”. Ogni violenza è violazione dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità.

La Fonzi soggiunge: “Bullismo al femminile che, ancora più di quello maschile, rivela aggressività e sordità sociale, e rimanda a un percorso educativo fallito. In questi casi il compito che, in quanto membri di una comunità, ci compete è ancora più difficile”. Porre rimedio a un percorso educativo fallito è anche “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà”. “Perché – asserisce Fulvio Scaparro – le vittime non siano lasciate sole non bastano buone parole e un’indignazione rituale, ma una vicinanza fisica, un sostegno concreto, e un impegno collettivo per non dimenticare quanto è avvenuto, e per prevenire la violenza e il terrorismo anche attraverso un forte impegno nella diffusione della pace e di una maggiore giustizia sociale”. La solidarietà non è solo una parola, ma un atteggiamento che richiede “metterci la faccia, sporcarsi le mani, spaccarsi la schiena” per gli altri, insieme agli altri, contro ogni male anche se ci si fa male.

Alla base di tutto ciò vi è la famiglia: “Troppi padri e troppe madri sembrano adolescenti in perenne crisi. Abbiamo bisogno di una maggior capacità diffusa di prendersi cura delle future generazioni. Abbiamo bisogno di rimettere al centro l’inutile economico cioè l’utile umano” (da uno degli ultimi articoli del pedagogista Alain Goussot, 1955-2016). La prestazione che sembra più latitare oggi è la cura, in mezzo a tante patologie della cura stessa, quali l’incuria (quando le cure sono latenti), la discuria (quando le cure sono distorte), l’ipercura (quando le cure sono eccessive). La cura genitoriale può essere intesa come la forma primaria di quella solidarietà di cui si parla nell’art. 2.

La “giusta” genitorialità segna e insegna solidarietà e gratuità, ricordando che “gratuito” ha lo stesso tema etimologico di “grato” e “grazioso”: “[…] è necessario avere una dinamica dell’amore gratuito, senza la quale l’egoismo cancellerebbe ogni dimensione comunitaria. È l’amore che deve in un certo senso equilibrare le fratture, le ingiustizie, i dislivelli che le società sempre tendono a ricreare” (il filosofo Vittorio Possenti). La traduzione giuridica dell’amore nel quotidiano è la solidarietà politica, economica e sociale.

Da qui nasce la comunità, su cui è magistrale il saggista Goffredo Fofi: “Abitare la vita è anche abitare la storia, a cui non si sfugge. Abitare la città è entrambe le cose e comporta una responsabilità: che tutti possano e debbano contribuire alla sua bellezza e cioè a «uno stile di vita sostenibile», che non privilegi gli uni avvilendo gli altri. Comunità, parola sacra”.

 

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

Rispondi