IL DIALETTO DI VENOSA TRA CONSERVAZIONE E INNOVAZIONE

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La lingua

A differenza di quasi tutti gli altri nomi di paesi della Basilicata, le cui prime attestazioni risalgono a documenti di epoca medievale, perché a quest’epoca risale la loro fondazione, il toponimo Venusia è attestato già in fonti di epoca classica. Il nome si legge per la prima volta in una fonte del 291 a.C., compilata in occasione dell’occupazione romana operata dal console L. Postumio. Poco dopo la città diventerà colonia ed in seguito municipio.

Nei secoli seguenti, altre importantissime fonti latine nominano il toponimo, sempre nella stessa forma. Lo ritroviamo nella monumentale opera di Tito Livio, Ab Urbe condita Libri, scritta a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C e nella Naturalis Historia di Plinio il vecchio, datata al I d.C.

Il toponimo è attestato anche in lingua greca, come Ouenousìa (Оυενουσία) nella Geografia di Strabone, vissuto anch’egli a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.

L’origine del nome, tuttavia, è sicuramente prelatina trattandosi, quasi certamente, di una fondazione apula. Gli Apuli erano una popolazione italica stanziata nell’area del Gargano.

Accanto a questo passato illustre e alla millenaria storia della città, patria di uno dei più grandi poeti dell’antichità, Quinto Orazio Flacco, si affianca, oggi, una situazione linguistica particolarissima e altrettanto affascinante.

Il dialetto venosino, infatti, presenta una tale varietà e ricchezza, da essere considerato, relativamente ad alcuni mutamenti, come una vera e propria chiave di lettura utile per comprendere l’evoluzione linguistica di un’area molto più vasta.

Un esempio chiarissimo di questa varietà si registra, ad esempio, negli esiti dialettali continuatori della vocale tonica (accentata) latina A. Nella resa di questa, infatti, le indagini svolte per conto dell’Atlante Linguistico della Basilicata (A.L.Ba.) hanno registrato ben quattro varianti diverse, come nella parola ‘bacio’ < BASIU(M) per la quale gli informatori hanno riferito la forma [ˈvəsə] vë̀së, dove la vocale accentata –ë̀– è muta, la forma [ˈvɜsə] vě̀së, con un esito della vocale tonica /ɜ/  –ě̀– intermedio tra /ə/ –ë– e /ɛ/ –è-, poi, ancora, la forma [ˈvɛsə] vèsə, con un esito in -e- aperta e, infine, la forma [ˈvasə] vàsë, con vocale tonica identica a quella italiana. Lo stesso accade, ad esempio, anche nella parola ‘testa’, il cui corrispettivo dialettale deriva dal latino CAPUT, che ha fatto registrare le forme [ˈkəpə] chë̀pë, [ˈkɜpə] chě̀pë, [ˈkɛpə] chèpë e [ˈkapə] càpë.

Rispetto alla A accentata il dialetto venosino, con i suoi quattro esiti, presenta quasi tutte le varianti che questa vocale fa registrare nel resto delle parlate lucane e rappresenta in questo senso un unicum all’interno del panorama linguistico della Basilicata.

Tuttavia c’è da sottolineare che questa variazione si rileva solamente quando la sillaba accentata termina per vocale (sillaba aperta), se invece la sillaba termina per consonante (sillaba chiusa) la A tonica latina conserva sempre il suo timbro, come ad esempio nella parola ‘quanto’ < QUANTU(M), che presenta esclusivamente la forma [ˈkwandə] quàndë, o come nella parola ‘sangue’ < SANGUE(M), registrata sempre nella forma [ˈsaNgə] sànghë.

Pronunce diversificate per uno stesso termine si registrano anche quando come base etimologica abbiamo una U oppure una I. Un esempio del primo tipo è offerto dal presente indicativo del verbo sudare che alla terza persona singolare ha fatto registrare le forme [ˈsɔ(u)rə] sò(u)rë, [ˈsa(u)rə] sà(u)rë e [ˈsʊrə] sụ̀rë ‘suda’ < SUDAS. Si nota, dunque, come nei primi due casi abbiamo come esito della U etimologica un vocoide /ɔ(u)/ -ò(u)- e /a(u)/ -à(u)-, cioè l’unione di una prima vocale, piena, e di una seconda vocale, che, invece, non viene realizzata pienamente. La terza forma, invece, presenta una vocale /ʊ/ –ụ̀-, intermedia tra /u/ –ù– e /o/ –ó-.

Qualcosa di simile si registra anche in presenza di I latina, come nella parola MARITUM ‘marito’, che ha fatto registrare anch’essa tre forme [maˈrɛ(i)tə] marè(i)të, [maˈrəitə] marë̀i e [maˈrɛtə] marètë. Nel primo caso come vocale tonica abbiamo un vocoide /ɛ(i)/ –è(i)-, nel secondo caso, invece, abbiamo una vocale muta tendente verso la vocale etimologica, che infatti viene riportata in apice nella trascrizione /əi/ –ë̀i-, e, infine, nel terzo caso l’esito della vocale tonica è una /ɛ/ –è– (e aperta).

Oltre a questi fatti, che riguardano le pronunce dei singoli suoni, una variazione altrettanto evidente si registra anche nel lessico, ad esempio per quanto riguarda alcuni nomi che indicano le varie fasi della vita umana ‘neonato’, ‘neonata’, ‘bambino’, ‘bambina’ ‘ragazzo’ e ‘ragazza’.

Per esprimere questi concetti, infatti, sono stati riferiti una moltitudine di termini, raccolti, con i rispettivi significati, nella tabella seguente:

Parola dialettale

Significato corrispondente
Trascrizione IPA Trascrizione ADL
[fəˈʎ:ɔ(u)lə] fëgliò(u)lë ‘neonato’
[fəˈʎ:olə] fëgliólë ‘neonata’, ‘ragazza’
[krjaˈtɔ(u)rə] criatò(u)rë ‘neonato’, ‘neonata’, ‘bambino’, ‘bambina’
[pət:ʃəˈnen:ə] pëccënénnë ‘neonato’, ‘bambino’
[pət:ʃəˈnɛn:ə] pëccënènnë ‘neonata’, ‘bambina’
[məˈnɪn:ə] mënị̀nnë ‘bambino’
[məˈnɛn:ə] mënènnë ‘bambina’
[waʎ:unˈʤid:ə] uagliungìddë ‘bambino’, ‘ragazzino’
[fiʎ:uˈlɛd:ə] figliulèddë ‘bambina’, ‘ragazzina’
[waˈʎ:onə] uagliónë ‘ragazzo’

Oltre a ciò le indagini dell’A.L.Ba. hanno raccolto alcuni termini ormai poco usati che spesso vengono sostituiti, anche nei parlanti più anziani, da altri termini provenienti dall’italiano. È il caso dei corrispettivi dialettali degli aggettivi ‘sordo’ e ‘sorda’, per i quali in passato si utilizzava il termine [taˈk:unə] taccùnë, mentre oggi questo è spesso sostituito dai termini [ˈsordə] sórdë ‘sordo’ e [ˈsɔrdə] sòrdë ‘sorda’.

Altre parole, invece, stanno scomparendo del tutto, perché scompaiono gli oggetti che designavano. Ad esempio in passato i neonati non indossavano il pannolino, ma venivano avvolti con una fasciatura composta da numerosi elementi, ognuno con un suo specifico nome.

Alcune informatrici anziane, intervistate per il IV Volume dell’A.L.Ba., hanno raccontato che prima della fasciatura vera e propria, si facevano indossare al bambino due indumenti: [la kam:əˈsɛd:ə]la cammësèddë ‘la camicetta’ realizzata con una stoffa leggera, priva di maniche o con maniche corte e allacciata nella parte posteriore mediante dei cordoncini di stoffa, a cui seguiva un secondo indumento detto [u kat:ʃamaˈnid:ə]u cacciamanìddë ‘il cacciamanine’, una sorta di vestaglietta solitamente a maniche lunghe.

Si cominciava, quindi, la fasciatura vera e propria. Composta da quattro elementi:

1) [u ˈsparnə]u spàrnë, un panno di grandi dimensioni fatto di [pəˈloʃ:ə] pëlósscë, una stoffa morbida, in parte simile al moderno pile.

2) [u kuˈtrid:ə]u cutrìddë, una sorta di “cuscinetto” ottenuto sovrapponendo vari strati di stoffa che poi venivano cuciti insieme a macchina. Era molto più piccolo dell’elemento precedente e la sua funzione era quella di sostenere il bambino e di assorbirne le deiezioni, evitando che gli strati successivi si sporcassero.

3) [u pan:uˈlɛ(i)nə]u pannulè(i)në, un altro panno di grandi dimensioni fatto di [ˈr:ͻb:ə] rròbbë ‘stoffa’.

4) [la ˈfas:ə]la fàssë, una fascia di cotone, lunga diversi metri, nella quale il bambino si avvolgeva completamente.

L’ultimo elemento era [u sak:əˈtid:ə]u sacchëtìddë, un sacchettino simile a una federa di cuscino in cui veniva inserito il bambino. Questo elemento poteva essere anche riccamente ricamato.

Un altro oggetto specifico per i neonati era chiamato [la puˈp:wɛt:ə]la puppuèttë, una sorta di succhiotto ante litteram, ricavato da un pezzo di stoffa con la quale si otteneva, legandola con un filo, una specie di pallina, che poi veniva bagnata con acqua e intinta nello zucchero.

Proprio allo scopo di raccogliere e tutelare quest’immenso patrimonio linguistico e culturale, a partire dal 2007, è stato messo in campo il Progetto A.L.Ba., il cui prodotto più importante è l’Atlante Linguistico della Basilicata.

Questo strumento scientifico, ideato e coordinato dalla Professoressa Patrizia Del Puente e finanziato dalla Regione Basilicata, è strutturato in modo tale da riuscire a rappresentare tutta la varietà, di suoni e di parole che i dialetti lucani sono.

Per ciascun concetto, viene compilata una carta linguistica, sulla quale si riporta, a seconda delle circostanze, la forma più arcaica o quella maggiormente attestata. Ad esempio per Venosa, nel caso della A accentata, è stato inserito in carta la forma contenente la vocale muta tonica –ë̀-, considerato l’esito più arcaico, mentre le forme contenenti gli altri tre esiti registrati –ě̀-, –è– e –à-, sono stati inseriti in legenda.

Invece nel caso di I e U accentate, in carta sono stati inseriti i vocoidi –è(i)– e –ò(u)-, mentre in legenda le forme contenenti gli altri esiti sopracitati, considerati più innovativi.

Lo stesso discorso vale anche per i termini che indicano le fasi della vita umana, ad esempio, per il ‘neonato’ si è deciso di inserire in carta la forma [fəˈʎ:ɔ(u)lə] fëgliò(u)lë, perchè considerata più arcaica, mentre gli altri termini registrati [krjaˈtɔ(u)rə] criatò(u)rë e [pət:ʃəˈnen:ə] pëccënénnë sono stati inseriti in legenda.

Oltre alle carte e alle legende l’A.L.Ba. si compone anche di un altro supporto, il Bollettino, dove si commentano le scelte effettuate in carta e in legenda e si aggiungono quelle parole che sono in qualche modo collegate al concetto principale. Ad esempio tutti i termini riguardanti la fasciatura del bambino si trovano nel Bollettino, come completamento della carta ‘Fasce’.

I lavori sono in corso e il progetto è ambizioso, tuttavia, il patrimonio linguistico e culturale dei dialetti lucani merita una simile impresa e il dialetto venosino rappresenta certamente una delle perle di questo inestimabile tesoro.

Uno sguardo all’A.L.Ba.: carte 33 e 34, volume I, sezione I

Nei dialetti della Basilicata i nomi di parentela accompagnati dagli aggettivi possessivi conoscono realizzazioni molteplici.  Un caso particolarmente interessante è offerto dai sintagmi “le mie sorelle” e “le tue sorelle” che presentano, tendenzialmente, le forme:
1_[i ˈsorə ˈmejə]i sórë méië e [i ˈsorə ˈtojə]i sórë tóië
2_ [mə ˈsorə] më sórë e [ta ˈsorə]ta sórë
3_[ˈsɔrəmə] sòrëmë e [ˈsɔrətə] sòrëtë.
Nella prima coppia di esempi l’aggettivo possessivo è posposto al nome di riferimento, nella seconda coppia lo stesso è anteposto al nome, e infine la terza coppia di esempi è caratterizzata dall’unione dell’aggettivo possessivo al nome come se fosse un suffisso.
I tre casi rappresentano le tipologie di realizzazione degli aggettivi possessivi con i nomi di parentela sul territorio lucano.

Nel dialetto di Venosa si registrano le forme sërùrmë e sërùrdë ad indicare rispettivamente “le mie sorelle” e “le tue sorelle”. In Basilicata si rilevano forme simili ma queste specifiche del venosino sono singolari. Come si spiegano?

Procediamo per gradi e a ritroso, iniziando ad analizzare le parole dalla fine scomponendole come se fossero scatole di matrioska.
Sicuramente le desinenze -më e-dë sono gli esiti degli aggettivi possessivi posposti al nome e già unitisi allo stesso (tecnicamente si tratta di univerbazione o univerbizzazione), esattamente come dimostrato dalla terza coppia di esempi illustrati sopra.
A questo va aggiunta un ulteriore dettaglio: il lessema sërùrdë non presenta la desinenza -të, che ci aspetteremmo guardando la terza coppia di esempi, bensì la desinenza -dë. In questo specifico contesto linguistico la consonante dentale presenta un esito sonorizzato dovuto all’effetto della vibrante che precede.

La restante parte dei lessemi sërùr- sembrerebbe continuare l’accusativo del rispettivo lessema latino SORṒRE(M). La situazione è particolare, perché gli altri dialetti lucani sembrerebbero, invece, far derivare gli specifici lessemi dialettali dal nominativo singolare del sostantivo latino SÓRŌR.

Usi e costumi venosini

Venosa, comune  di circa 11.000 abitanti, è da annoverare fra i centri lucani più ricchi di storia e tradizioni.

Come in tutta la Basilicata, anche qui sono rimaste tracce della civiltà contadina, soprattutto nell’ambito degli utensili domestici. I nostri nonni vivevano con poco. Gli strumenti che essi utilizzavano in cucina erano pochi. Si cucinava sul focolare, u fuculë̀rë [fukuˈlərə], appendendo un paiolo, caurë̀rë [kauˈrərə], alla catena ad anelli presente all’interno del camino, la cosiddetta camàstrë [kaˈmastrə]. Vi erano anche altri contenitori nei quali si potevano cucinare i cibi: la padella con il manico lungo, chiamata sartàšënë [sarˈtaʃənə], la pentola di rame a due manici, tièddë [tiˈɛd:ə], un tegame di terracotta (utilizzato soprattutto per cuocere il sugo), chiamato tijënë [tiˈjənə], e una pignatta nella quale si cucinavano i legumi, denominata pignë̀të [piˈɲ:ətə]. Questi contenitori, al contrario del paiolo, venivano posti vicino al fuoco poggiandoli su un treppiede di ferro (trëpérë [trəˈperə]); il fuoco veniva inoltre ravvivato grazie a uno strumento chiamato iatatòurë [jataˈtɔurə].

Il pane si faceva in casa, col lievito madre. Per impastarlo i venosini avevano due possibilità, giacché esistevano due diversi tipi di madia adibiti allo scopo: un semplice strumento costituito da assi di legno, denominato fazzatórë [fat:saˈtorə], e un mobile vero e proprio, chiamato mbastapë̀në [mbastaˈpanə], costituito da una madia, sotto alla quale si trovavano dei cassetti, con un coperchio soprastante. Per impastare la pasta di casa, invece, i venosini si servivano di un ripiano di legno, la spianatoia (šcanatrìddë [ʃkanaˈtrid:ə]); qui stendevano la pasta grazie a un matterello, denominato in dialetto la(g)ënatòurë [laɣənaˈtɔurə] e le facevano prendere forme differenti: molto diffusi erano i cavatelli.

Il cibo veniva poi consumato su un tavolino che presentava un cassetto sottostante, comunemente conosciuto come bbuffèttë [b:uˈf:ɛt:ə]. Se la famiglia non possedeva sedie, di solito si serviva di sgabelli a tre piedi, chiamati chiangèddë [kjanˈgɛd:ə]. Le vivande venivano poi servite in un piatto centrale, spë̀së [ˈspəsə] che doveva bastare per tutti i componenti della famiglia.

Venosa ha inoltre un’importante tradizione enogastronomica. Tra i piatti tipici più famosi andranno ricordati i “capelli d’angelo con latte, zucchero e cannella”, una preparazione tipica del giorno dell’Ascensione; molto diffuso è anche un piatto costituito da carne di pecora aromatizzata con olio, lardo, pomodori, cipolle, patate, peperoncino, prezzemolo e caciocavallo stagionato, ben conosciuto col nome dialettale di cutturìddë [kut:uˈrid:ə], è un piatto che nasce dall’esigenza dei pastori di sfruttare in qualche modo la carne di animali ormai vecchi e improduttivi. Altra particolarità venosina è un piatto composto da lumachine condite con pomodori e origano: si tratta della specialità nota col nome di ciammarucchìddə [tʃam:aruˈk:id:ə].

Molto ampia è anche la gamma dei dolci che gli abitanti di Venosa preparano in corrispondenza delle diverse festività del calendario religioso. Ad esempio, in occasione della commemorazione dei defunti, il 2 novembre, è usanza mangiare il “grano cotto dei morti”, un dolce confezionato con grano, chicchi di melograno, noci e vino cotto di fichi. Ancora, in occasione della Pasqua, si usa cucinare la scarcèddë [la skarˈtʃɛd:ə], noto anche come il dolce dei bambini: l’impasto è fatto di farina e uova e viene confezionato a mo’ di cestino o colomba, contenente, a seconda che il destinatario sia un maschietto o una femminuccia, rispettivamente un uovo e due uova. Per le festività natalizie è usanza, invece, confezionare dei dolci ripieni di ceci e castagne, i cauzungìddë [kautsunˈdʒid:ə]. Esistono inoltre dei dolci che venivano confezionati anche in occasioni di altre feste particolari, quali i matrimoni: si tratta dei raffaiùlë [raf:aˈjulə], biscotti rivestiti di glassa fatta con tuorli di uova e zucchero.

Alfabeto dei Dialetti Lucani_ Venosa

  1. La lingua_ Francesco Villone
  2. Uno sguardo all’A.L.BA.: carte 33 e 34, volume I, sezione I_ Anna Maria Tesoro
  3. Usi e costumi venosini_Teresa Carbutti
  4. File interattivo dell’Alfabeto dei Dialetti Lucani: Venosa_Anna Maria Tesoro

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