di ROCCO PESARINI
Molti potentini dicono di amare la propria città, diversi di loro si danno da fare attivamente nel volontariato, nell’associazionismo, nella vita di ogni giorno per renderla più vivibile, vivace, magari riuscendoci o magari no.
Quest’anno ricorrono i 900 anni della morte San Gerardo e il programma degli eventi si è messo in moto.
St’anno ricorre anche il primo centenario della fondazione del Potenza Calcio e qui invece, merchandising a parte, non ho notizie di eventi, iniziative e manifestazioni volte a celebrare la felice ricorrenza.
E’ iniziato il periodo del carnevale e la figura simpatica, rassicurante e benevola di Sarachella (la maschera tipica putenzes’) aleggia sulle iniziative che sicuramente saranno realizzate in città.
L’altra sera ho pubblicato un post sul mio profilo facebook su quale fosse, secondo i miei contatti, il piatto tipico e rappresentativo per antonomasia della gastronomia potentina. E anche qui son rimasto sorpreso dalla varietà delle risposte che, effettivamente, rimandano ad una tradizione gastronomica davvero di eccellenza e che potrebbe decisamente esser meglio valorizzata sia culturalmente che, soprattutto, economicamente e turisticamente (Ho scoperto che Potenza è, insieme a Bologna e Napoli, una delle 3 città italiane che possono annoverare un ragù tipico nella propria tradizione culinaria)
Il tutto poi condito da tante iniziative culturali, eventi sportivi, manifestazioni civili e religiose. Insomma continuo a ritenere che Potenza, seppur piccola (dato incontrovertibile), seppur brutta (come dicono in tanti, non trovandomi però d’accordo), seppur semplice capoluogo di una minuscola ma strategica e ricchissima regione, sia una città viva e vivace.
Ma nonostante tutto questo, nonostante le tante cose elencate e le cose sicuramente dimenticate, permane in me l’impressione vivida che Potenza sia una città priva di un’identità forte, un “idem sentire” culturale che sia capace di coagulare emotivamente i potentini attorno alla conoscenza e alla valorizzazione della propria storia, delle proprie tradizioni, dei propri simboli.
Molti diranno che il tutto dipende dal fatto che “i veri potentini, quelli nati e cresciuti qui da generazioni, siano ormai pochissimi”. Ok può starci: è chiaro che non posso pretendere o aspettarmi che il sentimento di appartenenza nasca o sia già nato nell’uomo o nella donna che magari dalla provincia si son trasferiti qui per lavoro o altri motivi. In questo ultimo caso ci vogliono anni, generazioni perché un tale sentimento possa nascere e sedimentarsi.
Ma io penso (e temo) che ci sia altro, ben altro: ossia l’incapacità o la non volontà di scoprire e riscoprire questi fattori che possano poi portare non solo benefici economici e di sviluppo ma anche, e soprattutto forse, benefici di carattere culturale. Possano portare alla crescita di quell’idem sentire sopra citato che mi pare ancora manchi, in maniera decisa, nella nostra città e tra i nostri concittadini, potentini di vecchia o nuova generazione che siano.
Concludo quindi con una mia personale certezza: l’identità Potenza ce l’ha. Ma ha dimenticato di averla.
Cosa fare e come farlo?
Come sempre, (in)distintamente vostro.
(in copertina, orecchiette con il ragù potentino)