Sulla dolce collina la tolleranza
posta all’angolo muto della bocca
minaccia il silenzio opaco
che vien giù dalla rupe
scritti o scarabocchi
dell’utile straccione
tutore del sapiente luminare
Ripacandida seducente
dalle viste filiformi
dove l’occhio ricama il pensiero
e i fumi sperduti dai camini
riscaldano le anime perse
con le parole che han avvinto la storia
sembrano or ora che partono ancora
mi rimani solo tu
Paese natio del mio cuor
null’altro
che gli anni scapestrati
dove rinvengono d’umili ardori
tanto somiglianti alle pietraie aride
ceppi e grafia delle remote facce
la maestria delle tue genti
artigiani dalle mille mani
donne e utensili, muli e cani
il canto e la vigna al sole
e tu luna sopra il monte
adagi il bagliore sulle spalle stanche
come balsamo l’attimo d’amor
dalla raccolta “Il mio Paese è quello che mi resta” di Luigi Gilio
