IL TEMPO PER FARE LE COSE

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Primo giorno di quarantena per la mia città, primo giorno nel quale diventa davvero quasi obbligatorio non muoversi da casa. Esco per comprare il pane, la frutta e pochi altri prodotti alimentari in negozi molto vicini a casa. Cronometro: ci ho messo 35 minuti, compreso qualche giro a vuoto. Domani provo a fare meglio.

Nel supermercato siamo in 4 o 5 ad attendere il nostro turno al bancone, ed occupiamo praticamente l’intero supermercato, tanto siamo sparpagliati. Io mi sono scelta una postazione fra tre scaffali, sostanzialmente mi sono murata viva, per placare l’ansia. Alle casse hanno adottato una segnaletica orizzontale per consentire la coda senza avvicinarci tra noi né avvicinarci alle cassiere. Il bisogno (la cautela, la paura) aguzzano sempre l’ingegno. Il mio giornalaio ha abbattuto una parete interna del suo prefabbricato “per avere più aria”. Anche questa improvvisa claustrofobia mi sembra di comprenderla perfettamente.

Ogni tanto ripenso al mio lavoro a Matera. Il contratto non è concluso, c’è ancora tutto il mese di marzo, e di colpo realizzo che ho lasciato un sacco di roba mia nei due uffici che ho occupato, e che in una botta di ottimismo ho pagato il fitto del mio monolocale anche per questo mese, e molto probabilmente invece non lo userò più. Anche lì, come è ovvio, c’è un sacco di roba mia che chissà quando potrò andare a recuperare. Una delle tante lezioni che ci sta ricordando questo evento straordinario è forse questa: sembra di avere tanto tempo per fare le cose, invece c’è un momento nel quale stai entrando o uscendo da un luogo per l’ultima volta, e non lo sai. Mi sa di imbroglio, come quando ai bambini prometti qualcosa e poi non riesci a mantenerlo. Mi avevate detto che avevo fino a fine marzo, e invece mi avete rubato un mese; avete messo il traguardo a 75 metri invece che a 100 mentre stavo correndo, e avevo ancora muscoli da distendere, che sono rimasti contratti.  Mi sono a lungo sforzata di ricordare se avevo buttato la spazzatura (l’ho fatto) e spento il flit del riscaldamento (avevo fatto anche questo, ma ho dovuto mandare qualcuno a verificare).  Vale anche per le persone: ti sembra di avere tanto tempo per poterle salutare per bene prima che ripartano e spariscano dalla tua vita, e invece non puoi farlo più, non come avevi immaginato, almeno. Anche perchè ormai abbracciarsi è tabù. Forse è accaduto così anche il 23 novembre del 1980, l’altro grande evento straordinario che ha segnato quelli della mia generazione. Forse è accaduto così anche quando è scoppiata la guerra.

Le cose lasciate a metà, non completate come avrei voluto, perchè ad un certo punto non c’è stato più tempo, mi tormentano. Per una perfezionista maniaca della simmetria come la sottoscritta è un dettaglio per il quale potrei non dormire di notte. Già mi capita spesso, di svegliarmi nel cuore della notte e faticare a riprendere sonno. Fra l’altro, abito molto vicino all’Ospedale e le ambulanze a sirene spiegate sono sempre passate, ma adesso mi fanno trasalire come se stessero venendo a prendere me.

Dobbiamo essere positivi, dicono.
Ci provo, giuro. Poi vedo il video nel quale il Sindaco di Bari piange desolato percorrendo una via centrale della sua città completamente deserta, le saracinesche abbassate, e piango anche io.

Restiamo a casa.
Domani è un altro giorno.

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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