LA CITTA’ IMPOSTA: L’ARIA PARIGINA DI VIA PRETORIA

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«Parigi a Potenza»

LUCIO TUFANO

                 Parigi a Potenza. Nei magazzini di Vincenzo Caggiano strada via Pretoria n. 46 e 47 – per la stagione Autunno-Inverno sono arrivate le più alte Novità: Mantelle per Signora, Sciarpe, Scialli, Guanti, Maglieria, Pellicceria, Sottane …

                 Specialità in Maglieria per uomo e bambini. Vasto assortimento in stoffe per tappezziere e finimenti.

(“Il Lucano”, 15-16 dicembre 1898 n. 233)

Il divisionismo di Parigi ha trapunto di colori la nebbia per un arcobaleno di stoffe, di cravatte, di calzini per signori, fiori, pampini, glicini per le modiste, cappellini e cappelloni, mutande orlate di pizzi e ricami, mutande a ciambella per le signore che non devono spogliarsi e che hanno pudicizia del proprio corpo, l’ondulazione Marçel, il biondo platino e la permanente, le chiome, i riccioli caldi, il tabacco dolce, i profumi corrotti e le pellicce.

Parigi nel mito remoto è dunque qui con toponomastiche quasi … parallele? Le Folies Bergére in ritagli feuilletons, iperbole pubblicitaria, reclame, il sogno recondito di un’analogia, una finta simbiosi, una cipria ed un coty dal profumiere Di Pietro, l’Hotel de ville e di «zi pupo», Arc de Trionphe e del Muraglione, Notre Dame ed il Duomo, Opera e Stabile, Place de la Concordie e del Sedile, Cimitiére du Montparnasse e di Pascongrande, Montmatre e Montereale, Jardin du Luxembourg e di 18 Agosto, Gare de Lyon e Scalo inferiore, Senna o Basento? Equazioni urbane, raffronto, accostamenti, paradossi: la Tour Eiffel che a Parigi va in alto, qui va sotto, è sepolta, e più la si vuole guardare e più sprofonda. È forse un traliccio tra i «night club» gli Hotels ed i piaceri notturni?

La Tour Eiffel affonda nel mare delle erbe, nel frinire assordante di cicale. Di notte è assediata da mille piccole luci vaganti ed intermittenti.

Charles Boyer è un cameriere dai capelli corvini ben pettinato, olivastro di viso, Jean Gabin è un duro lettore dei contatori della Società Lucana, e Charlot, con pantaloni e bombetta neri, camicia bianca e papillon, è Bisciuline, che spinge un carrozzino di ferri vecchi e fa incetta di cose, bambole, pezze, scarpe, frntumi di vita e di bocconi. Giocattolo rotto, rottame, serba nei pezzi, nei cocci, nei relitti il sogno in frantumi dei derelitti.

Una finestra, invece, è lo schermo che ci proietta le vicende della Legione Straniera, nel deserto del Marocco, il traffico sulla Avenue des Champs Elysées, ed il treno dal sibilo lungo e dalle stazioni affollate, l’Orient Express con i wagon-lits ed i wagon-restaurant, che ferma a Salonicco e ad Istanbul, che corre lungo il Danubio, dal nord delle Alpi alla Transilvania e poi ai Carpazi … fino alle Dolomiti di Castelmezzano. Ecco s’è fermato nei tornanti, nel guscio della Calabro Lucana, dopo la pioggia nelle ristoppie, ed ha preso i solchi che il contadino aveva aratro. Ha deragliato? Invece di arrivare al Bosforo, s’è fermato al fosforo, ai fuochi fatui delle nostre campagne, dei nostri tumuli in fermento … ai fatui tentativi di essere città, regione, economia, di essere storia? I tronconi di binario arrivano fino ai boschi … e le montagne non sono ancora perforate.

Il treno sbuffa con bandiere e capotreno. Nella stazione scendono, valige di cuoio ed abito scuro, i messi di Roma, in principe di Galles gli agenti di commercio, i campionari delle merci, scatole cromate, verniciate, rifinite … voluttuarie presenze del magnifico nord.

1925 – Tra l’antico ed il moderno

Nel regno delle spazzole spelacchiate, dei miseri pennelli, delle pezzuole lerce, il ribrezzo accarezza il collo del cliente, l’aver scorazzato sulle epidermidi sudacchiose ed unte; il maestro soffia l’alito sul naso, e preme i polpastrelli sulla faccia e la pezzuola, non di bucato, né tuffata nell’acqua sterilizzata o nella stufa a vapore, viene ripiegata e ritirata cento volte.

Non vi sono rasoi con manici smontabili, polverizzatori al carbonato di magnesia, cosmetici, pomate, concrea e brillantine, batuffoli di cotone in luogo dei pennelli. Si cosparge il sapone con le dita per ammorbidire i peli del mento.

La barberia di lusso poi si munisce di stufe a vapore sulle quali si poggiano gli utensili dopo le applicazioni. Il pavimento di mattonelle lucide si pulisce con u n panno umido, uno scopettino bagnato, mai a secco di scopa.

Carbonato di soda al cinque per mille, formolo al mezzo per mille con l’ebollizione di un minuto. Per gli altri utensili soluzioni acquose di sublimato al due per mille. Ecco le polveri di qualità, i saponi, le soluzioni per lavande mentre scoppia in Russia la rivoluzione ed in America si elegge il Presidente Wilson e nel cinema muto Rudy Valentino rotea gli sguardi ammalianti e turbatori e si ammirano le smorfie sado/masochiste della Bertini, ecco i contrasti di polvere e di cipria nel giro vorticoso dei piumini.

I merletti dell’appoggiatesta vengono sostituiti dalle garze o dalla morbida carta velina. Viene abolito il rullo ruvido per la pettinatura, il collo del cliente viene lavato con la «scarsella» ed intabarrato dagli asciugamani. Gli impiegati, con fare riservato a volte anche dimesso, entrano ed escono dai saloni per uno spruzzo di colonia ed una lisciatina ai capelli, tramite permanente ai servizi ed ai consumi.

…Invece della cultura del mare, invece della cultura della serie, della fabbrica v’è la cultura dei corridoi, dello stipendio, dell’assistenza, del libretto postale, del risparmio. I salumieri vendono la salsiccia paesana, il prosciutto; la mortadella arriva da Bologna. Modernità ed arcaismo si confondono in molti commerci, in molti deschi perché il grado del sapore si elevi dalla rozza carchiola, dal pane nero, dalla saucicchia, dalla trippa e dal pesante «strascinaro», e si liberi nel gusto raggiunto, nello stadio di signorile civiltà, ripudiando le forme grossolane e cafone del mangiare, col delicato aroma della pastina glutinata, del pane bianco, sfilatino e tramezzino, fino al dado per brodo.

Modernità ed arcaismo si confondono in molti commerci. Nel caffè-drogheria Dragone si tosta il caffè. Le pasticcerie Brucoli e Viggiano offrono in vetrina, orsacchiotti e topolini di cioccolata, gatti e pesci, rotoli di caramelle in carta colorata e cellophane, pacchetti con nastro, sacchetti di confetteria e di noccioline.

La domenica, afflusso in chiesa, al cimitero, nei bar. Ma la città vive pienamente la grande festa, in particolare quelle di S. Gerardo e di Natale e per le vacanze estive. I pulmann partono ed arrivano per gli studenti che ritornano nei paesi. I balli e le feste si susseguono. Il borgo di S. Rocco e quello di S. Maria sono ringalluzziti fino a settembre. Nell’inverno, anemico, piovoso e vecchio, ritornano campagnoli. Il centro potentino negli anni 20/30 è un piccolo universo di vita impieggatzie, rurale, urbana, straordinariamente diversificato e ricco di singolarità. Il microcosmo di Potenza si muove lentamente, borgo e campagna stanno mettendo pelle nuova. Le case si moltiplicano e la ricomposizione fondiara degli anni 50, ha livellato le scarpate, le ha eliminate.

Spesso, quasi sempre la città è contro la gioia, contro che manifesta l’innocente consapevolezza di amare la vita. Allora streghe malefiche, démoni invisibili ti cucinano, ti trafiggono, ti strappano gli abiti, ti graffiano … La mediocrità, il piattume, l’eguaglianza ed il livellamento hanno prodotto l’insoddisfazione come male sociale, la nevrosi del «niente per me, niente per nessuno». Migliaia di braccia si alzano dalla palude per afferrare che ne emerge, per farlo ridiscendere nel fondo. La fatica disperata di salvarsi è quasi sempre vana.

Sembra che ognuno viva nella sua casa, nel suo mondo di affetti pieni o vuoti, nel suo ufficio; ma v’è un costante modo di controllarsi, di vivere la vita dell’altro, d’informarsi l’uno dell’altro, di invidiarsi, di regolamentare i propri passi, i propri acquisti, le proprie posizioni e carriere, la propria tensione di vita, la propria anemia di morte, la capacità di sorriso spontanea o artefatta.

Il destino biblico dei ceti grigi, l’olocausto dei borsalini, dei cappotti, dei vestiti a doppio petto, degli ombrelli, si spiega in tutta la sua lunga, monotona routine.

Quando stanno per finire il servizio, gli impiegati hanno anche esaurito la loro carica vitale, le motivazioni e le pulsioni, non hanno più gusto, fantasia, entusiasmo, non sanno più vivere, sono in preda ad un imprevedibile, strano tonfo nell’anonimato, nel tedio, nel dimenticatoio.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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