Nel paese di Perdifumo c’erano state le elezioni, il Preside Luigi Cianciafolla era entrato nell’aula assiepata di genitori e professori ed aveva annunciato, con voce ferma e potente, ad uno uno i nomi degli eletti nel Consiglio di amministrazione del Pio Istituto Santa Rosa che, uno ad uno, erano sfilati tra la gente ricevendo applausi, complimenti e auguri di buon lavoro. Nella parte centrale del corteo degli eletti sfilava con passo solenne Filomeno Tirabaffi, un tipo magro, dal volto un po’ scavato, con baffi grigio topo e un sorriso melenso dipinto sul suo viso che pareva scolpito nella pietra tanto era fisso e privo di espressione, una sorta di ghigno giocondo che indossava nelle occasioni pubbliche per ostentare bonomia. Già in passato era stato eletto nel consiglio di amministrazione del Pio Istituto mercé l’aiuto del potente parroco della Chiesa di S. Martino, unica del paese, che aveva chiamato uno ad uno i suoi parrocchiani per convincerli a votare il suo fedele diacono. Filomeno Tirabaffi era avido e come tutti gli uomini avidi tentava di nascondere questa sua debolezza dietro un atteggiamento falsamente placido, amichevole, condiscendente, aveva ottenuto i buoni uffici del parroco del paese con anni di servizio devoto, era tra i primi alla parrocchia, sempre pronto a biascicare salmi e pater gloriae, non perdeva una funzione, tra i primi, saio e spugna bagnata, a lavare i piedi dei poveri nei giorni della misericordia. Ma solo in quelli. Nei giorni normali, in attesa del tanto agognato “Giorno del Signore”, la sua occupazione principale era intessere relazioni, cucire, brigare, ammansire, in un articolato e complesso progetto finalizzato a ottenere benefici economici senza far troppa fatica. Aveva iniziato come uomo di Chiesa, qualche piccolo incarico in parrocchia, qualche opera di bene, e aveva cominciato a costruire il suo personaggio di “uomo buono” anche se il demone dell’avidità lo logorava dall’interno. Era uomo attento Tirabaffi, e non a caso si era buttato nella mischia del Consiglio di Amministrazione del Pio Istituto, sapeva benissimo che esso decideva della mensa, delle Gite scolastiche, che deliberava acquisto di libri e di mobili, insomma da quell’uomo avido e furbo che era aveva soppesato l’occasione e ne aveva colto tutte le possibilità. Era attentissimo ad ogni singola piega regolamentare dei ruoli che via via si era trovato a ricoprire, non c’era gettone, rimborso spese, strategia gestionale che gli fosse mai sfuggita al fine di portare di casa il massimo utile con il minor contributo. Pacifico e suadente con i più potenti aveva veleggiato sempre all’ombra di qualcuno per oltre un decennio ed era riuscito quasi sempre grazie al suo aspetto docile e al suo atteggiamento condiscendente ad inserirsi sempre tra i beneficiati dalla fortuna. Fino a quel momento. Oronzio Fortuna era un giovane uomo di successo, eletto a gran suffragio aveva surfato sulle onde elettorali con slogan decisi e popolari, primo tra tutti, il taglio delle spese e fu così che, nella prima seduta del Consiglio di Amministrazione, parlò chiaro.
–Signori. Ho preso visione delle spese degli scorsi anni e una cosa mi risulta palese, i costi sono troppo elevati! La mensa ci costa uno sproposito! I mezzi per le gite li paghiamo a peso d’oro! Non mi permetto di fare insinuazioni ma davvero, i costi sono stati troppo elevati. Si impongono sacrifici! Inizierei per dare un segno innanzitutto da noi che siamo stati chiamati a questo ruolo, propongo quindi di rinunciare tutti, spontaneamente, al gettone di presenza che il Pio Istituto ci mette a disposizione per le riunioni del Consiglio di Amministrazione !!!-
I mormorii di approvazione nella sala del Consiglio riuscirono a coprire appena il lamento doloroso che senza volerlo gorgogliò dalle labbra di Filomeno Tirabaffi. Con un supremo sforzo di volontà riuscì a addolcire la piega di dolore che aveva istantaneamente assunto la sua bocca, piegandola in un sorriso di bonomia e di accondiscendenza.
-Carissimi. Carissimi. Capite bene che io in qualità di membro anziano di questo consiglio, non posso esimermi dal plaudere alla iniziativa del nostro amabilissimo Dott. Fortuna che, a dispetto della sua giovane età – sul giovane la sua voce vibrò di una nota allusiva – ancor prima di essersi tuffato nell’intricato dedalo di norme e regolamento da seguire nella condizione del Consiglio di Amministrazione – altra nota allusiva nella voce– già si è slanciato con la generosità della gioventù in proposizioni innovative e generosissime. Bravo, bravo, bravissimo mio caro, giovane, amico, mi compiaccio di poter questa volta svolgere il mio mandato in un consesso pieno di giovanile, dinamica capacità propositiva. Mi si consenta però, mio giovane collega, di far notare che, ahimè, questo Consiglio rappresenta tutta la collettività del paese e che, come sempre, ospita in esso persone dei più diversi strati sociali. Or bene, cari, carissimi amici, sarebbe forse giusto chiedere a quelli di noi che, pur meno floridi nella situazione economica sono qui ugualmente propositivi a sobbarcarsi dell’onere di partecipare a questo onorevole consesso, dicevo, chiedere loro di rinunciare al sia pur modesto compenso che il Pio istituto mette a disposizione dei Consiglieri? Miei cari, carissimi amici, certo non lo dico per me che sarei disposto a rinunciare ad ogni emolumento con letizia, giacché nessun riconoscimento potrebbe essere maggiore del mettermi a servizio della comunità, ma per coloro tra di noi, meno agiati, a cui chiedere questo sacrificio sarebbe, forse, dico forse, troppo gravoso. Propongo perciò, pur ringraziando della proposta, di lasciare le cose come sono, naturalmente a sola tutela di quanti fra noi sono in una condizione più debole. Fece una pausa ricca di pathos, poi si guardò intorno con occhio francescano e non vedendo alcuno proferir parola tornò a sedersi con un filo di sollievo per lo scampato pericolo e, per alcuni secondi, pensò davvero di avercela fatta.
Marisa Del Mulino alzò timidamente il dito. Un giocatore di poker sa quando deve andare a vedere un bluff o quando deve ritirarsi, Filomeno puntò tutto sul fatto che qualcuno più avido di lui ci sarebbe stato e che qualcun altro si sarebbe opposto. Ma Filomeno Tirabaffi era uomo di Chiesa e come tutti gli uomini di Chiesa un pessimo giocatore di poker. Seguì un silenzio di attesa, eterni secondi durante i quali il pomo di Adamo di Tirabaffi fece un frenetico balletto, la bocca si seccò fatta eccezione per una piccola schiumetta di bava agli angoli della bocca, quando oramai stava per prendere la parola per cercare un ulteriore disperato colpo di timone…..
–Bene, direi. Visto che nessuno dice niente, io credo che si possa procedere a mettere ai voti la proposta del Consigliere Fortuna. Tutti concordi nel rinunciare al gettone di presenza? Si alzarono pronte 9 mani e dopo alcuni secondi di imbarazzo 18 occhi cominciarono a fissare Tirabassi che aveva ancora ostinatamente la mano abbassata.
–Allora Tirabassi, non aveva detto che avrebbe rinunciato con letizia? Vede siamo tutti d’accordo? Sia lieto ed alzi la mano anche Lei– Ora la nota allusiva era chiaramente nella voce divertita di Fortuna che guardava con occhio indagatore il viso terreo di Tirabassi. Con un movimento lentissimo, lottando contro ogni singola fibra muscolare, contro ogni sinapsi del cervello limbico che gridava disperata –No! Mai! I miei soldi! I miei Soldi mai!-, Filomeno Tirabassi alzò la mano dolorosamente e giunta all’apice della sua estensione la lasciò ricadere inerme sul bracciolo della sedia. Il dolore della rinuncia era stato troppo e il cuore non aveva retto, si accasciò esanime sulla sedia e morì di infarto. Ancora oggi nell’aula del Consiglio del Pio Istituto Santa Rosa troneggia un’epigrafe riconoscente:
A Filomeno Tirabassi, uomo pio e generoso.
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