Rionero e Monticchio: un solo comune e due lingue.

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Cari lettori, cari appassionati, cari amici,

questo è l’ultimo articolo che il gruppo A.L.Ba. vi propone per il 2017, il prossimo sarà pubblicato il 15 gennaio 2018 e poi si proseguirà con il solito appuntamento quindicinale. Grazie per averci seguito fin qui, ci avete fatto compagnia e dato un po’ di forza in più nel nostro lavoro quotidiano volto alla salvaguardia delle lingue della nostra Regione.

Noi stiamo provando a raccontarvi qualcosa delle nostre lingue lucane che non solo sono libri aperti sulla storia di ogni comunità del territorio, ma riescono, a seconda dei casi, anche a fungere da amiche con cui ricordare o progettare. Speriamo che la cosa continui ad appassionarvi così come appassiona noi, in una continua scoperta di questo meraviglioso e coinvolgente patrimonio.

Le lingue tutte, e quindi anche quelle lucane, sono organismi viventi proprio perché usate da persone che con loro esprimono sentimenti, pensieri e fatti. Noi ne siamo innamorati perché ci hanno letteralmente conquistati e speriamo che un po’ per volta possano, in una qualche misura, conquistare anche voi.

Vi esprimiamo i nostri più cari auguri per un anno nuovo pieno di entusiasmo, curiosità, passione, amore e ogni altra splendida cosa. All’anno prossimo!!!!

Tànd’ a(g)ùrië ca bbóna sòrtë [‘tand_a’γurjə… ka ‘b:ona ‘sɔrtə];

Tànd_a(g)órië e ccrëššìtë sándë [‘tand_a’γorjə e k:re’ʃ:itə ‘sandə];

Bòna finë e bbòn pringìpjë [‘bɔna ‘finə e b:onə prin’dʒipjə];

Pë ccjend’anni [pə t:ʃjend_’anni];

Tand’au(g)ùrië [tand_au’γu:rjə];

Pë cènd’annë cu la bbòna salùtë [pə ‘tʃεndə ‘an:ə ku la ‘b:ɔna sa’lutə];

Bbònannë [b:ɔ’nan:ə];

Augórië pë l’annë nùvë [au’goriə pə ‘l_an:ə ‘nuvə];

Tàndë a(g)órië [‘tandə a’γorjə];

A(g)órië pë l’ànnë nùvë [a’γorjə pə ‘l_an:ə ‘nuvə]

Prof.ssa Patrizia Del Puente e Gruppo A.L.Ba.

 


1-Rionero e Monticchio: un solo comune e due lingue.

Rionero in Vulture, arnéurë [arꞌneurə] in dialetto rionerese, è un comune di circa 13.000 abitanti della provincia di Potenza sito alle pendici del Monte Vulture. Il paese comprende due frazioni: Monticchio Bagni e Monticchio Sgarroni. Monticchio si presenta linguisticamente differente rispetto a Rionero. Le variazioni diatopiche intracomunali in Basilicata sono molto frequenti. Il lavoro capillare svolto dal Progetto A.L.Ba. ha consentito di raggiungere interessanti risultati anche in questo campo con l’individuazione di un numero considerevole di frazioni che presentano situazioni linguistiche diverse rispetto al comune a cui amministrativamente appartengono.

Rionero è un paese con dialetto di tipo meridionale; Monticchio, invece, è una colonia marchigiana e presenta, quindi, un dialetto di tipo mediano. I dialetti mediani sono quelli parlati nell’Italia centrale.

Tra i fenomeni linguistici del dialetto di Rionero si registrano

il rotacismo: la (-)D- iniziale di parola o intervocalica latina diventa (-)r-: rèndë [ꞌrɛndə] ‘dente’, réštë [ꞌreʃtə] ‘dito’, pérë [ꞌperə] ‘piede’;

l’indebolimento della G- velare (quella della parola italiana “gatto” per intenderci) ad inizio di parola in (g)- : (g)rànnë [ꞌɣranːə] ‘grande’,  (g)ammë [ꞌɣamːə] ‘gamba;

l’evoluzione di -LL- latina all’interno di parola in -dd-: capéddë [kaꞌpedːə] ‘capelli’, kùëddë [ꞌkuədːə] ‘collo’, stàddë [ꞌstadːə] ‘stalla’;

l’evoluzione di G+E/I all’inizio di parola e all’interno di parola in š: šìënërë [ꞌʃiənərə] ‘genero’, šënócchië [ʃəꞌnokːjə] ‘ginocchio’, šënnàrë [ʃəꞌnːarə] ‘gennaio’;

l’evoluzione di S in š prima della consonante occlusiva velare sorda K: questo fenomeno non si realizza in maniera categorica. Sono state registrate, infatti, le forme mašcatùrë [maʃkaꞌturə] ‘serratura, mùšchë [ꞌmuʃkə] ‘clavicola’, šcarólë [ʃkaꞌrolə] ‘scarola’ ma scàrpë [ꞌskarpə] ‘scarpa’, mòschë [ꞌmɔskə] ‘mosca’, scólë [ꞌskolə] ‘scuola’;

la metafonia: le vocali finali -I, -U determinano il cambiamento di timbro della vocale tonica. Nei dialetti, come quello rionerese, in cui si registra l’indebolimento delle vocali finali la metafonia assume particolare importanza perché consente di distinguere il genere femminile da quello maschile o il numero singolare da quello plurale: zùppë [ꞌʦupːə] ‘zoppo’ e zòppë [ꞌʦɔpːə] ‘zoppa’, sìcchë [ꞌsikːə] ‘magro’ e  sècchë [ꞌsɛkːə] ‘magra’, pérë [ꞌperə] ‘piede’ e ërë [ꞌpiərə] ‘piedi’, rèndë [ꞌrɛndə] ‘dente’ eëndë [ꞌriəndə] ‘denti’;

la presenza del genere neutro: l’italiano presenta solo il genere maschile e quello femminile. Il rionerese oltre al genere maschile e quella femminile, presenta anche il neutro che comprende alcuni sostantivi neutri che designano materie e minerali, aggettivi sostantivati, participi sostantivati e infiniti sostantivati. Il neutro si distingue dal maschile sia per la presenza di un articolo diverso (lu è l’articolo maschile singolare, quello neutro) sia per il rafforzamento della consonante iniziale di parola: rë llàttë [rə ꞌlːatːə] ‘il latte’, rë ppànë [rə ꞌpːanə] ‘il pane’, rë mmèlë [rə mːɛlə] ‘il miele’.

Perché Monticchio presenta un dialetto diverso rispetto a Rionero?

Alla fine del XIX secolo il Governo vende all’asta il latifondo di Monticchio che viene acquistato dai fratelli Lanari, due ingegneri marchigiani impegnati nella costruzione del tratto ferroviario Benevento-Avellino. Il latifondo, ricco di boschi, offriva non solo il legname, fondamentale per la costruzione del tratto ferroviario, ma anche acque minerali e terre da dissodare. Il programma dei Lanari era incentrato sulla colonizzazione a mezzadria e ai fini di ciò avviarono subito trattative per consentire l’emigrazione di famiglie provenienti dalle Marche, precisamente dalla provincia di Ancona (Jesi, Montemarciano e Osimo). La colonia marchigiana arrivò a Monticchio ma non riuscì a integrarsi con i locali a causa delle differenze sociali, culturali e linguistiche. Vennero praticati matrimoni endogamici (forse anche per timore di non far ritorno nella terra natia) e ciò sancì la completa chiusura nei confronti della popolazione indigena. Chiusura che sicuramente ha avuto e ha risvolti negativi ma che ha consentito una maggior conservatività della loro parlata.

Analizziamo ora alcuni fenomeni linguistici:

la conservazione delle vocali finali: vèduo [‘veduo] ‘vedovo’, òmmeni [‘ɔm:eni] ‘uomini’, guàzza [‘gwat:sa] ‘rugiada’, nèngue [‘neŋgwe] ‘neve’, fiòle [fi’ɔle] ‘ragazze’;

la lenizione: indebolimento delle consonanti occlusive sorde intervocaliche: -P-, -K- e -T-.

La lenizione oggi a Monticchio non colpisce più la bilabiale -P-;

-K- e -T- latine, invece, tendono a sonorizzare rispettivamente in -g- e -d-, poi spesso si indeboliscono evolvendo in  -(g)- e -(d)-: fò(g)o [‘fɔɣo] ‘fuoco’, nàdo [‘nado] ‘nato’, dò(d)a [‘dɔða] ‘dote’;

l’evoluzione categorica di S in š prima della consonante occlusiva velare sorda K:  šcópia [‘ʃkopja] ‘scoppia’, šcòla [‘ʃkɔla] ‘scuola’, šchiùma [‘ʃkjuma] ‘schiuma’, šchìna [‘ʃkina] ‘schiena’, móšca [‘moʃka] ‘mosca’.

la caduta di -N- in sillaba finale: dó [do’ma] ‘domani’, pa [pa]‘pane’, ca [ka]‘cane’, be [be]‘bene’.

La conservazione del dialetto marchigiano a Monticchio mostra con chiarezza che la lingua rappresenta le radici di un popolo: la colonia marchigiana conserva gelosamente la sua parlata nonostante sia insediata da più di 100 anni nel comune di Rionero e sia distante non pochi chilometri dalla terra di provenienza.

 

2-Uno sguardo all’A.L.Ba.

Nel dialetto rionerese le vocali toniche rivestono anche una funzione dal punto di vista morfologico, in particolare per quanto riguarda la marcatura del genere maschile e del numero plurale. Il fenomeno in questione prende il nome di metafonia.

Ad esempio nel termine ‘dente’ si avrà nel singolare la forma rèndë [ˈrɛndə] < DĔNTE(M), mentre nel plurale avremo la forma colpita da metafonia riëndë [ˈriəndə] < DĔNTI. Lo stesso accade per la parola ‘piede’, che al singolare fa registrare la forma pérë [ˈperə] < PĔDE(M), mentre nel plurale la forma registrata sarà piërë [ˈpiərə] < PĔDI, con esito metafonetico della vocale tonica.

Come si diceva, esiti metafonetici marcano anche il genere maschile rispetto al genere femminile. Ad esempio se consideriamo l’aggettivo ‘piccolo (d’età)’ avremo al maschile la forma pëccënìnnë [pət:ʃəˈnin:ə] e al femminile la forma pëccënènnë [pət:ʃəˈnɛn:ə] ‘piccola (d’età)’. Lo stesso accade anche con l’aggettivo ‘grosso’, che presenta al maschile la forma metafonizzata [ˈgrus:ə] grussë < GRŎSSU(M) e al femminile la forma non metafonizzata [ˈgrɔs:ə] gròssë < GRŎSSA.

Questo meccanismo di marcatura, basato sul timbro della vocale tonica, risulta fondamentale nel dialetto di Rionero in Vulture, dove le vocali finali sono sempre indebolite e quindi non hanno alcuna possibilità di veicolare le informazioni relative al genere e al numero, cosa che, invece, accadeva nel latino e accade ancora oggi nell’italiano.

Tuttavia il sistema di marcatura basato sul timbro della vocale accentata si attiva solamente se, etimologicamente, questa corrispondeva ad una delle seguenti vocali latine Ĭ, Ē, Ĕ, Ŏ, Ō, Ŭ. Quindi, ad esempio, in quei termini che presentano A tonica, la sola forma della parola non basta. Pertanto mànë [ˈmanə] può significare sia ‘mano’, sia ‘mani’. In questo caso, dunque, c’è bisogno di altri elementi morfologici per marcare l’opposizione tra singolare e plurale. Uno degli elementi più utili a questo scopo è certamente l’articolo determinativo per cui si avranno le forme la mànë [la ˈmanə]‘la mano’, al singolare, e rë mmànë [rə ˈm:anə] ‘le mani’, al plurale. Si deve notare, infine, che l’articolo determinativo femminile plurale provoca il cosiddetto rafforzamento fonosintattico, cioè il raddoppiamento della consonante iniziale della parola seguente.

 

3-Rionero e la cultura contadina

Rionero, in dialetto arnéurë [arˈneurə], è un comune di circa 13.000 abitanti. Come gran parte dei comuni che si trovano alle pendici del monte Vulture, è famoso per i suoi vigneti e quindi per la produzione del vino Aglianico. Il vino dunque si configura come il prodotto d’eccellenza di questa bellissima parte della regione Basilicata. D’altra parte gli abitanti di Rionero, come gran parte dei lucani, considerano il vino come un elemento fondamentale della propria dieta e da sempre lo bevono. A tal proposito si potrà osservare l’enorme quantità di contenitori che i rioneresi possedevano per questa e altre bevande.

Il materiale utilizzato per la maggior parte dei contenitori che andremo a elencare in questo breve spazio è la terracotta. Questa ha infatti il grande pregio di mantenere freschi a lungo gli alimenti e le bevande. Mancando uno strumento idoneo a refrigerare gli alimenti il materiale utilizzato per i contenitori era di primaria importanza.

Uno dei contenitori più diffusi era un vaso che serviva principalmente per portare l’acqua a tavola, ma che in mancanza di altri contenitori poteva servire anche per portare il vino. Questo vaso si chiamava ggiàrlë [ˈd:ʒarlə]. Simile a questo ne esisteva un altro però principalmente usato per il vino anch’esso di terracotta che aveva la funzione di contenere il vino, il vucàlë [vuˈkalə].

Prima di arrivare a tavola nelle apposite brocche le bevande restavano racchiuse in contenitori specifici che avevano lo scopo di mantenerne la freschezza. Per esempio, non esistendo l’acqua corrente in casa, le donne erano costrette ad andare a prenderla alla fonte o alla sorgente più vicina. Qui l’acqua veniva raccolta in un barile, varrìëlë [vaˈr:iələ], e portata sulla testa dalle donne, che come detto, erano preposte a questo oneroso compito. Vi era poi un altro contenitore molto in uso soprattutto nel mondo contadino, un orciolo di terracotta, u cécënë [u ˈtʃetʃənə]: questo orciolo dal collo lungo serviva per mantenere l’acqua fresca il più a lungo possibile; solitamente i contadini portavano con sé questo contenitore per poter bere durante la pausa fra una fatica e l’altra. Il vino invece veniva conservato in botti di legno, ma esistevano anche contenitori di vetro, i cosiddetti fiàschë [ˈfjaskə]: essi potevano avere la forma di grossi bottiglioni panciuti e dotati di un collo lungo, oppure potevano essere circondati di paglia (damigiane). Lo stesso termine designava un particolare barilotto in legno che i contadini portavano con sé per ristorarsi dalle fatiche del lavoro nei campi, in estate.

Oltre che per le bevande esistevano contenitori adoperati per conservare qualsiasi genere alimentare, in particolare l’olio derivante dalla spremitura delle olive, che nel Vulture risulta essere un altro prodotto d’eccellenza. Il contenitore usato per conservare l’olio viene denominato in dialetto rionerese sarólë [saˈrolə]: esso era in terracotta ed era panciuto. Esistevano poi contenitori in terracotta più piccoli che avevano la funzione di conservare altri alimenti come ad esempio salame o zucchero; questi prendevano il nome di vasèttë [vaˈsɛt:ə]. Questi vasi servivano anche per la conserva di pomodoro. Quest’ultima aveva una preparazione molto diversa da quella che ha oggi: dopo aver spremuto i pomodori, la polpa che ne rimaneva veniva posta in un grosso piatto, la spàsë [ˈspasə], e qui fatta essiccare al sole; una volta essiccata veniva poi fatta a pezzi e posta al fresco nei contenitori.

 

4-File interattivo: ADL_ Rionero

 

Curatori:
1-Rionero e Monticchio: un solo comune e due lingue_ Giovanna Memoli
2-Uno sguardo all’A.L.Ba._ Francesco Villone
3-Rionero e la cultura contadina_ Teresa Carbutti
4-File interattivo: ADL Rionero_ Anna Maria Tesoro

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