GIAMPIERO D’ECCLESIIS
Aveva una faccia strana, inusuale, non che fosse brutto anzi, in qualche modo strano aveva una bellezza di quelle che se anche non ti colpiscono subito restano poi stampate nella memoria e le ricordi sempre.
Shalid faceva il pastore, portava poche capre in giro ai margini di Ksar es Souq, lo incontrai la prima volta un mattino girando intorno alle mura, era seduto su un grande masso caduto dalle mura, mi fece un cenno di saluto, scambiammo poche battute nel mio pessimo francese, sorrise quando capì che ero italiano.
Al pomeriggio le acque fresche della Source Bleue erano un refrigerio comune, tra bambini e turisti, mi godevo il refrigerio dell’oasi di di Ziz, bevendo del te e cercando di completare le mappe dei rilevamenti che stavo completando, domandai in giro notizie dei ruderi di Ksar es Souq, ne ricavai poche indicazioni e bocche cucite, chissà poi perché i residenti ne parlavano mal volentieri, decisi che il giorno dopo sarei tornato e avrei cercato di curiosare tra i ruderi.
Il sole è un arancia di primo mattino e tutti i colori si saturano di rosso, la mia land rover ancora non scottava, riuscii ad infilarla in un anfratto protetto da radi cespugli spinosi nella speranza di non ritrovarla, al mio ritorno, incandescente.
Ad un angolo delle mura rumore di armenti e supra lo stesso masso Shalid era al suo solito posto, come mi vide mi riconobbe
– Ehi italienne, que vous cherchez?
Mi spiegai più a gesti che a parole, che razza di idiota va in Marocco senza parlare francese? Io, naturalmente! Dopo un lungo affanno di gesti e di mezze parole spizzicate in un francese approssimativo gli si illuminarono gli occhi, aveva capito, volevo visitare Ksar es Souq.
Mi sorrise, si alzò e mi invitò a seguirlo
–Venez, suivez-moi italienne
Le rovine della kasbah si elevavano sopra un acrocoro di arenaria e sabbia, le finestre come occhi si aprivano vuote, gli edifici e le mura a tratti crollati costruivano un merletto di ocra che giocava con l’azzurro profondo del cielo, aggirammo la collina sul lato orientale e al margine sud delle mura ci infilammo attraverso una vecchia porta mezzo crollata.
L’ocra è il colore della terra, della sabbia, delle mura, dopo un po’ che cammini i pantaloni ti diventano ocra si polvere e ocra le scarpe, quasi che la vecchia Ksar ti voglia far diventare parte di sé.
Gli strati di arenaria come gradini salivano verso l’ingresso di una vecchia torre, segni di antichi cardini di un grande portone sparito nel tempo e nel calore, l’ingresso dell’antica moschea un arco mezzo storto tra murature incerte, da un’apertura due palme gemelle si sporgono verso la valle dell’oasi di Ziz verde di coltivazioni e di acqua.
Sono accaldato, bevo un po’ d’acqua dalla mia borraccia e mi siedo all’ombra di un vecchio muro sbrecciato, Shalid si accovaccia e mi guarda attento, da sotto quelle sue sopracciglia grigie due occhi grigi mi osservano attento, tende l’orecchio e mi guarda come se si aspettasse una reazione.
Lo guardo incuriosito poi, presto attenzione e mi pongo in ascolto anche io, mi arriva piano, all’inizio quasi impercettibile poi diventa via via più netto, un rumore argentino di acqua che scroscia e mi sembra impossibile, l’acrocoro su cui sorge il Ksar è alto, il fiume è almeno 20 metri più in basso, qui tutto è asciutto, non può esserci acqua che scorre.
Mi sorride, contento che abbia notato il rumore e mi fa segno di seguirlo, scendiamo delle scale e al centro di una specie di ampio stanzone sotterraneo troviamo un pozzo, l’acqua dell’Oasi di Ziz scorre giù in fondo e spande frescura in tutta la stanza e il suono argentino dell’acqua che scorre una quindicina di metri più in basso.
Apre la sua bisaccia Shalid e ne trae fuori un pezzo di pane che mi offre, ha un odore buono e un sapore dolciastro, ho idea che ci siano datteri nell’impasto, lo mangio con calma bevendo dalla mia borraccia, quando gli offro la mia acqua la prende con un getto di rispetto e mi fa un piccolo inchino di ringraziamento, sorrido.
Fumiamo una sigaretta all’ombra delle vecchie mura di Ksar es Souq poi mi fa segno che deve badare alle alle sue bestie, torniamo indietro, gli faccio segno che ho la land rover e in una stentato francese gli dico che sono all’Oasi, e gli chiedo di raggiungermi stasera dopo il lavoro per bere insieme del te.
Sorride e ringrazia, mi guarda un po’ meravigliato e poi torna al suo lavoro.
Le acque della Source Bleue sono una frustata gelida che ti rimette al mondo, mangio un piccolo piatto di verdure e poi resto lì a bere acqua fresca e a bagnarmi fin quasi a sera, i ragazzi schiamazzano e fanno tuffi, hanno smesso di incuriosirsi per la mia presenza, mi ignorano, seguo il lento virare del sole verso occidente e quando l’ultima lama di arancio è sparita dietro all’orizzonte lo vedo arrivare.
Diventammo amici, pian piano riuscii a migliorare il mio francese e Shalid imparò un po’ di italiano, cercai di convincerlo a venire a lavorare per me, la mia compagnia mi avrebbe pagato una guida senza problemi, ma rifiutò sempre
–Je ne peux pas laisser i miei animali, è impossible
Quando terminai i miei lavori ci salutammo con una lunga serata passata alla sua tenda, all’incirca un chilometro a sud di Ksar es Souq, bevemmo te e guardammo le stelle, infinite e luminose nella notte buia ai limiti del deserto, e rimanemmo lì finché il sole non dipinse di rosa il primo orizzonte verso oriente, ci salutammo e mi offrì una sua borraccia piena d’acqua augurandomi buon viaggio con queste parole:
–Acqua per te fratello dolce per il viaggio,fresca ti bagni il viso acqua di pace, acqua di Paradiso
Non ho avuto sue notizie fino a ieri sera, per caso, da un vecchio collega di lavoro che non sentivo da vent’anni, non erano notizie buone, sono rimasto a lungo a pensare poi non so come, non so perchè, ho messo dell’acqua in una brocca e dal balcone l’ho versata in terra nel giardino.
–Acqua per te fratello dolce per il viaggio,fresca ti bagni il viso acqua di pace, acqua di Paradiso
Buon viaggio Shalid
Ultimo te,
bevuto senza fretta
miscelato sapiente
nel silenzio.
Amaro di rimpianto
col retrogusto acre
del distacco.
Silenzio su sguardi da fratello
cornee un po’ ingiallite
fatica e sole,
navi nella sabbia,
sotto cieli velati di calore
con l’ancora incastrata.
Fondi salmastri,
polvere di gesso
mulina sospesa dal calore,
alito di Dei dimenticati
che maldisposti verso gli innocenti,
invidiano i sorrisi
su ebano di visi adolescenti.
Addio Shalid,
non rivedrò il tuo viso,
i tuoi occhi grigi guardano il deserto.
Scruto nel buio la notte alla finestra,
non c’è la luna, un giallo di lampioni,
punteggia l’orizzonte più immediato.
Davanti alla mia tenda
il fuoco è spento
bruciano poche braci
di rimpianto,
che si spengono piano.
Acqua per te fratello
dolce per il viaggio,
fresca ti bagni il viso
acqua di pace, acqua di Paradiso.
