E’ immobile lì, su quella piccola collina di scisti argillosi che si affaccia sul fiume Agri da tempi immemorabili, la sua ghianda si era schiusa quando c’era ancora il Re, quando le carrozze facevano polvere sulla vecchia strada che a tratti ripercorreva l’antica via Herculia, e il fiume Agri, placido scendeva verso lo Ionio senza interruzioni.
Il vecchio Cerro era stato giovane, stagione per stagione aveva cambiato le sue foglie osservando intorno a sé il mondo che cambiava, cavalli, carrozze, strade, automobili, autobus, camion, scavatrici, diga, lago, aveva guardato intorno a sé ritornare i contadini, quelli che il nonno del nonno del nonno aveva visto andar via dalla valle abbandonando Grumentum per salire sulla montagna e difendersi meglio.
E il nonno l’aveva raccontato al nonno e Lui all’altro nonno e così di generazioni in generazione il ricordo della terra albero ad albero era giunto fino al Cerro della Collina.
Il Cerro della Collina, così veniva indicato con rispetto dagli animali del piccolo bosco ormai residuo che gli faceva da cornice e dalle poche mandrie sparute che ancora transumavano nella valle usandolo come punto di riferimento.
Un albero antico è abituato a stare da solo, rimurgina i suoi pensieri per mesi e il suo ritmo è scandito dalle stagioni e dagli anni, autunno, inverno, primavera, estate, pioggia, neve, sole, giorno, notte.
Ogni giorno passato è una cicatrice sulla sua corteccia, ogni foglia caduta una cicatrice sul cuore, ogni ghianda a terra una speranza di vita.
Quella mattina il silenzio del Cerro fu rotto da un crepitare di terra, l’aspettava da tempo, l’aveva tenuta d’occhio quella piccola ghianda, l’aveva vista cadere non troppo lontano, l’aveva vista scomparire sotto appena un velo di terra e l’aveva sentita, da sotto terra, germinare piano, quella mattina, un filino di verde appena nato spuntò dal terreno, unico vagito il sommesso crepitare del suolo che lo lasciava emergere scostandosi piano.
Chinò la chioma imponente il Cerro della Collina e disse alla piantina
-Benvenuto-
-Ciao- disse la piantina – Tu chi sei?-
-Sono tuo Padre-
-E mia madre?-
-Tua madre è la terra che sta sotto di noi che è anche mia madre e mia nonna e tua nonna, lei solo è eterna noi ci alterniamo-
-Buongiorno Padre, che fai?-
-Io muoio, tu nasci, il cerchio si chiude.
Rimase ancora a lungo il Cerro della Collina al suo posto, la sera raccontava le storie del nonno del nonno alla piantina che si era fatta alberello, stagione dopo stagione, pioggia dopo sole, giorno dopo notte fino a quel giorno.
Il mattino era chiaro e il sole estivo era già sorto illuminando la sua potente chioma verdissima estiva, il rumore cominciò presto, inconfondibile, seghe a motore che tagliavano e si facevano spazio, caddero ad uno ad uno i piccoli alberi del boschetto che gli faceva da cornice, piansero tutto il giorno lamenti di legno e arsero la notte pire funerarie, il mattino del giorno dopo arrivarono al Cerro e prima di lui all’alberello.
Lo tagliarono con un colpo di sega, era troppo piccolo e giovane per fare fatica poi, davanti al Cerro imponente si fermarono.
Il funzionario della Forestale fu inflessibile: Il Cerro non si tocca!
E lo lasciarono lì, a guardare lo scempio dell’alberello che aveva con cura aspettato, stavano tutti per girargli le spalle e andar via quando, d’un tratto successe.
Cadde una foglia……poi un altra…….poi un altra…..e ancora, ancora, ancora, ancora, inondando gli uomini e il Forestale di piogge di quercia verdissime che semplicemente si staccavano dai rami e cadevano giù.
Gli uomini si allontanarono dal Cerro e lo guardarono meravigliati, un bambino dal limite del bosco disse alla madre
-Mamma guarda, il Cerro della Collina piange.
Non è rimasto più nulla sulla collina, il vecchio Cerro dopo un mese era già secco e spaccato e ad ottobre un fulmine pietoso lo colpì e lo mise a fuoco, di tanto in tanto, il bambino sale sulla collina e butta un occhio al terreno e aspetta.
Ha piantato una piccola ghianda lì dove c’era il vecchio Cerro. Aspetta.
