UNA IDEA DI CITTA’ CAPOLUOGO – PARTE SECONDA

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di Valerio Giambersio

[UNA IDEA DI CITTA’ CAPOLUOGO – PARTE PRIMA]

Dove si costruiscono le valigie si possono progettare anche i ritorni.

Si perché l’Università che risale verso la città significa anche questo: meno ricerca pura più trasferimento
tecnologico, meno professori che partono il fine settimana per le proprie città di origine, più intellettuali
che scelgono Potenza perché sede di una Università che ha un progetto chiaro: quello di trasformare il
territorio in uno spazio per l’innovazione.

Per questo bisogna stringere un patto forte tra le istituzioni tra un’Università ed una Città: due entità che
vivono insieme o muoiono insieme. Bisogna sfruttare l’occasione del pensionamento di molti docenti
universitari e sostituirli con brillanti giovani intellettuali disposti a sposare questa visione, disposti a
investire la propria intelligenza ed il proprio prestigio in cambio di condizioni economiche e di benefit
adeguati. I migliori del mondo, quelli che hanno i contatti con i migliori centri di produzione culturale e
scientifica del mondo, magari italiani che rientrano da esperienze all’estero. Valorizzare gli scrittori, gli
intellettuali, gli artisti che pure esistono in città e che potrebbero, se invogliati da politiche pubbliche,
attivare le loro reti di relazioni privilegiate. I più generosi già lo fanno in modo spontaneo del resto. Creare
spazi pubblici sempre più connessi con accessi liberi, efficienti e non solo dichiarati, alle reti globali, spazi
per la co-progettazione, per la gestione di progetti che sfruttino le potenzialità dei social media e della
logistica collegata ad internet senza rinunciare alle relazioni umane.

Bisogna disegnare un piano che rimetta in moto tutti i contenitori abbandonati o sotto utilizzati di questo
quartiere, sotto una regia che coniughi pubblico e privato, che e li metta a disposizione delle giovani
generazioni; bisogna stipulare un patto con le associazioni, le fondazioni, gli imprenditori, definire obiettivi,
tempistiche, risorse necessarie utilizzando le risorse dei numerosi programmi UE sulla ricerca, sulla
creazione di impresa, sulla cultura e prevedere interventi di qualificazione ambientale ed energetica che
puntino sulle innovazioni tecnologiche più avanzate, fare del quartiere stesso un luogo di sperimentazione
per le aziende innovative che possono nascere insieme al supporto dell’Università.

Stimolare l’autoimprenditorialità, perché come dice il Premio Nobel Muhammad Yunus le persone sono
predisposte naturalmente a fare gli imprenditori, per risolvere i problemi inventando soluzioni innovative
che si basano sullo spirito di intrapresa personale che può essere uno strumento potente per superare i
limiti del capitalismo basato su principi egoistici e che può configurare una nuova economia basata sul
sociale e sui principi dell’altruismo, della solidarietà. 

E’ una strategia di medio periodo che, nel giro di un paio di decenni, potrebbe trasformare il destino di
questa città puntando su almeno altri due temi principali: l’ambiente e il sociale.
Ricucire i tanti, troppi, spazi verdi abbandonati a sé stessi o sotto utilizzati (la Villa di Santa Maria, La Villa
del Prefetto, il Parco Sant’Antonio La Macchia, il Parco Rossellino, il Parco Baden Powell, i numerosi spazi
verdi dei quartieri non curati) in un progetto complessivo che ancora una volta sia multifunzionale, che non
si esaurisca in un mero piano di salvaguardia e di sfalcio delle erbacce ma che parta dall’uso integrato delle
risorse, dall’energia sostenibile al riciclo dei rifiuti, dalla gestione degli spazi ricreativi e sportivi anche
coinvolgendo in modo trasparente ed intelligente l’imprenditoria privata dove i soldi pubblici non sono
sufficienti. 

L’ amministrazione uscente ha senz’altro avviato un processo positivo attivando finalmente la raccolta
differenziata ma non basta, bisogna spingersi avanti; bisogna trasformare il rifiuto in una fonte di ricchezza
attraverso il riciclo, la produzione di energia, l’invenzione di nuovi sistemi e di nuove aziende che possano
animare il territorio e trasformare, per esempio, la stessa edilizia con materiali e sistemi innovativi per il
riciclo. Non più spazi intensivi ma quartieri ecosostenibili, iniziando a trasformare quelli esistenti e a dotarli
di nuovi servizi. 

Essere ambiziosi, non limitarsi a dire no, puntare a raggiungere emissioni zero.

Si deve partire dal ridisegno di una mobilità urbana ecosostenibile a partire dal trasporto pubblico che va
dotato di sistemi di georeferenziazione e di servizi a chiamata, dell’incentivazione di sistemi alternativi
come il car sharing e del bike sharing favorendo la diffusione delle tecnologie ibride ed elettriche, delle vie
ciclabili. Il parco fluviale, che si è riusciti finalmente a realizzare ancora in modo approssimativo, dovrebbe diventare un asse verde con piste ciclabili aperte sulla direttrice della vecchia linea calabro lucana fino al Pantano.

Sulle sponde del Basento bisogna disegnare un nuovo quartiere accelerando la trasformazione della zona
industriale valorizzando al massimo episodi potenti e significativi già esistenti come il Ponte Musmeci, il
ponte romano ma anche popolando le sponde con nuovi interventi che costruiscano un racconto della città,
per esempio trasformando l’ex sede del consorzio agrario nella sede del museo dei ponti e della storia della
città, oppure ridefinendo la stazione ferroviaria spostandone l’affaccio su viale del Basento e ridisegnando e
delocalizzando l’orribile e poco funzionale terminal dei Bus extraurbani, magari nella stazione dei bus
urbani appositamente progettata ed oggi utilizzata per altro.
E’ necessario definire una strategia efficace di controllo della matrice ambientale utilizzando le migliori
tecnologie e iniziando a pianificare la riconversione ecologica e la delocalizzazione degli impianti industriali
inquinanti tutelando l’occupazione ma non mettendo in secondo piano la trasparenza e la salute dei
cittadini. 

Ed infine bisogna affrontare il problema degli anziani e delle persone svantaggiate dal punto di vista
economico, fisico, mentale spesso abbandonati alle cure delle sole famiglie per i quali quasi nessuna
risposta è proposta dal pubblico ormai per i tagli progressivi ed inesorabili.
Eppure anche qui percorsi innovativi possono essere guidati dal pubblico con la crescita di iniziative sia
imprenditoriali nel campo del sociale che del volontariato. Quante risorse ogni famiglia destina a risolvere il
problema degli anziani con una risposta individuale, sempre più insostenibile, del rapporto uno ad uno: una badante per ogni anziano facendo ricorso troppo spesso a contratti in nero sottopagati? Non sarebbe
meglio pensare ad un sistema di assistenza domiciliare diffuso, a progetti innovativi di co-housing ancora
una volta realizzati coinvolgendo le istituzioni, l’ATER in programmi innovativi pensati sin dall’inizio per
creare nuovi posti di lavoro per i giovani? Anche qui immobili inutilizzati quali l’ex caserma dei pompieri,
l’ex sede dell’Enel, ex sede del centro Natascia e poi sede degli uffici provinciali nel quartiere Lucania, l’ex
palazzetto del CONI, potrebbero essere trasformati in modo innovativo per nuovi servizi sociali, per mense
sociali, per luoghi dove gli ultimi trovano accoglienza e sostegno.

Bisogna affrontare il problema delle madri che in questo contesto cittadino ancora fanno fatica a conciliare
lavoro e famiglia a meno di non essere sostenute da una rete informale parentale che qui ancora sostituisce integralmente ogni forma di sostengo pubblico a partire dall’asilo nido fino all’ università. Ripensare una rete di protezione per le madri e per le famiglie sarebbe un incentivo alle giovani generazioni a rimanere in un luogo dove risulta più facile gestire una famiglia rispetto ad altre realtà anche per chi dovesse scegliere di insediarsi qui.
Perché una città viva deve prevedere in modo strutturale e non episodico che ci siano persone che vogliano
venire da altri luoghi ad abitare da noi. Bisogna prevedere ed investire risorse per far diventare Potenza una città ove è facile insediarsi, soprattutto per chi arriva da lontano, chi è diverso da noi.

Tutte le braccia aperte ed un sorriso per ognuno, perché la diversità è un valore e non un problema.

Perché gli stranieri sono la nostra più grande opportunità: dallo studente della generazione Erasmus che
dovrebbe trovare qui un luogo ideale dove sperimentare perché vivo, stimolante, pieno di iniziative
culturali e di possibilità di ricerca fino all’ultimo homeless o rifugiato o migrante stagionale che dovrebbe
trovare strutture di sostegno che rendano questo posto degno di essere vissuto, per tutti, perché qui possa
riversare le sue energie positive, la sua voglia e la sua capacità di riscatto.
Non più la città dei timbri e del cemento: la città dell’innovazione, dell’ambiente e dell’inclusione.
Non servono tanti soldi. Serve anzitutto non sprecare più nulla, indirizzare tutte le risorse umane e
finanziari già esistenti e disponibili verso una visione chiara e condivisa: soprattutto servono impegno e
lavoro.
Ecco questo è quello di cui, secondo me, si dovrebbe discutere da qui fino a maggio. Non di candidati, non
di cambiamenti presunti, fatti per cambiare solo le poltrone e la vita degli eletti e non certo la vita dei
cittadini.
E che sia una donna finalmente il nuovo sindaco non sarebbe affatto male, un segno vero per un
cambiamento che troppo spesso si dichiara e che nessuno è disposto davvero a sostenere.

Buon viaggio piccolo messaggio in bottiglia, che tu possa arrivare sulla spiaggia giusta.

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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