I GIOVANI, LA SBORNIA E …IL VOMITO DEI SOCIAL

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teresa lettieri

Gli schiamazzi sono quelli di ogni notte. Quasi ogni notte e quasi ovunque. Il centro storico della città di Potenza, probabilmente, è preso di mira più di altri, ma l’abuso di alcol ormai è generalmente diffuso, così come i suoi effetti. Alcol procurato anche dai minorenni, senza scappatoie originali visto che diversi e numerosi esercenti ne vendono in quantità, illegalmente. Per anestetizzare l’anima, dimenticare l’angoscia e godere per qualche ora. Del resto, abusare significa muoversi tra gli eccessi, compreso gli eccessi del proprio malessere. All’indomani, le tracce di bottiglie e vomito straripano nei vicoli, lungo le strade, sulle panchine, nei parchi. Gli altri effetti li lascio all’immaginazione di chi legge. Sono stati gli schiamazzi di un sabato notte, l’ennesimo, ad attirare l’attenzione di una nostra concittadina, svegliata alle prime ore del mattino. Sono le 5 e in realtà si tratta degli ultimi suoni eccitati di una lunga notte. Niente di nuovo. Sebbene non ci si abitui e, di certo non alla goliardia di giovani che hanno trascorso una notte a divertirsi, pur sforando la quiete notturna. Non ci si abitua al metodico sballo dovuto a mix diversi, alla portata di chiunque, segnale di un disagio ormai degenerato in un abbondante degrado che coinvolge tutta la città. E non solo per le conseguenze che hanno superato anche la soglia dei più tolleranti, quanto per la distruzione a cui si sta  sottoponendo la generazione più giovane, sotto gli occhi gelidi e immobili di chi irresponsabilmente si muove a vuoto. Su questo aspetto si potrebbe parlare senza interruzioni, rappresentarne le cause e avanzare anche le soluzioni. Dopo ciò che è accaduto a chi si è preoccupato di una ragazza in pieno strato di prostrazione alle 5 della mattina e per di più abbandonata senza alcuna esitazione, è necessario un passo indietro, ma molto indietro, di tutti noi. Si, perché per uno strano ma comune effetto che inverte i ruoli di un accadimento, il tribunale social della seduta del 12  se ttembre ha deciso di assegnare la penitenza del pubblico ludibrio a chi si è adoperata nel soccorso. Palesemente senza motivo, visto che i termini sollevati nel post prodotto a situazione chiusa richiamavano l’attenzione sul problema degli alcolici e giovani nella nostra città, privo di qualsiasi accusa verso cose, fatti e persone. Un post destinato a creare una discussione aperta sul tema, a non abbassare la guardia, a cercare una spalla tra i pochi interessati. Così come la foto allegata, assolutamente anonima, ma sufficiente dimostrativa per rappresentare un disagio vissuto e trasmesso. Ma veniamo ai fatti. La scena dello “scarico” dall’auto della giovane, rannicchiata poi sul marciapiede prossimo al mezzo con cui è arrivata lì per seguire, evidentemente, qualcuno o un gruppo, ha inevitabilmente preoccupato chi stava dietro i vetri, come avrebbe preoccupato tutti del resto. Sulla parola “tutti” si potrebbero davvero aprire confronti complessi, mi rendo conto di peccare di generosità con una generalizzazione del genere. Del resto lo dice la cronaca della diffusa omertà che si insinua in queste occasioni, dove solo rare eccezioni raccontano di cittadini eroicamente pronti a difendere chi si trova in difficoltà per mano di qualche scellerato. Così come è il social a raccontarci e solo a raccontarci, della “unanime” e gratuita generosità millantata da un divano o da un wc. Di quelle generosità che costano poco, talvolta gratuite, sicure e resistenti anche agli sconti di stagione. Quella che rende pavidi condottieri solo per le scene criminose suggerite dalle seguitissime serie di Netflix. Un dato certo ed inequivocabile, invece, proviene dall’abile sequela di accuse, scelte con la cura di chi si propone, dopo l’agognata prova teorica di difesa del prossimo, per la lectio magistralis sulla moralità altrui. Senza aver compreso l’argomento, nella maggior parte dei casi. Il fattore comune si aggira intorno al prossimo e, si sa, per il prossimo di questi tempi si pensano e si fanno cose inimmaginabili. Ma andiamo oltre. Accuse contro la premura di chi, da una finestra, ravvisato lo stato di alterazione di una giovane ragazza si precipita a comporre il numero del soccorso, invitato caldamente a verificare la situazione, e che a distanza segnala una imprecisata gravità, forse alcol o forse altro, ma soprattutto l’impossibilità di poterlo fare direttamente per una serie di problematiche di salute. Le telefonate sono due, a distanza di due minuti. Il soccorso arriva, constata e va via. Intorno alle 6 la ragazza riesce a mettersi in macchina, probabilmente chiama qualcuno per farsi aiutare e una volta raggiunta lascia quel posto.  Sono le 7, un post scritto sul social risolleva la questione dei giovani e della deriva che li sta coinvolgendo senza che ad oggi, si cerchi una soluzione per invertire la tendenza in atto. E’ questo il momento in cui la ferocia, l’aggressività, il qualunquismo, la superficialità inondano la bacheca di chi ha tentato con le sue poche forze a disposizione, di prendersi “cura” di una persona in difficoltà. Lo capisco e mi dispiaccio per chi non conosce il significato di “prendersi cura” di qualcuno. Se gli autori e le autrici delle centinaia di messaggi di improperi sapessero cosa vuol dire occuparsi di chi ha un momento di difficoltà, più o meno grave poco importa, soprattutto se non è possibile verificarlo, non vomiterebbero veleno, come accade dopo le continue sbornie di questi tempi orribili, contro chi ha aiutato senza necessariamente gridarlo ai quattro venti, alla stregua delle numerose sciocchezze postate in maniera compulsiva per farsi riconoscere in una società abilitata più al giudizio collettivo che alla solidarietà, più alla gogna che al rimedio di un sudiciume che non risparmierà nessuno. L’omissione della narrazione del soccorso, dirimente ai fini dell’assoluzione social, ma ritenuta superflua di fronte la gravità di un accadimento che poteva costare alla ragazza e ad eventuali altri se avesse guidato in quelle condizioni, superflua rispetto al monìto lanciato con il post per richiamare ancora una volta su quello che sta accadendo e che ha assunto il profilo di un fenomeno sociale, lontano dalla bevuta occasionale che forse quasi tutti hanno saggiato una volta nella propria vita, superflua rispetto all’impegno di chi ha speso una vita a battagliare per i diritti di tutti e che, la supponenza di alcuni ha spinto a scandagliare nel curriculum per emettere la sentenza definitiva, è costata una pena esemplare. Eppure poteva essere un’occasione ghiotta per guadagnarsi il consenso e la medaglia “made in social”. Non l’ha pensata, intuita, cavalcata quella possibilità perché chi è generoso senza deroghe non pensa alla sua luminosità, al suo merito, lo pone a disposizione degli altri senza troppi giri di parole e di pensieri. E così ci si è beffati di ruoli e mission, di persone e sentimenti, ma da tempo scorre così. Bisogna mettere in piazza la propria intimità, il proprio credo, le azioni, i voti, la carriera, figli, amanti, concubine, passare sotto uno scanner costruito alla bisogna, poi sotto una giuria altrettanto improvvisata e sottoporsi ad una fantomatica approvazione o ad una crudele incriminazione. Disporre di qualcuno da massacrare, molto meglio che elogiare chissà poi per cosa, è divenuta la massima aspirazione di un popolo che continua ad evadere il disastro in cui è calato scuotendo la polvere dal bavero della giacca. Dice bene un quisque della piazza mentre sorseggia il suo drink in uno sleng lucano spostato a nord: ma chi è questa che alle 5 del mattino non si fa i …..suoi! Chissà oggi di cosa parleremmo se la trama, giammai priva della violente accuse, avesse preso un destino diverso e i ….di altri! Grazie Emilia, per aver testimoniato ancora una volta, la tua profonda e riservata generosità.

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Teresa Lettieri

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