RIFONDIAMO LA PROGRAMMAZIONE DELLA CULTURA

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Uno dei miei sogni preferiti è una vincita al Superenalotto. Una di quelle vincite pesanti, da 70 e passa milioni di Euro. Ma non per me, un centesimo di quella cifra mi sarebbe più che sufficiente a cambiarmi la vita. No: i soldi li investirei in una struttura che si occupi di politiche culturali. Una associazione, una impresa, una Fondazione.

Una struttura ben organizzata che ascolti i protagonisti della vita culturale di un’area geografica (la regione? la regione) e costruisca insieme ad essi gli sviluppi futuri di un progetto di crescita culturale, pianifichi le attività, gli eventi, faccia degli studi e cerchi di capire cosa può accadere negli anni successivi, come il progetto culturale regionale può crescere in sintonia con quanto accade in Europa e nel mondo, e uscire fuori dai confini locali. Una struttura alla quale – e questo è il punto che più mi interessa – in coerenza con il progetto di cui sopra si possano chiedere finanziamenti per organizzare piccoli o grandi eventi, presiedere a processi, avere la possibilità di proporre una idea e vederla crescere, anno per anno, impiegando il tempo nello studio e nella organizzazione del proprio piccolo o grande programma, invece che affannarsi dietro finanziamenti che non ci sono mai, che nessuno vuole elargire se privato, che nessuno riesce ad elargire se pubblico, se non a prezzo di estenuanti maratone  finanziarie e rendicontative che rispondono più o meno tutte al vecchio adagio “Per ottenere un prestito [a fondo perduto, N.d.R.] devi dimostrare di non averne bisogno“. Come posso chiederti 20.000 euro – perchè tanti me ne servono! – e per averli doverti dimostrare che ne ho spesi 40.000? è assurdo, rinuncio, oppure mi costringi a salti mortali o a falsificazioni mortificanti.

Mi piacerebbe perfino, in accordo con quanto sostiene la mia amica Ilda Curti, che il fondo fosse così ben dotato da poter dire, a chi si presenta con progetti copiati o improbabili o finti o mal strutturati o senza un’idea dietro, “Il tuo progetto fa schifo. Ma prenditi ‘sti soldi e fammi vedere che sai fare“. Senza le ansie di una selezione dei “migliori”, dovuta sempre e solo alla carenza strutturale di risorse ed investimenti. Poi, chi può dire che un progetto fa schifo davvero? Lasciamo che ogni operatore culturale si giochi le sue carte e il suo impatto con il mercato del pubblico pagante, della crescita, del successo, dei risultati. Che si misuri con la sua capacità di cambiare il pezzo di mondo intorno a lui e alla sua comunità. Senza procedure lunghe e complicatissime, senza troppe carte, sediamoci a tavolino e parliamone. Co-creiamo, trattiamo, modifichiamo, ridimensioniamo se necessario e poi vediamo cosa accade. Anche qui, accettando il rischio di fallire e sprecare risorse. Però nei miei sogni esiste anche una struttura di monitoraggio che segue i progetti, ne valuta gli effetti, e se il progetto finanziato non raggiunge i risultati sperati e dichiarati, l’anno dopo o due anni dopo non viene finanziato più, o viene finanziato sempre meno, costringendo chi lo ha proposto a capire cosa ha sbagliato e proporre delle modifiche in un’ottica di miglioramento continuo di tutta la scena creativa, di competizione virtuosa di tutto il panorama associativo e culturale di un territorio, in un’ottica di collaborazioni e fertilizzazioni incrociate, di apertura all’Europa e al mondo. Nei miei sogni le linee guida, il mentoring, il coordinamento sono unitari ed univoci, ben diretti verso un obiettivo a lungo termine (la famosa VISIONE) ma si lascia spazio alle sperimentazioni, alle deviazioni dall’ordinario, alle novità e alle aperture a tutti i linguaggi creativi, digitali, artistici.

Nella Basilicata che vorrei, è la Regione a fare questo. Come sappiamo da tempo, solo essendoci passata dentro per alcuni anni, i soldi non sono un problema. L’Unione Europea, a saperlo chiedere, investe tantissimo – e giustamente – sui programmi culturali. E tante risorse potrebbero essere spese per questo, invece che per improbabili voucher per assunzioni fasulle. Ma occorrerebbe una struttura amministrativa molto competente e molto motivata a tutti i livelli, e soprattutto occorrerebbe una volontà politica di investire in cultura, amplissimamente intesa. Investire massicciamente, a palate, per anni e anni. Perché perfino nella piccola Basilicata, già da oggi, per il solo fatto che ci siano stati investimenti in tal senso a partire dal 2005, via via sempre più ingenti fino al botto del 2019, già oggi tanti operatori culturali vivono del loro lavoro creativo ed organizzativo. Quindi si può fare.

Che fatica, però.  

Vado a giocare un biglietto del SuperEnalotto.

4 – PROGRAMMAZIONE CULTURALE

 

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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