La teoria delle finestre rotte è una “teoria criminologica sulla capacità del disordine urbano e del vandalismo di generare criminalità aggiuntiva e comportamenti anti-sociali. La teoria afferma che mantenere e controllare ambienti urbani reprimendo i piccoli reati, gli atti vandalici, la deturpazione dei luoghi, il bere in pubblico, la sosta selvaggia o l’evasione nel pagamento di parcheggi, mezzi pubblici o pedaggi, contribuisce a creare un clima di ordine e legalità e riduce il rischio di crimini più gravi“. La teoria può essere applicata, per estensione, anche al decoro e alla bellezza di un luogo ed essere tradotta, più semplicemente, con il concetto che vivere in un luogo bello rende più felici, e, alla lunga, anche persone migliori, e più dotate di senso civico (e quindi meno disposte a commettere i piccoli reati di cui sopra).
A Potenza il senso del bello si è smarrito da molto tempo. Per molti motivi che non sono in grado di scandagliare fino in fondo, ma che hanno sicuramente a fare 1. con la necessità di spendere risorse comunitarie per non perderle, in una continua emergenza progettuale; 2. con la mancanza di un progetto unitario e visionario, di un’idea di città che vada oltre la soluzione del problema contingente e tenga conto, appunto, anche della estetica dei luoghi, oltre che della funzionalità del costruito.
Se uno straniero facesse un giro per la nostra amata città, la prima cosa di cui sicuramente si accorgerebbe è l’esistenza di “grandi incompiute”, che a loro volta si dividono in due categorie: le incompiute vere e proprie, manufatti iniziati e lasciati a metà per motivi che in genere hanno a che fare con le risorse economiche, o con la magistratura, o con entrambe; e i ruderi, manufatti edili che sono stati abbandonati e che per motivi burocratici di ogni genere non possono essere abbattuti, né restaurati. Qualche esempio: la ex caserma dei Vigili del Fuoco a San Rocco, il palazzone costruito a metà e abbandonato nei pressi del Parco dell’Europa Unita, l’ex dispensario a via Vaccaro, il nuovo ponte pedonale sul Basento, di cui esiste solo una primeva colata di cemento e nulla più, e per il quale è stata tagliata in due la pista del lungofiume, cancellando la funzionalità di uno dei pochi luoghi potentini nei quali si poteva correre in mezzo al verde.
Poi ci sono le decine di mostri di cemento, di ogni forma e dimensione, frutto di una sconsiderata e criminale politica cementizia degli ultimi 20 anni, che si è ben saldata con una uguale – ma almeno funzionale – sconsiderata politica edilizia degli anni dall’immediato dopoguerra fino agli anni 70. Qualche esempio? La Nave del Serpentone, il “vespasiano” di Piazzale delle Regioni, il ponte sul nulla di via Domenico di Giura.
La cosa grave è che i cittadini, gli abitanti di Potenza, invece, non se ne accorgono più. A furia di passarci davanti ogni giorno, a questi ruderi / incompiute / mostri, l’occhio si abitua e non ci si fa più caso. E se la teoria delle finestre rotte è vera, vivendo in un posto brutto anche i cittadini ingrigiscono, incattiviscono, alla fine se ne fregano e il bene pubblico diventa subito bene di nessuno, invece che bene di tutti, con un percorso a vite discendente che sta facendo affondare nel fango il capoluogo. Camminiamo a occhi bassi, per non vedere le brutture che ci circondano. Alcuni di noi con eroico sforzo provano a rimettere in senso almeno quel poco di verde pubblico che ancora abbiamo, per il puro piacere di farlo: ma è una lotta alla fine perdente contro i bicchieri di carta, i cartoni di pizza, le bottiglie rotte, i preservativi usati e le cacche di cane che altri cittadini abbandonano nel verde pubblico senza provare la minima vergogna.
Negli ultimi anni però abbiamo anche imparato che “una città non è le sue strade, i suoi palazzi, la sua infrastruttura fisica. Una città è tutte queste cose, più il sapere locale che consente di mantenere, adattare, evolvere, migliorare la sua infrastruttura“.
La nostra città, in sostanza, siamo noi.
Siamo “noi” in quanto amministrazione, innanzitutto, che dovrebbe provare ad alzare la testa dall’ennesima concessione edilizia per l’ennesimo conglomerato di palazzoni senza servizi, e provare ad avere un’idea, una visione di futuro della città, che comprenda la BELLEZZA. Verde pubblico, aree parco, un piano colore (!), la cura dei dettagli, una pulizia delle strade più radicale e continuativa.
Ma “siamo noi” anche – soprattutto – in quanto cittadini. Il “sapere locale” è il richiamarsi alla nostra antica tradizione civica, di gente educata, bonaria, ospitale. Il sapere locale è quel signore anziano vicino casa mia che ostinatamente, quotidianamente, toglie le erbacce che spuntano da un muro di cinta. Per il puro piacere di farlo, e guardare poi soddisfatto il muro pulito, e decoroso.
Se non riusciamo a salvare il nostro sapere locale sulla cura, l’amore, il senso civico per la nostra città, nessuno lo farà al posto nostro. Armiamoci di zappe e cesoie, di spazzole per il cemento e di barattoli di vernice, e scendiamo in campo.
