FORSE ABBIAMO CORSO TROPPO, E ORA DOBBIAMO FERMARCI

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Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
(Mariangela Gualtieri, Nove marzo duemilaventi) 

Mi ricordo esattamente come è stata la mia ultima giornata normale. Avevo un colloquio di lavoro, in un posto di mare non molto lontano da dove ero io. Era una giornata bellissima, una di quelle azzurre e terse che ci ha regalato questo anomalissimo inverno.

Poi, non ho capito più niente. L’avanzare al galoppo del COVID-19 ha coinciso quasi perfettamente con una fase critica della salute di una persona a me molto cara, e per due settimane sono entrata ed uscita dall’ospedale della mia città concentratissima solo su quello. L’epidemia, anzi la pandemia erano un rumore di sottofondo, spiacevole ma ancora lontano. Ora la persona in questione sta meglio, ma ancora ha bisogno di una qualche assistenza, e io mi sono ritrovata con nuove regole del vivere civile quasi a sorpresa, come ospiti venuti a bussare alla porta mentre dormivo. 

Uscire il meno possibile. Restare a casa che diventa un hashtag promosso dai big della tv e della canzone italiana. Lavarsi le mani. Stare ad un metro da chiunque. All’improvviso realizzo che ho a casa due soggetti ad altissimo rischio, se dovessero ammalarsi. E allora la porta di casa si spranga, si esce come i lupi solo per procurarsi da mangiare.

Non è così semplice, però. Mi fa molta paura, forse più del virus, questo nuovo modo di doversi rapportare agli altri. Non toccatevi. Lavati le mani, dopo. Sospetta di chiunque. Chi è questo che si avvicina a meno di un metro da me? Vade retro. Niente più cene, pizze con le amiche di sempre. Manco una passeggiata al fiume, cioè forse quella sì, ma sempre a distanza. Ecco, io ho moltissima paura che a questo improvviso disseccarsi dei rapporti umani come eravamo abituati ad averne, a questa povertà, a questo sospetto, alla solitudine finiremo con l’abituarci, e poi sarà difficilissimo tornare indietro. Non siamo animali affettuosi, non tutti.

Forse, però, è anche una botta salutare. Forse l’universo voleva dirci, in un modo appena più garbato di un meteorite, che dovevamo fermarci. Aumentati in modo esponenziale, negli ultimi decenni, il razzismo, l’odio, la forbice fra poveri e ricchi, il dispregio per l’ambiente, per le vite umane, per il rispetto dell’altro. E solo adesso, grazie ad un essere microscopico, scopriamo che l’altro siamo noi. Che basta niente per sentirsi profughi, respinti ai confini, umiliati da guardie armate. Che chiudere le città significa migliorare la qualità dell’aria che respiriamo, che ci siamo lamentati tanto dei troppi turisti e adesso che sono spariti spariremo anche noi con loro. Però intanto passeggiamo in una città che non riconosciamo più da quanto è bella, senza tutta la paccottiglia made in China. Che lo Stato non è “più lontano del cielo, e forse più maligno”, come scriveva Carlo Levi a proposito della percezione che di esso avevano i contadini lucani, e che ne va della qualità della vita di tutti se non funziona bene. La scuola, gli ospedali, l’amministrazione della giustizia: tutto quello che abbiamo tagliato senza pietà negli ultimi 30 anni, adesso ci serve. E fa la differenza fra la vita e la morte, come nel caso della sanità.

Basta, mi fermo. 
Sono stanca e ho bisogno di dormire.
Domani, come diceva Scarlet O’Hara, è un altro giorno. Che comincerà cercando di capire se posso andare a comprare il pane, e se ci sarà qualcuno che ancora lo vende.

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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