di Antonio Biscione
IL RIFUGIO
Possiedo una dimora
Tra l’ombra di quei pini,
Laddove ognor s’invola,
Passando i suoi confini,
Quest’anima stordita,
Ch’è vecchia e stanca e morta.
Stremata di sua vita
Ribussa ancor la porta.
Toc toc, chi è, non sento!
Sussurra una voce
Di donna, e soffia il vento
Tra i rami della noce.
Precoce alla domanda
Invita a fare ingresso.
E odora la lavanda,
E il melo ed il cipresso.
La voce tace e giace
Sommessa e disinvolta,
Tra il nuovo e il vecchio e piace,
Domanda un’altra volta:
Avanti, che paura?
Non c’è che il fuoco acceso,
Lontana ogni premura,
E il morto, ed il suo peso.
Qui dentro c’è il ricordo
Dei giorni tuoi più lieti,
Non v’è che un pianto sordo,
Per tutti quei segreti
Che son parole al vento
Di un’epoca sfumata
Nel riso tuo contento
Di qualche ita giornata.
Adesso cosa provi
Guardandoti allo specchio
Con abiti più nuovi,
E sguardo ancor più vecchio?
Dov’è la tua speranza,
E il giuoco, ed il cammino?
L’inverno muto avanza,
Tra l’olmo, il cedro e il pino.
T’attende e non si cura
Dei giorni andati via,
Dell’egra tua premura
Di far della poesia,
Di andare con fierezza
Nel mondo che ti aspetta,
Ti sgrida e ti disprezza,
Poi corre, va di fretta.
Nel giunger della sera
Non resta che che l’incanto
Di un anima che spera,
Tra un riso, un niente, un pianto.
Se n’esce con la Luna,
Solcando la sua biada,
Compagno alla fortuna
Per quella triste strada.
