E’ FATTO GIORNO. LA MIA CERIMONIA INAUGURALE

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IDA LEONE

 

“E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con i panni, le scarpe e le facce che avevamo”
(Rocco Scotellaro, “E’ fatto giorno”)

Sono le 14:00 del 17 gennaio 2019. Sono sola, all’interno di della sala Levi di Palazzo Lanfranchi, a Matera. E’ quella nella quale trova posto il gigantesco quadro di Carlo Levi che riproduce i contadini della Lucania, in scene di vita vissuta. E’ la sala nella quale trova posto anche un grande pouf scamosciato marrone scuro, che riproduce il vecchio logo Matera 2019, quello della candidatura. Era un omaggio di uno dei nostri sponsor. Sono qui per dare una mano nell’allestimento della mostra di fotografie di Carlos Solito, che sarà inaugurata il 20 gennaio ma già da domani pomeriggio sarà oggetto di visite istituzionali, aspettiamo il Ministro e non so chi altro. Il silenzio è perfetto.

Ecco, la mia Opening Ceremony è iniziata più o meno così, da quando stesa sul pouf per riposarmi un minuto ho realizzato che dopodomani è il grande giorno. Ogni sera di questa lunghissima settimana sono tornata a casa stanchissima, i piedi piagati dalle molte ore passate in piedi, dalla molta strada fatta per spostarci da un punto all’altro dei luoghi nevralgici. Una cerimonia complessissima, dislocata in 8 e più punti della città, che coinvolge centinaia di persone non solo fra chi ci sta lavorando, come me, ma anche fra gli ospiti che aspettiamo: bande musicali da tutta Europa, artisti da mezzo mondo, istituzioni nazionali ed europee, persone che hanno lavorato alla candidatura. Senza contare l’ingente spiegamento di forze dell’ordine, e tutti i cittadini che si sono fatti coinvolgere, e le centinaia di volontari venuti da tutta Italia e da un pezzo di Europa per sentirsi parte della festa.

Cava del Sole è un posto abbagliante. Per il bianco delle pareti di tufo, scavate nei secoli per farne materiale da costruzione per la città, per il sole che splende, per la musica delle 10 bande arrivate da tutta Europa. Quando parte l’Inno alla Gioia suonato in contemporanea da centinaia di musicisti, mi commuovo. Per la musica e perchè penso che in un modo inusuale, molto criticato fino a oggi, siamo riusciti a dare alla città di Matera uno spazio aperto per concerti da 8.000 persone e un teatro / auditorium da 650. Penso alle mie amiche e colleghe della amministrazione, che hanno passato le notti sul bando e sulla attribuzione per progettazione e lavori, a Rita e Tonio che si sono occupati nel fango e sotto la neve della direzione lavori, alle maestranze che hanno lavorato senza fermarsi un giorno. Tutto quello che c’è sotto la superficie, come un iceberg, e che nessuno vede mai.

Dei discorsi istituzionali non me ne resta impresso nessuno. La governatrice facente funzioni della Basilicata e il premier Conte leggono – una cosa che detesto, nei convegni – troppo lunghi stucchevoli discorsi sulle magnifiche sorti e progressive della regione, con moltissimi verbi al futuro che provocano 3 o 4 fiacchi applausi di pura cortesia. Il Sindaco Raffaello De Ruggieri invece parla a braccio, un discorso appassionato nel quale si commuove tanto da essere abbracciato e confortato da Sinibaldi. Io non riesco a vedere gente che piange in nessun caso, ma quando a farlo è un signore di 82 anni dimentico all’istante tutte le frizioni e le difficoltà degli anni passati e vorrei abbracciarlo anche io. Quando alza lo sguardo al cielo e fa un gesto di saluto con la mano sappiamo tutti chi sta salutando, e ci commuoviamo in blocco, tanto che gli applausi diventano una standing ovation di 600 e passa presenti.

Lo spiegamento di forze dell’ordine è impressionante. Solo per scendere dal piano a Piazza S. Pietro Caveoso conto 5 filtri di Carabinieri, in divisa, in borghese, in assetto antisommossa; e poi finanzieri, poliziotti, DIGOS, polizia urbana, steward, uomini della security. Sono costretta a scegliere se vedere Matera Cielo Stellato oppure lo spettacolo che andrà in diretta RAI, e scelgo il secondo, pentendomene un po’.

Alle sei e un quarto, del tutto inaspettata, arriva la pioggia. Quaranta minuti di pioggia fitta, a tratti acquazzone, che provoca un fuggi fuggi generale del pubblico sotto il palco verso l’unico riparo più o meno possibile, l’arco affianco alla chiesa. Fuggono le bande musicali con i loro strumenti, fuggono i disabili con le loro carrozzelle. Tutti occupano il corridoio dove di lì a pochi minuti passeranno il Premier e il Presidente della Repubblica. La security si innervosisce e ne nasce un garbato ma fermo riposizionamento, con toni di voce che si alzano di un paio di decibel. Le bambine di una banda di sole donne vestite di bianco si spaventano e iniziano a piangere. Quando inizia la diretta, l’immagine che mi resta negli occhi – anche per non pensare al fatto che sono zuppa fino al midollo – è quella dei Corazzieri immobili, le gocce che gli scendono dagli elmi e dalla coda di cavallo.

Alla fine di tutto, io spero sia passato il messaggio Matera 2019, il nostro marchio di fabbrica. Ovvero che la cultura non è una cosa elitaria e lontana, ma è il frutto di lavoro collettivo, dal basso, di tutti. Che la cerimonia inaugurale è stata pensata per avere produzioni originali, non eventi che sarebbero uguali ovunque, cambia solo la location. Che un po’ di spettacolo ci vuole, in una cerimonia inaugurale, ma che il nerbo del 2019 sarà la crescita delle persone, che si misureranno con l’Europa in un fermento di produzioni innovative progettate e realizzate dalla collettività, sotto la guida e la spinta della Fondazione.

Pensieri sparsi,  a sera tarda, sotto il carillon umano di piazza Vittorio veneto, mentre tremo dal freddo

Gli intellettuali a Matera hanno saputo giocare un ruolo importante, distillato nei decenni, o forse  è stata solo tutta una incredibile congiunzione astrale favorevole, una botta di “fortuna” che ha incrociato occasioni, aspirazioni, i giusti leader politici, i giusti creativi e manager, e ha trovato i cittadini pronti a cogliere la sfida.

Vorrei sentir parlare sempre meno di Carlo Levi, di Giovanni Pascoli, di De Gasperi, e perfino di Pasolini e di Mel Gibson. Vorrei non sentire più la frase “da vergogna nazionale a Capitale europea della cultura 2019”. Vorrei rimanesse rispetto per il passato, ma si giocasse tutto sullo slancio verso il futuro, l’apertura, l’Europa, il mondo. Vorrei che Open Future scardinasse da Matera tutte le disgraziatissime vigliacche chiusure, i muri, gli steccati, i respingimenti, l’odio e la violenza di esseri umani lasciati morire in mare come cani.

La frase del Presidente della Fondazione registrata da una testata americana, che ha così scandalizzato, ovvero “Turisti non ne vogliamo” probabilmente è infelice ma io la comprendo perfettamente. Nessuno di noi vuole che Matera diventi Venezia, né Firenze, con tutto il rispetto. Vogliamo rimanere un luogo misterioso, nascosto, lento, con sue peculiarità speciali, a cui ci si accosta con deferenza e pronti a sopportare qualche piccolo disagio per scoprirla. Vale per Matera e per la Basilicata. La mia speranza – ma ho imparato che le speranze diventano realtà lavorandoci molto duramente, e credendoci sempre – è che il vento caldo preveniente da est investa l’intera regione, e già sta succedendo. Vorrei che il nostro modo di lavorare diventasse un marchio di fabbrica della Basilicata, e che gli individualismi mediocri, con lo sguardo basso, privi di coraggio e visione di futuro, muoiano definitivamente.

Fatevi travolgere dal 2019. C’è posto per tutti.
E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi.

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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