FINE DI UN AMORE

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FRANCESCA BERILLO
Ho avvertito le vene strapparsi,  trascinate come cavi della corrente elettrica, quando ho lasciato scivolare i polsi sul corrimano Delle scale per rincorrere te.
L’eco della voce si confondeva nel vuoto orrido, fino a somigliare a quello dei passi.
La mia meta eri tu e non sono mai giunta, quanto è bizzarro il fallimento di chi conosce il suo obiettivo e non riesce ad arrivarci!
Incespicavo tra l’asfalto rovente sotto i talloni e camminavo in punta di piedi sul marmo bagnato di sputi indignati.
Penso a noi due.
Al trauma.
All’istante in cui ho compreso di aver terminato i nostri giorni e le preghiere vane di concedermi un minuto scarso per sfiorarti le dita e divenire consapevoli.
Soltanto adesso mi rassegno allo squarcio doloroso che scorgo nella tela e mi convinco che possa sembrare all’esterno un quadro di arte moderna.
L’abbandono ferisce e la novità spaventa.
E poi.. t’abitui. 
Non è tutta una questione di abitudine? Di legittimità?
Forse non per me, il mio sentimento liquefatto scorre perpetuo come l’acqua, puoi racchiuderla in un contenitore, ma se trova un foro si riversa all’esterno.
La passione scappa assieme alla tachicardia e all’amore.
Tu fuggi muto e io resto, similmente, in uno stato di reminiscenza.
Passare del tempo con te era come amare il filo che ti cuce la ferita e odiare l’ago che ti rattoppa la pelle.
Oggi, ancora scettica e indecisa, ancora amo mentre medico in autonomia l’assenza​ di un addio.
E lo immagino così fortemente da poterlo percepire sul cuscino coprendomi la faccia con le lenzuola..
 
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