ANTONIO BISCIONE: ROMOLO E REMO

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IL CIRCOLO DI Q

ANTONIO BISCIONE

 

ROMOLO E REMO

(Poemetto)

Nacque l’uomo con furia di tuono,

e neanche seppe d’esser nato

quand’ad un brutto, ad altri buono,

un destino assegnò il fato.

Di lunga storia si stende la trama

per ere fuggita, nel lungo andare

del filo immobile di fredda lama:

Romolo e Remo vi sto a raccontare.

L’altare di Troia ancor fiammeggiante,

i figli di Ilio, eroi senza pari,

gli Achei schiacciaron con furia incessante,

le rustiche ville, ed i casolari.

Gloriosi abitanti di città eterna,

madre di Roma, villa fraterna,

guerra ti mosser le elleniche genti,

sciagure avranno per i tuoi tormenti.

Gloriosi abitanti d’un luogo arcano,

gli dei vi tendon magnanima mano,

vendetta avrete, e glorioso avvenire,

ma voi non invano doveste perire.

Un turbine scosse le terre ed i mari,

la forza del Fato, di cui non si fugge,

già sorgon nell’ira i Penati ed i Lari,

già lento d’Atene il futur si distrugge.

Osaron costor ritenere i persiani

dei mali del mondo portante colonna,

e sempre son pronti a levare le mani,

non per danar ma per fetida donna.

Ma il dio che pei’ giusti ha stima e riguardo,

passare non fece immune l’affronto,

e volgendo loro amichevole sguardo

s’apprestò a render di Nèmesi il conto.

E furon poi tuoni, lampi e saette,

nel sen dell’Olimpo a proromper furiose.

L’italico dio all’odio bevette,

al mal del nemico, che lasso s’ascose.

Coloro che barbar dicevan d’altrui

dovetter subire più giorni buii,

le barche partivan dal porto dappresso,

che requie ne venia avrebber concesso.

Li v’era fra pochi venereo Enea,

di latte divino nutrito infante,

volgendosi il guardo alla costa vedea

sol cenere e morte, Ilio sanguinante.

Le anime care uscir dalle carcasse

di amati fratelli, adorato carbone,

guardando ancor meglio, quasi l’ invocasse

proruppe in pianto ed in disperazione.

Vendetta fatale nel mar fu giurata,

oscura alleanza fra’uomo ed il Fato

per tutta la storia li fu stipulata,

l’Acheo destino deciso e siglato.

Dopo quei viaggi che impose Fortuna

al nobile Enea e alla sua progenie

si dilettavan mirando la luna,

semblando le note di tragiche nenie.

Si costeggiavan le italiche rive

col mare impetuoso ed il pianto nel cuore,

ed ecco: oasi di fronde vive,

figlie di Troia e del suo grande onore.

Era col vecchio il figlio suo, Ascanio,

che lo guardò ed il cuor suo sorrise,

di lato un vecchio dal canuto cranio,

padre d’Enea, saggissimo Anchise.

Insieme fortuna ebber di trovare

ameno riparo dall’atroce strazio

dell’agonizzar la lor gente osservare,

la requie dei dolci pendii del Lazio.

E furon poi guerre ingaggiate, e battaglie

che perir fecer l’intrepido Turno,

dei Sabini opulenti razziare le figlie,

ascose dal tetro cielo notturno.

Femmine in casa ebber per dare

nuove e possenti genti alla luce,

sorse da dietro ad un sacro altare

lo spettro di Giano, che l’anno conduce,

e poi quelle genti che miser nel sacco

gli astuti vicini, rubandogli terra,

preziosi ottenero i doni di Bacco

che intrepidi rendono i cuori in guerra.

Ebber fedele e dalla lor parte,

le generazioni intessute a maglia,

l’eterno favore possente di Marte,

che vincer li fece in ogni battaglia.

Gaudenti di spirito ed anche di cuore,

amati da Priapo dal fallo osceno,

iniziati furon all’arti d’amore,

cui sempre stendardo portaron in seno.

Misericordiosa e tremenda mano

li carezzò a lor diede consiglio,

giunse il terribil, funesto Vulcano

che guai a chi dovesse causarne l’acciglio!

Sui territori da lui custoditi

aleggia silente l’eco del Male,

ma s’è onorato ed i banchetti imbanditi,

a un ricco raccolto si può agognare.

Travolge la terra la speme troiana,

dell’avvenire talentuoso stendardo,

ed a cantarla spunta d’ogni tana

di tutto il cosmo lodevole bardo,

per rigogliosi secoli prosperi

sarà essa udita, ed emulata,

incanto ed orgoglio d’ottimi posteri,

da sempre e per sempre cantata e narrata.

Queste le genti che dieder natale

alla Roma immortale, la forza fatale.

Gli ellenici cori già strozzano il canto,

di filosofia più non posson far vanto.

Continua implacata la stirpe del regno

che il fuoco arse ed il vento disperse,

ma erede più nobile, forte e degno,

già addobba vendetta ai nemici di Serse.

Non erano allora che rozzi pastori,

sui colli del Lazio alla meglio accampati,

che solo al raccolto, alle bestie ed ai fiori

del dolce Tevere son abituati.

Fra loro v’eran di stirpe divina

potenti signori agli dei cari,

traboccan le botti da ogni cantina,

e nelle case i Penati ed i Lari.

Fecer le dive tra quelle boscaglie

nascere un fiore d’amor tra la neve,

la bella Rea Silvia, che tante battaglie,

causò con il frutto del suo corpo lieve.

Naquer in due, di Marte figliuoli,

dentro le vene la furia del padre,

potenti e accecanti, come due soli,

serban dolcezza e eleganza di madre.

Ma come due soli al mondo non sono,

ne due di lune, ne tempo ne vita,

si come c’è una Gea ed un Crono,

la requie di pace fu presto finita.

Volle il destino fondare su morte

l’immensa grandezza del genere umano,

così che avrebbe l’un presa la morte,

e l’altro allo scettro porta la mano.

Patì mite Remo, per mano fraterna,

ucciso ai piedi di Roma nascente,

Romolo vinse, già fioca lucerna

di quel che tra i regni fu il più potente.

Ed edificandola sasso su sasso,

pian nacque Roma, flagello del mondo,

che poscia valente diè contrappasso

all’elleniche genti, con verecondo

ed audace tremore, caddero Atene,

Tebe, Corinto, poi ancora colonie,

Taranto han vinto, patiron le pene

del sommo furore, perser progenie,

onore han finto, ma disperazione

aleggia nel cuore, il tetro sussulto

del tempo estinto, e rassegnazione,

tenue affogata in un lieve singulto.

La gloria di Roma li ha in consegna

nei ricchi annali della sua storia,

la storia che educa, storia che insegna

le indicibili pieghe d’insana boria

e preponderanza, e ancora violenza,

di sopraffazione atroce e animale,

del regno che supplice fa la coscienza,

s’impone qui il sigillo del Male.

Forse che un giorno anche noi saremo

purificati da quel peccato

che portò Romolo a colpir Remo,

e ancora portiamo dentro, innato?

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