MALINCONIA

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FRANCESCA BERILLO

IL CIRCOLO DI Q

“So che scrivo perché forse non so vivere” è la frase di una canzone di Roberto Vecchioni.
Da sempre mi sono rispecchiata in queste parole che per me sono divenute con il tempo quasi una giustificazione.
Da sempre ho avuto l’abitudine di annotare i miei pensieri, dapprima per liberarmene involontariamente, mentre in un secondo momento per riordinare ciò che nella testa mi sembrava inusuale e successivamente comprendermi.
Poco fa ho ritrovato un vecchio diario scritto tra i dodici e i quattordici anni. Questo è uno degli estratti che mi ha immediatamente ricordato la sensazione che mi spinse a scriverlo. Naturalmente lo stile non è lavorato, forse un po’ crudo e non rifinito.
Sorrido e temo le mie riflessioni.
Non sono cambiata.

 

22.40

“Provavo disappunto, e un’infinita agonia, proprio quella che mi germogliò nel petto durante la mia infanzia, tenera e inafferrabile, adesso conficcava le sue radici sempre più in basso.
 Mi perforava lo stomaco, non avevo più fame. Non avevo più sete. Non avevo più sonno.
Ridevo, vagamente, come quei biglietti d’auguri che suonano e strillano ogni qual volta che vengono aperti.
Rispondevo ai comandi, senza obbedienza, ma per obbligo.
Non ero favorevole al dialogo perenne e agli illimitati scambi d’idee.
Mi inginocchiavo molto di più al silenzio e allo stesso tempo veneravo il caos.
Anche se in verità l’ateismo si adattava perfettamente alle mie attitudini di vita, credevo in qualche Dio nascosto tra le questioni invisibili che non avremmo mai capito noi umani, stilizzati in una forma d’amore borghese, sempre da me disprezzato e messo in ridicolo.
C’erano più probabilità di esistenza per gli alieni, o per gli spettri, che per l’amore.
E capitò più di una sera che, in preda ad un senso di noia, lo avessi chiesto per strada, lo avessi elemosinato a qualche passante.
Tirandone le somme, ricevetti qualche misero sguardo, due sorrisi e dieci bugie.
Orbite senz’occhi,  in cui potevo annegarci dentro, annaspando, in cerca della superficie. Non trovai più ossigeno, e così mi trasformai in un pesce, le ferite come branchie e niente più cieli coperti di stelle, soltanto distese d’umidità salata.
Labbra modellate nel verso sbagliato, smorfie e maschere di carnevale con tutta l’inquietudine d’uno scherzo non divertente.
Ma non dimenticherò mai il sapore pungente delle bugie che ho inghiottito.
E quasi come contrappasso, o astuta vendetta, esse venivano trasformate e rigettate dalla mia bocca ancor più fini e realistiche.”

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