ASCESA AL PICCO DEL DIAVOLO

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GIAMPIERO D’ECCLESIIS

Giampiero D'Ecclesiis ASCESA AL PICCO DEL DIAVOLOLa base bruna di lave incrociate, con lame e cordame di roccia, testimone di antiche colate vulcaniche, è lì, intatta, preservata dal clima gelido e secco di questa parte del mondo, la guida mi guarda con quel suo sguardo enigmatico e quegli occhi grigi come frammenti di ghiaccio incastonati su quel viso di cuoio conciato da anni di sole, di ghiaccio, di freddo, di caldo in cui le rughe, marcate da un colore meno scuro, disegnano una maschera, come un immagine in negativo su una vecchia pellicola a colori.

Il williwaw scende veloce dai fianchi del picco e mi brucia la faccia col gelo più profondo, gli occhi tra un velo di lacrime, mettono a fuoco la direzione di marcia, blocco i ramponi da ghiaccio e, con un cenno, dò inizio alla marcia.

Camminare su una colata lavica è disagevole, picchi e spigoli acuti, affilati, minacciano sempre la marcia, tagliano le carni del viaggiatore incauto, rompono le attrezzature, consumano corde. Arranchiamo con fatica esposti al vento tagliente, facendo attenzione all’appoggio dei piedi tra roccia bruna e ghiaccio sporco.

Sudo nonostante il freddo intensissimo e, mentre mi si ghiacciano gli umori sulla barba e sulle sopracciglia, caracollo in avanti con la faccia di un buffo Babbo Natale puntando verso i limiti del campo lavico laddove inizia la parete e, finalmente, la mia arrampicata.

Alla base del picco sosto un attimo a guardare dal basso la parete bruna che mi sovrasta con pochi spuntoni ed anfratti, alla mia destra una cascata immobile di ghiaccio, fermo immagine di un fiume bloccato dal gelo.

Ci infiliamo tra colonne di basalto su per un diedro, risalgo facilmente i primi metri, fino a quando questo si fa più ripido e liscio poi, con fatica, guadagno uno scaffale alla mia destra ci entro dentro.

Una liscia placca a sinistra, l’attraverso a vado su, pochi metri e sono ad una sosta, un tempo c’erano degli alberi qui, ne scordo le tracce, probabilmente strappati via da una frana o tagliati da altri alpinisti

Riprendo il diedro, che ora è fessurato. Con una intensa manovra dulfer ci portiamo sotto uno strapiombo. Una stretta fessura obliqua, quasi orizzontale, incide la parete che strapiomba verso un ripiano.

Saliamo sulla fessura immediatamente sopra la sosta e l’affrontiamo ancora con una dulie, più in alto la via diventa più facile, ma sprotetta.

Arrivo allo sbocco della via del camino su una cengia rocciosa che guarda sullo strapiombo che abbiamo appena superato e su cui si apre la vertigine verticale che ci aspetta per giungere fino alla vetta del Picco del Diavolo.

Ho fame, ci arrampichiamo già da due ore, ci sediamo insieme con i miei due compagni silenziosi, il più piccolo dei due armeggia con lo zaino e accende un fornelletto a gas per bollire dell’acqua, il ghiaccio fonde nel pentolino e, dopo aver raggiunto l’ebollizione, si mescola con polvere di caffè, macinata grossa, e sprigiona tutta la sua magia odorosa.

La mia tazza fumante è il caleidoscopio da cui guardo, seduto al bordo dello strapiombo, verso la valle nera di pietra lavica che contorna il picco roccioso, estremo testimone del cuore di un antico vulcano il cui nervo vitale è stato portato alla luce erodendo strato per strato tutto l’edificio fino al suo cuore purissimo di basalto.

Tra il vapore che emerge dalla mia tazza, i campi di lava ritornano ardenti.

Saliamo ancora, due ore e poi ancora due, il gelo si fa intenso.

Durante l’ascensione mi ritorna continuamente una grande sensazione di freddo. L’intera salita si svolge sul versante settentrionale e solo sull’acrocoro sommitale ci aspetta il sole. Sospirato sole.

Quanto ti ho desiderato durante la salita immerso in quest’aria fredda, gelida.

I miei compagni ansimano, rivestiti di ghiaccio: Compagni di ghiaccio.

Con uno sforzo finale, inumano, raggiungo la sommità della parete e, finalmente, spengo la tensione sui miei tendini tesi durante la scalata, anche il primo dei miei compagni di ghiaccio, sta per concludere le sue fatiche. Una stretta di mano, un abbraccio, quasi un ricongiungersi tra fratelli sulla soglia della porta di casa, che ti aspetta, calda e accogliente.

La sommità del picco è un piccolo ripiano gelato, un mini inferno gelato dove anche il diavolo risiede di rado, al suo posto regna il ghiaccio.

Il gelo ti mangia il corpo piano, non te n’accorgi e continua a mangiarti vivo, inesorabile anche mentre ti illudi nel poco calore apparente del sole.

Siamo a -40 il gelo mi sta per addormentando le dita dei piedi e parte della mano sinistra, cerco di proteggermi il naso, i miei compagni mi fanno segno che dobbiamo scendere, qui sulla sommità del picco spazzato da venti gelati non si resiste, guardo per l’ultima volta poi, senza rimpianti, volto le spalle alla cima.

E’ tutto finito, sono seduto all’interno della mia tenda sorseggiando piano il te da una tazza calda, la mano sinistra mi duole, il pollice è nero così come le dita del mio piede destro, dovrò andare in ospedale ma qui non c’è ambulanza, né strada. Domani andrò con Miguel, il primo dei miei due compagni, verso il campo base e di lì, con il fuoristrada, cercheremo di arrivare verso la città più vicina. Sono contento che il mio naso non si sia congelato, chissà se riuscirò a conservare tutte le dita del piede, guardo dei salsicciotti nerastri sconsolato.

Fuori il silenzio è assoluto, il vento catabatico suona la sua melodia continua accompagnato dai fruscii delle tende, alla base del giallo tremulo della fiammella di una candela rivedo l’azzurro infinito degli occhi di mia figlia, il suo odore, buono, mi riempie le narici ma è solo suggestione. Chiudo gli occhi e la immagino a migliaia di chilometri di distanza ed è forte la voglia di tornare.

Apro gli occhi, dal mio letto la stanza di Giulia è solo a tre passi. Dorme col viso sereno e il respiro regolare, le sfioro la gota col naso che saturo del suo profumo mi trasmette felicità mentre il mio cervello libera endorfine.

Bevo, che sete! Saranno stati i peperoni della cena? Che arsura!

L’orologio segna le 2,45 del mattino.

Me ne torno a letto.

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Sull' Autore

Giampiero D'Ecclesiis (Miles Algo) è un geologo. Forse anche per questo riesce ad amare la profondità dei luoghi e della terra. Poeta e scrittore pubblica i suoi racconti e le sue poesie in anteprima sulla pagina Facebook e sul suo blog. Nel 2008 presenta un libro di sue poesie dal titolo “Fantasmi Riflessi” cui segue, nel 2009, il suo primo lavoro narrativo “Vota Antonio, Viaggio semiserio in una campagna elettorale del 2009” (Arduino Sacco Editore). Nel 2012 per la collana “Scritture in metamorfosi” curata dall’Associazione culturale LucaniArt, pubblica una silloge di poesie dal titolo “Graffi nell’anima”. Con il suo racconto “150° Unità d’Italia – 20 luglio 1915, Isonzo” vince il primo premio della sezione Narrativa adulti del 1° Concorso letterario Nazionale “Premio Carolina D'Araio” e, sempre nella stessa occasione, con la poesia “Salendo al paese” il terzo premio della sezione Poesia adulti. Pubblica “Due avventure di Giovacchino Zaccana viaggiatore” in una raccolta di racconti editi dalla casa editrice Pagine nella collana “Nuovi autori contemporanei”. Nel 2014 pubblica il libro “Ipnotiche oscillazioni ed altre storie” Edizioni Universosud cui segue, nel 2015 sempre con la Casa Editrice UniversoSud, il libro di racconti “Giovacchino Zaccana – Appunti disordinati di viaggio”. Collabora con giornali e con riviste on line pubblicando poesie, brevi racconti e riflessioni di natura sociale e culturale. Ha un rapporto critico con il mondo che lo circonda. E’ curioso, irriverente. Odia ed ama la politica. Preferisce quella di prossimità. E’ capace di animare eventi complessi quando la letteratura, la musica, il teatro e la poesia possono restituire una occasione anche ai luoghi che vive. Così ha fatto rendendosi ‘testimonial’ del bisogno di spazi verdi fruibili nella sua amata Potenza, di luoghi da sottrarre all’amianto, all’incuria e all’abbandono.

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