IL PONTE DELLA VECCHIA

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GIAMPIERO D’ECCLESIIS

IL PONTE DELLA VECCHIA

Al Ponte della Vecchia andavamo a fare i tuffi, io, Michele, Giovanni, Francesco detto Cocò e Paolo u’ scem, detto così perché era il più spericolato di tutti e si cacciava sempre nei guai con conseguenti abrasioni, fratture, tagli e ammaccature.

Certo era un bel giro, le biciclette erano pesanti, niente tubolari superleggeri o pedalate assistite, si lavorava di polpacci e se non ce la facevi rimanevi per strada a spingere a piedi il pesante trabiccolo piuttosto che veleggiare pedalando.

Avevamo scoperto il posto durante una gita in auto con i genitori, fatti un po’ di conti avevamo concluso che era alla nostra portata e così, avevamo cominciato a partire la mattina da casa per portarci al Ponte della vecchia e farci il bagno nel fiume. Colazione a sacco, qualche fumetto per il dopo panino, Paolo portava sempre quelli un po’ zozzi che ci passavamo ridendo l’uno con l’altro e, di tanto in tanto, una sigaretta alfa rubata a mio Padre prima di partire.

Quel mattino proprio non volevo alzarmi ma dopo il terzo sasso sul vetro della mia finestra mi alzai di corsa affacciandomi prima che quel fesso di Paolo mi rompesse un vetro e scatenasse le ire di mia madre pregiudicando ogni idea di gita in bicicletta.

La giornata era limpida, con un cielo azzurro che metteva allegria e un sole caldo che già alle nove del mattino bruciava sulla pelle, pedalammo in fretta, sei biciclette in fila lungo la provinciale, sei ragazzini in attesa del fiume, dodici gambe magre che pompavano sui pedali in libertà, ultima meta un vecchio ponte di pietra.

L’asfalto della provinciale è traditore, quando meno te l’aspetti è crepato, ha un saltino, in curva grani di brecciolino come trappole buttate lì da un autista di corriera troppo insonnolito di prima mattina per far bene una curva.

Eravamo al tornante prima della discesa che porta verso il bivio con il vecchio tratturo che porta al Ponte della Vecchia, Paolo era avanti con la testa bassa e il tronco sporto in avanti per prendere velocità, dietro di lui Michele e Cocò in gara fra di loro, poi Francesco, Giovanni e infine io che di tutti ero il più prudente in discesa.

Fu un attimo, lo vidi perdere aderenza sulla ruota posteriore e poi scivolare lungo la strada con le gambe nude grattugiate dall’asfalto e proprio quando stava per  fermarsi, di dietro la curva, si materializzò il camioncino del fruttivendolo.

Frenò Antonio il fruttivendolo, frenò con tutta la forza che aveva in corpo, l’ululato dei freni raschiò le nostre orecchie e le rocce della scarpata, vidi distintamente il viso terrorizzato del fruttivendolo che stringeva spasmodicamente il volante e lo sguardo di dolore di Cocò, le mani in testa di Francesco, gli occhi di fuori di Giovanni e poi le gambe di Cocò stritolate dalle ruote del camioncino, piegarsi, spezzarsi, spargere il loro sangue.

Sono passati venti anni da quella giornata, Cocò non ha mai più camminato e io che scendo dalla corriera rientrando in Paese dall’Università me lo vedo davanti, sulla sua sedia a rotelle, che nella Piazza del paese prende il caffè con Paolo u’ scem’, l’unico della compagnia che è rimasto in Paese.

Ci sediamo di fronte davanti al caffè e Paolo si rivolge a Cocò dicendo:

-Mhè, dignello. Dignello pure a Luigi che capa che tieni.- E poi a me -Lui’ dignello pure tu che è scemo se pensa davvero di fa quello che dice. A questo se n’è giù la capa!-

Lo guardo negli occhi.

-France’ che c’è? Che succede?-

-Non sono più andato a Ponte della vecchia, sono vent’anni che non ci sono più andato, voglio andare al Ponte della Vecchia, me l’aggio sognato che se vado lì le gambe mi tornano buone, voglio andare al Ponte e voglio andare in bicicletta, come quando me l’aggio spezzate.-

-Cocò ma come fai? Come fai ad andarci in bicicletta? Tu non puoi pedalare. Cocò tu le gambe non ce le hai più-

-Voglio andare al Ponte della vecchia-

Mi inventai un accrocchio, di quelli complicati che solo quando sei giovane ti vengono in mente, lo saldò alla mia bicicletta Paolo che faceva u’ ferraro, una specie di sedia con una specie di cinghia per legare Cocò e portarlo con me fino al Fiume.

Avevamo appuntamento alle sette, meglio partire al mattino, col fresco, ci eravamo detti.

Eravamo io e Paolo u’ scemo, alzammo Cocò e lo sistemammo sull’accrocchio dietro la bicicletta e poi partimmo, dietro la prima curva c’era un tizio in bicicletta che ci aspettava, e dietro quella successiva un altro. Eravamo tutti li, Michele con una barbona nera appena arrivato dalla Francia e Giovanni, che era partito la mattina prima da Genova appositamente per essere lì: Paolo u’ scemo non era scemo per niente e li aveva avvisati.

La breve salita prima della discesa fu una sofferenza, pesava Cocò e i miei polpacci non erano più quelli di quando ero un ragazzino, tra sbuffi e sudori la superammo e iniziò la discesa, la provinciale era sempre la stessa bastarda, vent’anni e un ragazzino amputato non erano bastati a far fare l’asfalto, al tornante ancora brecciolino, sentìì le mani di Cocò stringere più forte e poi lo sentii gridare, ma non era paura, era un grido di trionfo – E vaiii!!!– superammo il tornante e imboccammo il vecchio tratturo fino al Ponte della Vecchia.

Ed eccolo lì, vent’anni passati e il suo arco era sempre lì, ci fermammo sotto i piloni della nuova superstrada e ci guardammo in faccia, il più sorridente era Cocò.

Sul Ponte cinque ragazzini tiravano sassi nell’acqua.

-Cocò, ma perchè si voluto tornà qua?-

-Me lo sognavo la notte stu ponte, me lo sognavo la notte e pensavo non ci tornerò più, me lo sognavo la notte e mi pareva rotto, caduto, spezzato come ste gambe che non mi crescono più. Ma è qua, c’è ancora, resiste, è vecchio, è antico ma c’è. Amico me’ nun puoi capire, ma è importante essere qui.

Poi sono partito, torno solo di tanto in tanto al Paese, il primo luogo dove vdo, prima ancora di casa di Mamma e Papà è però il vecchio ponte, fino a quando Lui è lì, Cocò ce la fa, fino a quando Lui è lì posso farcela anche io.

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Sull' Autore

Giampiero D'Ecclesiis (Miles Algo) è un geologo. Forse anche per questo riesce ad amare la profondità dei luoghi e della terra. Poeta e scrittore pubblica i suoi racconti e le sue poesie in anteprima sulla pagina Facebook e sul suo blog. Nel 2008 presenta un libro di sue poesie dal titolo “Fantasmi Riflessi” cui segue, nel 2009, il suo primo lavoro narrativo “Vota Antonio, Viaggio semiserio in una campagna elettorale del 2009” (Arduino Sacco Editore). Nel 2012 per la collana “Scritture in metamorfosi” curata dall’Associazione culturale LucaniArt, pubblica una silloge di poesie dal titolo “Graffi nell’anima”. Con il suo racconto “150° Unità d’Italia – 20 luglio 1915, Isonzo” vince il primo premio della sezione Narrativa adulti del 1° Concorso letterario Nazionale “Premio Carolina D'Araio” e, sempre nella stessa occasione, con la poesia “Salendo al paese” il terzo premio della sezione Poesia adulti. Pubblica “Due avventure di Giovacchino Zaccana viaggiatore” in una raccolta di racconti editi dalla casa editrice Pagine nella collana “Nuovi autori contemporanei”. Nel 2014 pubblica il libro “Ipnotiche oscillazioni ed altre storie” Edizioni Universosud cui segue, nel 2015 sempre con la Casa Editrice UniversoSud, il libro di racconti “Giovacchino Zaccana – Appunti disordinati di viaggio”. Collabora con giornali e con riviste on line pubblicando poesie, brevi racconti e riflessioni di natura sociale e culturale. Ha un rapporto critico con il mondo che lo circonda. E’ curioso, irriverente. Odia ed ama la politica. Preferisce quella di prossimità. E’ capace di animare eventi complessi quando la letteratura, la musica, il teatro e la poesia possono restituire una occasione anche ai luoghi che vive. Così ha fatto rendendosi ‘testimonial’ del bisogno di spazi verdi fruibili nella sua amata Potenza, di luoghi da sottrarre all’amianto, all’incuria e all’abbandono.

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