IL FUTURO APERTO NON E’ UN’OPINIONE

0

di ILARIA D’AURIA

Prosegue il dibattito aperto da Giovanni Calia sul rapporto fra élites e modi di intendere la cultura, tenendo in filigrana il programma e le metodologie peculiari dell’anno da Capitale Europea della Cultura.  L’articolo originale è stato pubblicato su Medium.

Seguo con particolare interesse le reazioni di numerosi intellettuali italiani all’articolo sulla crisi delle élites pubblicato da Alessandro Baricco su Repubblica. Da settimane, economisti, giornalisti, sociologi e filosofi stanno dibattendo su come questa nostra società tecnologica del 21° secolo sta cambiando il rapporto tra popolo, élite e il contratto sociale che caratterizza la nostra democrazia.

Non può dunque che farmi piacere scoprire che alcuni spunti di questo dibattito nazionale abbiano ispirato una riflessione su un caso in apparenza più locale: quello di Matera 2019, Capitale europea della Cultura. Una città associata inevitabilmente ad una visione progettuale che da proposta è diventata, volenti o nolenti, realtà. Con lo slogan “Open Future / Futuro Aperto”, il 19 Gennaio 2019, Matera ha inaugurato il suo anno da Capitale europea della Cultura.

Avendo contribuito allo sviluppo di quella visione, dagli albori della candidatura fino alla nomina di Matera a Capitale Europea della Cultura, non posso che cogliere l’occasione dei post di Giovanni Calia e Piersoft Paolicelli per aggiungere un tassello e ampliare la prospettiva, riprendendo due temi a me cari.

La cultura come pratica, alla base della cittadinanza.
La proposta visionaria di Matera 2019 ha vinto su tutte le altre (venti) candidature italiane. Lo slogan “Open Future / Futuro Aperto” voleva racchiudere l’insieme dei contenuti programmatici della proposta culturale e artistica per l’anno in questione, ispirati da un’approfondita analisi della storia e delle caratteristiche del territorio. Con quella dichiarazione di intenti, il progetto Matera 2019 ha convinto, più degli altri, la giuria internazionale incaricata dalle istituzioni europee e dal governo nazionale di scegliere la città italiana che nel 2019 sarebbe stata Capitale europea della Cultura.

Vorrei aggiungere qualcosa al ragionamento di Giovanni, che vede nella visione di Matera 2019 “un’opportunità per stravolgere il modo in cui abbiamo guardato il mondo” e per “portare le élites che hanno fallito a riscoprire il tesoro di valori e risorse custodito in quel ‘popolo’ che hanno snobbato per secoli”. Se queste fossero state le nostre intenzioni nello sviluppare la proposta progettuale di Matera 2019, avremmo peccato di triste presunzione. Se questi fossero stati gli effetti, più o meno indiretti, sarebbe una profonda e personale delusione.

Il futuro aperto indica piuttosto un percorso che, andando oltre alla strumentale contrapposizione tra popolo e élite, permette di scoprire, sviluppare e vivere la cittadinanza in un territorio di appartenenza che va oltre il proprio orticello.

Sono orgogliosa che, in tempi non sospetti, abbiamo rimesso al centro un concetto fondamentale della democrazia - completamente scomparso in questi tempi pericolosi in cui vige solo il “popolo sovrano”: quello di cittadinanza, che richiama la piena partecipazione al governo della cosa pubblica. E abbiamo caratterizzato la cittadinanza con la cultura, quella a 360 gradi.

Facendo corrispondere al concetto di cultura la sua pratica, ne abbiamo allargato gli orizzonti.
I 5 temi di Matera 2019 hanno preso spunto dai saperi ancestrali e dalle competenze contemporanee che caratterizzano il territorio materano e lucano nel suo insieme –  dalla fabbricazione del pane allo studio della forma della Terra e delle sue dimensioni. L’allargamento del concetto di cultura all’insieme di pratiche che, oltre il teatro, la musica e la danza, abitano il nostro quotidiano (come lo sport, la cucina e il giardinaggio), cosi come il legame indissolubile tra cultura e cittadinanza sono gli elementi che caratterizzano la proposta di Matera 2019. Una proposta vincente rispetto a quello di altre venti città italiane in competizione tra loro, tutte altrettanto belle, tutte altrettanto intrise di storia e di cultura.

Piersoft mi trova d’accordo quando dice che “il senso di Open / Aperto non siamo riusciti a raccontarlo”. Dopo quel 17 Ottobre 2014, giorno in cui Steve Green diede l’annuncio che Matera era uscita vittoriosa da un processo di selezione (e dunque di competizione) durato quattro anni, se ne sono viste e sentite di tutti i colori. Quel progetto visionario, seppur raccontato male o incompreso, era diventato patrimonio collettivo di una comunità che andava oltre il territorio materano. Scomparsi gli avversari comuni, quella comunità di intenti si è dispersa e la prospettiva di apertura è stata cannibalizzata da appetiti personali e interessi individualistici. Non ha senso riaprire questo misero capitolo (dis)umano di Matera 2019, ma non possiamo far finta che non sia mai esistito. A maggior ragione adesso che dovremmo spostare il dibattito dall’opinione, basata sulla percezione soggettiva, a quella costruita su dati oggettivi  – quelli emersi dal monitoraggio e valutazione.

Il futuro aperto non può, e non deve, rimanere un’opinione.
Nel 2015, dopo la commovente conferenza di Zygmunt Bauman a Matera, avevamo scritto con Giovanni Calia un post  – un po troppo lungo ma con buone intenzioni  – con una proposta sulla legacy di Matera 2019: misurare l’intangibile. Riprendo e rilancio questo aspetto, che rimane scoperto, ad oggi (correggetemi, se sbaglio!). Approvata la splendida visione progettuale di Matera 2019, confermato il programma culturale che quest’anno nutrirà le nostre anime e ci regalerà esperienze indimenticabili, non possiamo evadere la questione del dopo.

Chiamatela “legacy”, impatto o eredità, non possiamo esulare dal guardarci negli occhi, uscire dalle tifoserie dei social, andare oltre le nostre percezioni personali percezioni di cosa funziona e cosa no, ed analizzare la manifestazione attraverso le lenti del monitoraggio e della valutazione. 

Non si tratta di aprire un nuovo fronte per alimentare la fame di polemica insaziabile dei trolls digitali, né si vogliono aizzare sterili polemiche. Mi sembra invece importante cogliere la preziosa occasione offerta dai post di Giovanni e Piersoft per affrontare di petto il tema della cittadinanza culturale, portandolo oltre l’opinione soggettiva – che sia quella del popolo o delle élite – e dentro una nuova arena: quella della valutazione e del monitoraggio, basandosi su indicatori solidi e misurabili.

“Rafforzare la cittadinanza culturale; incrementare le relazioni internazionali, valorizzare un movimento emergente di burocrazia creativa, ma soprattutto fare di Matera la più importante piattaforma aperta del sistema culturale del Sud Europa” (Dossier di candidatura di Matera 2019, pagina 8)

Se riprendiamo il dossier di candidatura di Matera 2019, troviamo una serie di cifre che accompagnano la visione futuristica di Matera 2019. Adesso che quel futuro si sta svolgendo, diventa quanto mai urgente e necessario analizzare ciò che è stato fatto, si sta facendo e si sta per fare. Il monitoraggio e la valutazione rimangono un impegno, oltre che una responsabilità, al quale la classe dirigente della Fondazione Matera 2019 non può sottrarsi: non solo perchè Matera 2019 è patrimonio di tutti e da questa esperienza possiamo e dobbiamo imparare tutti, ma anche perchè da questo esercizio si possono mettere le fondamenta per una pianificazione del futuro della Fondazione. Inoltre, l’esperienza di Matera 2019 fa parte di un bagaglio più ampio di esperienze di Capitali europee della Cultura dalle quali trarre informazioni cruciali su aspetti come l’impatto dei grandi eventi sulla pianificazione urbana, sul suo tessuto sociale ed economico, sulla sua immagine e sul suo posizionamento internazionale.

E’ vero, ci sono dei rischi.
Pochi giorni fa è stato pubblicato rethinkIMPACTS 2017: il report di “valutazione fondato sulla ricerca degli effetti della Capitale Europea della Cultura” di Aarhus 2017 (Danimarca). rethinkIMPACTS è un’organizzazione che nasce dal partenariato strategico tra l’Università di Aarhus e la Fondazione Aarhus 2017.

“La valutazione non è stata una semplice documentazione a posteriori dei successi e fallimenti della manifestazione. Una parte della valutazione è stata formativa, il che significa che ha contribuito allo sviluppo di Aarhus 2017 fornendo analisi e creando conoscenza durante tutto il processo. L’inclusione di ricercatori e professionisti nella formulazione delle domande rilevanti da affrontare è stata una parte integrante della valutazione e ha contribuito al suo valore e alla sua qualità” (dal rapporto rethinkIMPACTS2017)

Leggetevelo, quel report. Scorrete attraverso la lista di pubblicazioni e di progetti di ricerca che spaziano dall’analisi dei social network a quella della partecipazione dei giovani alla vita pubblica attraverso la cultura (nel 2014!). Perché sono importanti, oltre che interessanti per noi, formativi per decine di ricercatori europei e strategici per rethinkIMPACTS (che oggi è membro di UNeECC, il Network delle Università delle Capitali europee della Cultura)? Sono importanti perché permettono di uscire dalla retorica, mettere da parte la soggettività, abbandonare le diatribe sui social e riflettere con dati alla mano su cosa è cambiato, nel bene e nel male. Ci serve per capire se quel futuro aperto è rimasto un’ambizione o è diventato realtà. Ci serve per aggiustare il tiro, mettere le fondamenta per domani, capire cosa vogliamo tenere e cosa no.

Il tema di Aarhus, per esempio, era “rethink”  /  ripensare (e dunque “ripensarsi”). Una dichiarazione di intenti ambiziosa, come ambiziose devono essere le visioni di manifestazioni che per dieci anni lavorano alla loro realizzazione. Dal report impariamo tante cose sugli effetti, previsti e imprevisti, positivi e nefasti, a corto, medio e lungo termine, di Aarhus 2017. E’ vero che questi dati potrebbe servire a chi ha già peccato in passato di strumentalizzazione e semplificazioni per soddisfare i propri fini personali, ma oramai li conosciamo e sappiamo come funzionano. Voglio credere che non cadremo un’altra volta nello stesso tranello. E’ vero che è possibile che alcuni risultati vengano estratti dal loro contesto per alimentare le tifoserie che in Facebook trovano il loro habitat naturale. E’ vero che i messaggi e i risultati potrebbero essere distorti da chi ha preso l’abitudine di additare e di accusare singoli, piuttosto che capire le dinamiche  -  complesse  –  del mondo in cui viviamo

Ma in nome di questi rischi, non possiamo sottrarci a questo esercizio, necessario e cruciale per la pianificazione del dopo e il posizionamento di Matera in un’area che va oltre la meraviglia passeggera.

Per quel che mi riguarda, alla fine di questa lunga storia durata un decennio, auspicherei ,  piuttosto che un dibattito sul rovesciamento dell’anacronistica contrapposizione tra popolo e élite ,  l’affermazione di una rinnovata (risanata?) cittadinanza che si senta appartenere a un luogo come Matera, radicato in Europa, e non contrapposta alla stessa.

___________________________________________________

ILARIA D’AURIA, Sociologa di formazione, lavoro a Bruxelles nel settore degli Affari europei, occupandosi di politiche di ricerca e di innovazione per le regioni. Ho lavorato alla candidatura di Matera 2019 dagli albori fino alla nomina.

Condividi

Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

Lascia un Commento