Lingua e cultura di Oppido Lucano: patrimoni da salvaguardare.

0
  1. La lingua di Oppido Lucano

 Il nome Oppido Lucano Òppëtë [ˈɔp:ətə], toponimo attestato nei documenti di epoca medievale fin dal XIV secolo, viene riassegnato al paese in epoca fascista con un regio Decreto del 1933, prima di allora il nome era stato cambiato in Palmira con un altro Regio Decreto del 1863. Quest’ultima denominazione, rimasta in vigore per sessant’anni è ancora conservata nella memoria collettiva, infatti, nel I Volume dell’Atlante Linguistico della Basilicata (A.L.Ba.) è stata registrata anche la forma Palmirë [palˈmirë].

Il Dizionario di Toponomastica ci informa che Oppido deriva dal latino OPPIDUM ‘luogo fortificato, castrum’, ma aggiunge che resta incerta l’epoca di assegnazione del nome il quale, con ogni probabilità, non è ereditato direttamente dal latino ma attraverso la mediazione normanna. Il dato sembra confermato da quanto scrive lo storico F. Giannone, secondo cui a erigere il locale castello furono proprio i Normanni nell’XI secolo come baluardo difensivo contro i Bizantini stanziati in Puglia.

La lingua oppidese uppëtanë [up:əˈtanə], come la maggior parte delle lingue lucane, deriva dal latino volgare, cioè parlato. Questa filiazione appare ancora oggi immediatamente evidente da diversi elementi dialettali in particolare d’ambito morfologico e lessicale.

In ambito morfologico, ad esempio, l’oppidese conserva la forma latina plurale SORORES ‘sorelle’ che in dialetto diventa sërurë [səˈrurə] ‘sorelle’. Altra analogia riguarda la flessione di genere dell’aggettivo ‘due’ che in latino presentava al maschile la forma DUOS e al femminile la forma DUAS, in oppidese invece l’aggettivo registra rispettivamente la forma dui [ˈdui] ‘due’ al maschile e la forma dói [ˈdoi] ‘due’ al femminile. Sempre in ambito morfologico registriamo, come in latino, il genere neutro per i nomi di materia. Il terzo genere nell’oppidese si differenzia dal maschile perché presenta un articolo diverso ru [ru]rispetto al maschile lu [lu]e rafforza la consonante iniziale, pertanto si hanno forme neutre come ru llattë [ru ˈl:at:ə]‘il latte’, ru mmélë [ru ˈm:elə]diverse da forme maschili come lu mésë [lu ˈmesə]‘il mese’.

In ambito lessicale le analogie tra l’oppidese e la lingua madre sono ancora più evidenti, le indagini A.L.Ba. hanno registrato tipi lessicali come cunzuprinë [kunʣuˈprinə] ‘cugino’, diretta continuazione del latino CONSOBRINUM, prenë [ˈprenə] ‘incinta’ dal latino PRAEGNA, craië [ˈkrajə] ‘domani’ dal latino CRAS, dijë [ˈdijə] ‘giorno’ dal latino DIEM.

Un altro tipo di analogia, per così dire “strutturale”, è stata registrata nella resa oppidese del verbo ‘sposare’ che presenta due tipi lessicali diversi a seconda che si riferisca ad un uomo o ad una donna. Nel primo caso è stata registrata la foma accasà [ak:aˈsa] ‘sposare (riferito ad un uomo)’, nel secondo caso la forma ammarëtà [am:arəˈta] ‘sposare (riferito ad una donna)’. Anche in latino l’idea di sposarsi veniva espressa con due verbi diversi, che erano il verbo DENUBERE per la donna e il verbo DUCERE accompagnato dal sostantivo UXOREM per l’uomo.

Ora, tra i tipi lessicali presentati, alcuni come ad esempio dijë e kraië sono ancora ben attestati e vitali, gli altri, invece, cunzuprinë, prenë, accasà e ammarëtà oggi sono ormai poco utilizzati e le uniche persone che ancora ne conservano memoria sono gli anziani. Nei parlanti più giovani, invece, queste forme arcaiche sono state sostituite dai continuatori dell’italiano, si avranno dunque forme come cugginë [kuˈd:ʒinə] ‘cugino’, ingindë [inˈʤində] ‘incinta’, spusà [spuˈsa] ‘sposare’.

Le dinamiche di perdita evidenziate da questi termini sono, purtroppo, piuttosto diffuse nell’oppidese come mostrano anche gli esempi seguenti:

Termine arcaico Termine innovativo ricalcato sull’italiano Traduzione

šòššë [ˈʃɔʃ:ə]

nònnë [ˈnɔn:ə] ‘nonno’

nannë [ˈnan:ə]

nònnë [ˈnɔn:ə]

‘nonna’

tattë [ˈtat:ə]

papà [paˈpa]

‘padre’

éntrëchë [ˈentrəkə]

cuššinë [kuˈʃ:inə]

‘cuscino’

cëròcënë [ʧəˈrɔʧənə] cannélë [kaˈn:elə]

‘candela’

Gli esempi passati in rassegna rappresentano soltanto una piccola parte della ricchezza culturale custodita dalla lingua oppidese, indissolubilmente legata alla storia e alla cultura del suo territorio e che si configurano come un elemento identitario importantissimo, perché permettono di ricostruire quello che doveva essere il sistema di pensiero e la vita della società del passato.

La scomparsa di queste parole impoverisce la lingua locale e la rende una brutta copia dell’italiano facendole perdere la sua autenticità.

Proprio allo scopo di salvaguardare e tramandare questo immenso patrimonio è stato istituito il Centro Interuniversitario di ricerca in Dialettologia (CID) che continua il lavoro decennale intrapreso dal Progetto A.L.Ba..

 

Oppido Lucano, S. Antuono, affresco della crocifissione

2. Uno sguardo all’A.L.Ba.

Il matrimonio ha sempre rappresentato una tappa importante della vita dell’uomo.

Al giorno d’oggi, questo momento è diventato, da un lato, quasi una gara allo sfarzo, un passaggio talvolta formale, o forzato. Dall’altro lato, però, quest’evoluzione, specie sul versante femminile, ha prodotto una maggiore consapevolezza nell’affrontare questo passo.

Diversa è la situazione in una società i cui punti cardine sono sempre stati il lavoro (per lo più contadino), la religione e la famiglia; qui il matrimonio è il passaggio della vita che comporta grande spirito di sacrificio, materiale e morale.

Di seguito ricostruiamo il corredo lessicale, presente ad Oppido Lucano, inerente al matrimonio.

Partiamo dal termine che indica il matrimonio, spunzalizië [spundza’lid:zjə] con la sua variante fonetica spusalizië [spusa’lid:zjə],  a cui si affianca il tipo nòzzë [‘nɔt:sə], che registra, però, una minore frequenza d’uso ed è sicuramente indotto dall’italiano, come possiamo notare dalla carta n. 45 della prima sezione del IV volume dell’A.L.Ba., con la rispettiva legenda.

Indispensabili dal punto di vista materiale erano, poi, il corredo (pannë [‘pan:ə]) e la dote ((d)ótë [‘δotə]), entrambi indicatori di maggiore o minore ricchezza della sposa.

Erano costituiti dai “panni”, lenzuola, biancheria e similari. Più era ricco il corredo, maggiore era evidentemente la disponibilità economica della famiglia.

La dote, invece, comprendeva gli immobili e il denaro.

Carta n. 43, vol. IV, sez. I                         Carta n. 44, vol. IV, sez. I

Si scoprono cose molto interessanti quando si passa in rassegna il verbo “sposare”.

Infatti, come si può notare nelle carte 39 e 40 dello stesso volume dell’A.L.Ba., la voce cambia a seconda del sesso a cui ci si riferisce.

Per l’uomo, “Ti sposi” è t_accasë [t‿a’k:asə], ovvero “metti su casa”.

Per la donna, invece, è t_ammaritë [t‿am:a’ritə], ovvero “prendi marito”.

Per entrambe le voci, però, ve n’è una in comune, registrata in legenda, più vicina alla neutralità dell’italiano: të spuósë [tə ‘spwosə].

Carta n. 39, vol. IV, sez. I                              Carta n. 40, vol IV, sez. I

3. Festività e tradizioni culinarie a Oppido Lucano.

Oppido Lucano è un paese ricco di tradizioni culinarie che condiscono i momenti più significativi dell’anno. Il periodo natalizio è legato alla tradizione l’ accësiónë dë lu puórchë [ də l ͜  at:ʃə’sjonə də lu ‘pworkə] “dell’uccisione del maiale” che tradizionalmente avviene il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, Sandë Stèfanë [‘sandə ‘stɛfanə]. Anticamente, la possibilità di allevare un maiale era sinonimo di benessere, considerata la grande quantità di prodotti a media e lunga conservazione che esso fornisce. Tipici della tradizione di Oppido sono: sauzịzzë [sau’tsɪt:sə] “salsiccia”, subbrëssatë [sub:rə’s:atə] “soppressata”, pëzzèndë [pə’t:sɛndə] “pezzente” (tipica salsiccia fatta con carne grassa, nervi e scarti), prësụttë [prə’sʊt:ə] “prosciutto”, capëcuóddë [kapə’kwod:ə] “capocollo”, ngandaratë [ŋganda’ratə] “tipica carne essiccata e affumicata”, suzë [‘sutsə] “gelatina”, mugliatiéddë [muʎ:a’tjed:ə] “involtini di interiora”, crudindë [kru’dində] “soffritto”. Durante le festività natalizie, ogni casa è ricca di una grande quantità di dolciumi tipici: rë scarpèddë [rə scar’pɛd:ə] “pasta fritta guarnita con zucchero semolato” (di cui esiste anche la versione salata con le alici), rë ppèttulë [rə ‘p:ɛt:ulə] “le pettole” (ghirlande di pasta, fritte e guarnite con il miele), sanguinaccë [sangui’nat:ʃə] “sanguinaccio”, dolciume fatto con: sanghë dë puórchë, [‘sangə də ‘pworkə] “sangue di maiale”, ciucculatë [tʃuk:u’latə] “cioccolato”, mènëlë [‘mɛnələ] “mandorle”, cannèllë [ka’n:ɛl:ə] “cannella”, pépë (g)aròfënë [‘pepə ɣa’rɔfənə] “chiodi di garofano”.

A Oppido, il periodo pasquale è legato a diverse usanze e tradizioni. La domenica delle Palme, era il giorno in cui le coppie sancivano la loro unione ufficiale e celebravano i prumèssë [i pru’mɛs:ə]“la promessa di matrimonio”. La madre del promesso sposo si recava a casa dei consuoceri e regalava alla futura nuora nu lazzë d’órë [nu ‘lat:ʃə ‘d ͜   orə]“un laccio d’oro”, più lungo era il laccio, più alto era il ceto sociale della famiglia del futuro sposo. Il giorno di Pasqua la pietanza tipica era costituita dal finocchietto selvatico, cotto nel brodo dell’agnello, fënụcchië pu u bbródë dë ainë [fə’nʊk:jə pu u ‘b:rodə də ‘ainə]. Nel pranzo pasquale non può assolutamente mancare lu cauzónë [lu kau’tsonə]“il calzone dolce” fatto con pasta sfoglia ripiena di ricotta di pecora dolce e tuorlo d’uovo.

 Molto sentita a Oppido è la festa in onore dë a Madònnë dë u Bbelvedérë [də a ma’dɔn:ə də u b:ɛlve’derə] “della Madonna del Belvedere” che cade il martedì di Pasqua. Secondo la tradizione, la Madonna sarebbe apparsa a un pastore che si trovava con il suo gregge nei pressi del monte della Purità altrimenti detto  “Monte del Belvedere”. Costui per devozione avrebbe scolpito nel legno a statuë [a ‘statuə]“la statua” della Madonna che oggi viene portata in processione. In occasione della festa, il paese si ritrova sul Monte e consuma le tradizionali scarcèddë [scar’tʃɛd:ə], dolci fatti con lo stesso preparato dei calzoni, pasta sfoglia e ricotta, ma modellati a forma di borsetta e decorati con figure pasquali.

4. L’ADL di Oppido Lucano

ADL_Oppido Lucano

Curatori:

La lingua di Oppido Lucano: Francesco Villone 

Uno sguardo all’A.L.Ba.: Vita Laurenzana

Festività e tradizioni culinarie a Oppido Lucano: Potito Paccione

L’ADL di Oppido Lucano: Teresa Carbutti

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Lascia un Commento