Se ne è parlato tanto e se ne parlerà ancora, la storia della povera Elisa non è stata narrata tutta e come tutte le storie interrotte torna e ritorna nella mente delle persone che l’hanno avuta marchiata col fuoco del dolore, come i familiari, la povera Mamma, il padre, il fratello, così come nella mente di una parte grande della comunità potentina.
Le storie interrotte si alimentano delle pause, delle interruzioni, del carico di non detto, di non narrato, di ciò che è celato alla coscienza dei più ealla coscienza di chi maggiormente è stato colpito.
È una storia dolorosa, una storia miserrima, una storia vigliacca, quella della povera Elisa, una di quelle storie brutte che talvolta accadono nella provincia italiana e, ahimè, in questo caso, nella provincia lucana.
Una piccola storia borghese, di sopruso, di impunità, di quella melassa untuosa che ha attraversato la mia Città, di sospetti, di connivenze, di ignavia e di prepotenza ed ancora l’attraversa per mancanza di verità.
Non c’è bisogno che io percorra tutte le note stonate della orribile storia di Elisa, tanti l’hanno fatto più degnamente e con più competenza di me che da potentino osservo, come molti, ne sono certo, la miseria di questa orribile storia e arrossisco.
Arrossisco davanti al cerimoniale trito e ritrito delle indignazioni, delle esecrazioni, dei silenzi, dell’affannarsi misero di una piccola borghesia un po’ marcia che cerca in ogni modo di affrancarsi dal fantasma di una bambina morta ammazzata e dimenticata su un vecchio solaio di una Chiesa antica, sgomitando per guadagnarsi un posto in prima fila, una menzione, una primogenitura.
Una Chiesa antica. Una Chiesa potente.
La Chiesa delle persone importanti, quella frequentata dalle “buone famiglie”, dai notabili, da quelli che spesso hanno avuto ed hanno tutt’ora in mano, il destino della comunità, di quelli che hanno deciso e decidono, dei “migliori”.
Ditemi pure che sono un prevenuto, che ragiono con quelle scorie di cultura vetero socialista che la mia formazione giovanile ha lasciato dentro di me, ma penso e sono convinto che una storia come quella di Elisa si è consumata lì dove era più probabile che si consumasse, in quell’intreccio di rapporti di rispetto, di complicità, di prepotenza tipici della borghesia di provincia.
Che resta?
Resta un edificio vuoto, una chiesa oggetto degli strappi di quella stessa borghesia malsana che ha alimentato e si è alimentata di questa orrenda storia di provincia e resta quell’orrenda pustola malsana che è certa parte della borghesia potentina.
Quella che è andata in scena ieri, su giornali e nelle piazze, quella che si accalora oggi, che raccoglie firme pro o contro, quella che discetta di usi e finalità, quella che si arroga il diritto di decidere in casa d’altri, quella che vuole dare lezioni di correttezza e giustizia ed è la stessa che da anni alimenta il fiume torbido che inquina le stanze del potere a Potenza e nella Basilicata.
L’unica voce limpida, serena, giusta è quella della madre che, da madre, esclama –dovranno passare sul mio cadavere! -, donna dolente, a cui è stato strappato il cuore, a cui chiedere ragionevolezza, pacatezza, giudizio è una bestemmia.
Un edificio antico, solenne, una tomba che ha conservato, custodito per lunghi anni, le spoglie mortali di una giovane vittima, un edificio innocente, come la sua vittima, un testimone di pietra, una vittima dell’assassino che con un colpo solo ha reciso la vita di una giovane donna e un legame tra quell’edificio e la sua comunità.
Quanti bambini, quante giovani coppie di sposi, quante bambine vestite di bianco o ragazzini in saio da fraticello avrà visto quell’edificio antico avvicinarsi tra le sue mura antiche ai sacramenti della fede? Quanti giorni felici? E quanti giorni di dolore, di consolazione nei tristi riti funebri che nei secoli si sono succeduti tra quelle antiche mura?
Tutto questo è polvere, cenere di ricordi arsi dal fuoco della malvagità, della menzogna, della vigliaccheria.
Che resta?
Un edificio vuoto, triste, abbandonato, per molti versi rinnegato da una comunità che in esso spesso si è riunita, si è riconosciuta, abbracciata, unita.
Resta il tronco annerito di un vecchio albero padre bruciato dalla lama di una folgore.
Io non sono credente, o almeno non credo che tutto ciò si svolge all’interno di una Chiesa sia qualcosa di diverso da una rappresentazione teatrale, utile da un lato a consolare gli afflitti e a donare una speranza ai più deboli e dall’altro a stringerli in un stretto cappio di controllo; ciò non di meno avverto chiaro dentro di me, oltre allo sgomento per un crimine così efferato, la perdita di un luogo simbolo, di un rifugio dei padri, dei nonni che, per quanto non mi appartenga sul piano del sentimento religioso, è pienamente mio per diritto di nascita, ereditato da mio padre, da mio nonno e dal mio bisnonno che, per quanto indietro può andare la mia conoscenza degli eventi di famiglia, è stato il primo D’Ecclesiis a stabilirsi a Potenza più di un secolo fa.
Ma la discussione sul destino della Chiesa della Trinità è sguaiata, senza rispetto, è sempre la stessa borghesia untuosa (mai definizione fu più azzeccata) che alza la voce, che vuole decidere, governare, che quando si tratta di mettere il suo marchio non guarda in faccia a nessuno, che lotta per emergere e per primeggiare.
Una borghesia in cerca d’autore.
Gretta, ignorante, presuntuosa, che pretende di imporre il suo punto di vista piccolo ad un luogo che ha sfidato i secoli, la sua voglia di piccola giustizia miserrima, davanti all’enorme ingiustizia che il suo stesso seno ha covato e partorito per la povera Elisa.
Mai come in questo caso la saggezza, la bontà, l’amore dovrebbe consigliare il silenzio, ma come in questo caso la prudenza, la temperanza, la giustizia, la fortezza avrebbero dovuto consigliare di attendere, di lasciar decantare.
Discutere sulla riammissione o meno al culto dell’edificio non ha senso e, almeno per me, non ha interesse: è roba da preti ed è ad essi che chi ne riconosce l’autorevolezza e la supremazia in questione di fede deve affidarsi con rispetto se veramente credente. La dottrina della Chiesa non è un buffet matrimoniale dove mangiare solo ciò si preferisce, se si è cattolici si crede nell’infallibilità del Papa, del prete sull’altare, e ci si rimette alle decisioni della Curia.
Discutere della salvaguardia di un patrimonio monumentale e della possibilità della sua fruizione è, invece, questione laicissima che, a mio modesto parere, non ammette che una soluzione: l’edificio deve essere manutenuto, restaurato e restituito alla pubblica fruizione.
Qualcuno ha suggerito un museo, qualcuno la sede per una pinacoteca, quale che sia questa destinazione è innanzitutto necessario porre rimedio a tanti anni di colpevole trascuratezza sulle condizioni di un edificio storico incolpevole di quanto di orribile si è svolto tra le sue mura.
Allo stato resta soltanto una Chiesa vuota, senza scopo, senza missione, vuota come il cuore dei complici e di quanto hanno taciuto per paura o per convenienza in questa tristissima storia potentina.
