Per un’estetica della munnezza di Evilia Di Lonardo

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di ROCCO PESARINI

Le scene di sporcizia ed abbandono dei rifiuti, seguite al quasi “libera tutti” in questa emergenza Covid 19, hanno indignato, scandalizzato, schifato una parte (credo ampia) della cittadinanza potentina, me in primis, con richieste di sanzioni esemplari, di aumento di controlli e di lezione di senso civico da impartire a chi, pare, non riesca a divertirsi compiutamente se non lascia in giro la propria munnezza.

Ecco perchè pubblico, con grande piacere, alcune considerazioni della mia amica Evilia Di Lonardo proprio su un'”estetica della munnezza”.

“Lockdown finito.

Ci siamo chiesti tante volte cosa avrebbe cambiato nella nostra visione del mondo. Meduse nei canali di Venezia e delfini nel porto di Napoli. Le città deserte nella loro stupefacente bellezza.

Bellezza silenziosa dove ogni singolo elemento non viene offuscato dal chiasso brulicante di turisti “calzini di spugna bianchi”. Ma di due mesi non ci è rimasto nulla; nulla della paura di un supermercato, nulla dei camion militari, nulla dei bollettini giornalieri, nulla della musica di Piazza Navona. Fagocitati nell’abitudine di vite da film, di finali a lieto fine e di una velocità che non permette di elaborare il reale.

Ecco, nemmeno di quella malinconica e imponente bellezza delle città vuote abbiamo fatto tesoro. L’estetica che ha reso grande l’Italia lascia il posto a una massa di codice binario vorticoso che fotografa “non luoghi” violentati da spazzatura e cartacce.

Non molto interessante e ricco è il dibattito sui famosi “cartoni” della pizza et similia: punizioni, repressione e multe.

Non siamo abituati a decifrare la marea di simboli in cui siamo immersi. Non siamo più abituati a guardare oltre il rumore di fondo che ci preferisce cafoni e maleducati al posto di responsabili e civili. Una civiltà imposta per dovere e non per sentimento.

Perché anche “la bellezza ha l’obbligo di essere insegnata.  Perché il diritto alla bellezza della città è uno dei diritti fondamentali dei cittadini; il diritto, per tutti gli individui e per tutti i gruppi sociali, di vivere in un luogo che essi riconoscano piacevole, attraente, stimolante, un luogo dove non sia opprimente trascorrere gli anni della propria vita” (Franco Mancuso).

Allora possiamo vedere nei cartoni impilati diligentemente un educato commiato impedito dalla marea di cassonetti lucchettati, nelle scritte sui muri un disagio sociale come i bambini che sbattono i piedi per terra, nei guanti di plastica sparsi ovunque una folata di vento sul cassone del camion spazzatura.

L’educazione e la costruzione di luoghi belli  porta ad una più vasta e capillare presa di coscienza non solo dell’estetica del mondo ma della forma etica e politica della società.

I cosiddetti “non luoghi” ci respingono e non fanno parte di noi. Sono altro in cui poter sfogare e amplificare le nostre nevrosi amplificate da sempre diverse regole e regolette.. Ma una città civile dovrebbe mettere in condizione anche tutti i suoi cittadini di poter avere tutti gli strumenti per poter esercitare la civiltà. Essere partecipi dei beni comuni, attraversarli e viverli liberamente ma soprattutto viverli nella bellezza.

Quella munnezza ci sta dicendo che abbiamo fallito come educatori e non solo, dimenticandoci di costruire luoghi vivibili e sostenibili di una grande Sim City reale.

Tutti siamo soggetti a regole imposte che ci vedono a volte carnefici a volte vittime e tutti positivi al virus. Una grossa pietra scagliata nel vuoto perché nessuno è immune alle imposizioni che liberano gli individui dal senso di responsabilità di sentire i luoghi come propri e parte di sé.

Il Teatro dell’Opera di Oslo si affaccia sul mare con un lungo discendente verso l’acqua. E’ tutta bianca e gli architetti subito hanno pensato che sarebbe stata preda dei vandali e dei graffiti. Una immensa tela bianca… L’avevano messo in conto. Ma la libertà di vivere la struttura a proprio piacimento, contestualizzandola nell’ambiente, ha fatto sì che ognuno potesse sentirla come propria e parte della sue quotidianità. La bellezza viene riconosciuta quando è sincera e onesta ma se non si mette a disposizione dei cittadini il meglio di cui si è capaci, questo verrà vissuto come usurpazione della propria libertà. Libertà e responsabilità personale e non indotta a suon di sganassoni. Una civiltà fugace e finta che dura il tempo di un cerino in cui l’economia è merce di scambio ma non di crescita duratura.

Pertanto luoghi accoglienti, educazione al bello, vivibilità possono essere l’esame di Stato per verificare la vera civiltà dei suoi abitanti e per metterci alla prova davvero. Incattivirsi è fuoco fatuo perché tutti abbiamo bisogno che “della bellezza delle nostre città e dei nostri paesaggi si faccia non volgare mercimonio ma uno strumento di conoscenza del mondo, di consapevolezza storica, di etica della cittadinanza” (Salvatore Settis).

Non siamo incivili, siamo migliori di come ci disegnano e la munnezza è solo trash che si contrappone e rende più evidente la bellezza, da ricercare, della Kore.

Ci siamo dimenticati della paura; anche le multe e la violenza non saranno capaci di renderci civili.”

 

 

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Rocco Pesarini

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