LA STRADA DALLA PALUDE

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Se stai passando tra le fiamme dell’inferno, continua a camminare” ho letto qualche giorno fa su un social network. Ci pensavo stasera. Guido in modo meccanico, la strada che faccio per tornare a casa dopo il laboratorio teatrale la so a memoria ed ha ad un certo punto una bella discesa, che mi trasmette – chissà perchè – un senso di pacatezza, di serenità. Tutto va bene, tutto sta andando come deve andare. La musica dei Dinosauri mi racconta di un amico che non c’è più (“dove sei, adesso, Tex | a chi stai sparando, Tex”) con una ballata lenta e struggente, è il mio pezzo preferito dell’intero album. Ieri si è chiuso il laboratorio di introduzione al metodo Linklater “per liberare la voce naturale”: un lavoro meraviglioso, che mette insieme anatomia, psicanalisi, teatro, consapevolezza di sé e del posto che si occupa nel mondo.

E qual è il mio posto? Beh, certo non è quello che occupavo fino a qualche mese fa, in nessun senso, né personale né lavorativo. Faccio un gran sospiro, come ci hanno insegnato, e lascio che la testa viaggi da sola, associando immagini e sensazioni.

Ero in trappola. Sì, lo ero.

Mi lasciavo intossicare giorno dopo giorno, una goccia di veleno per volta, come fanno i ragni australiani con le loro prede. Torpore, paralisi, morte. Bisogna vedere le cose da una qualche distanza, per rendersene conto. E il veleno si portava dietro i suoi soci in affari: il lamento sul destino cinico e baro, la tristezza, una bava di depressione per fortuna mai conclamata, ma di cui sentivo tutta la pericolosa vicinanza. Mi aggrappavo a quello che amavo: scrivere, stare con le amiche di sempre cercando di non ammorbarle, camminare, poi cominciare a correre. La corsa è stato il primo segnale che qualcosa si sbloccava: finalmente un’attività la cui riuscita dipendeva solo da me. E correvo, aggiungendo un metro ogni volta. Arrivare la traguardo, l’unica opzione contemplata. La fatica non esiste, il dolore non esiste.

Poi, è arrivato il teatro. Frequentare seriamente un laboratorio è una cosa tutta diversa da come la si immagina. Si lavora sulla pulizia ed economia del gesto, sulla qualità del movimento, e tanto, tanto prima di arrivare ad una parola. Si connettono le emozioni con gli occhi, si impara a guardare davvero qualcuno per parlargli senza parlare. E si impara anche il contrario, ovvero come si fa a non guardare. A non incrociare mai lo sguardo di chi non vuoi vedere. Si impara la durissima disciplina del dovere, della puntualità, del rispetto degli altri che diventa rispetto per sè stessi. Si impara a non mollare, mai.

E lentamente, ma inesorabilmente, la ruota ha ricominciato a girare. Cigolando penosamente, ma ha cominciato a muoversi. Taglia, mi diceva quel cigolio. Scappa, puoi ancora farlo. L’ho fatto. Come il protagonista di “127 ore” mi sono tagliata un braccio per non morire, solo che a me il braccio è ricresciuto. Ho assaporato la rinascita, l’inconfessabile sollievo, la lucidità che tornava poco a poco come l’acqua in una fontana riaperta. Ho fatto lunghe sedute di meditazione nelle quali visualizzavo la pioggia che portava via le scorie, e le trascinava in un tombino. Il posto giusto. Ho chiuso fuori il freddo, e la neve. Sono tornate la fiducia, la primavera, i fiori in boccio, il calore, la forza. Una forza con la quale posso spostare le montagne, adesso. E’ tornato il futuro, un nuovo lavoro, qualche timido successo in imprese che mi vedono impegnata da mesi. Ho riguardato con immensa tenerezza a quella donna bloccata e semi paralizzata, che però comunque andava in giro inventandosi disperatamente cose da fare, cose più grandi di lei, cose immense visionarie e futuribili. Come facesse a farlo, non saprei, però lo faceva, attingendo alle ultime energie, come agli ultimi risparmi.

Se stai passando tra le fiamme dell’inferno, continua a camminare“. Ecco, forse ho solo continuato a camminare. Una gran fortuna, non essermi seduta a riposare.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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