MATERA 2019, LE ELITES, IL ROVESCIAMENTO DEL TAVOLO

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GIOVANNI CALIA

Seguo con interesse il dibattito nazionale in corso da un po’ di giorni sulla contrapposizione tra élites e popolo lanciato da Alessandro Baricco sulle pagine di Repubblica. La posizione di Baricco sulla incapacità delle élites di ascoltare le esigenze del popolo ci ha portato, dice lo scrittore torinese, alla situazione attuale in cui c’è una sorta di ribaltamento dei ruoli. Il malessere del popolo enfatizzato dalla crisi economica dell’occidente, unito agli strumenti di comunicazione moderni che hanno dato voce a tutti rendendo visibile questo malessere, è la principale causa di una situazione occidentale che sta mettendo a dura prova la democrazia per come l’avevamo intesa fino a ieri.

La posizione di Baricco ha aperto un dibattito nazionale interessante a cui stanno partecipando diversi intellettuali su giornali italiani se pur, ad onor del vero, il dibattito su questi temi è in corso anche in altre parti del mondo (consiglio di prenotare il libro The infinite Game di Simon Sinek a tal proposito).

Da quell’articolo però la parola élites è rientrata fortemente nel gergo televisivo e radiofonico, tornando in auge per identificare un certo pezzo di società. Oggi Gustavo Zagrebelsky risponde a Baricco sulle pagine di Repubblica affermando in sostanza che questa divisione nella società non esiste o, quantomeno, non è così nettamente circoscritta.  Il fatto stesso che su questo tema si esprimano personalità del calibro di Zagrebelsky e che lo facciano su una testata nazionale, sta confutando in qualche modo la stessa tesi di Zagrebelsky. Questo dibattito è chiaramente “élitario” e non interessa il “popolo”. Ed è un fatto prevalentemente legato all’accesso da parte di pochi a quei media mainstream in grado di costruire o deviare l’agenda del paese. Il fatto quindi che poche persone si esprimano su mezzi di comunicazione nazionali inaccessibili ai più, dimostra che una classe di “intellettuali” in questo paese esiste e si sta facendo delle domande.

Questo dibattito mi ricorda molto i modi in cui nell’ottocento o agli inizi del novecento le élites europee si interrogavano sul loro presente e sul loro futuro. Da questo punto di vista sento di sostenere la tesi di Baricco che nel suo ultimo libro The Game (Einaudi, 2018), viene fortemente anticipata. Leggendo Zagrebelsky però non si può non essere d’accordo con lui quando ricorda i Quaderni di Antonio Gramsci, in cui si discuteva proprio questo tema. Partendo dalla domanda:

“come si può ammettere che il voto di Benedetto Croce valga come quello del pastore analfabeta transumante nel centro della Sardegna

si rispondeva così:

il pastore non ha nessuna colpa, la colpa è di quelli —  politici e intellettuali  —  che non hanno saputo raggiungere il pastore per imparare qualcosa da lui e per insegnare qualcosa a lui. Il che non si può fare se si crede che la cultura sia tutta racchiusa nelle biblioteche.

Mi piace particolarmente questo dibattito proprio perché il dossier ed il programma di Matera 2019 non fanno che concretizzare quella idea gramsciana per cui la cultura non sia tutta racchiusa nelle biblioteche, ma sedimentata prevalentemente nelle radici antropiche più antiche dei popoli.

La visione di Matera 2019 è esattamente questa: stravolgere l’ordine con cui abbiamo guardato il mondo, creando una visione di futuro che faccia evolvere e trasformare il tesoro custodito da quei “pastori” di gramsciana memoria mettendoli al centro della scena. Portando le élites che hanno fallito a riscoprire il tesoro di valori e risorse custodito in quel “popolo” che hanno snobbato per secoli. Se c’è quindi un luogo da cui partire è proprio quello della memoria dei più umili, di quelli che chiamavano “cafoni”, spingendo così il popolo a diventare moralmente élite e le élites a cambiare il mondo per farlo diventare a misura di popolo.

Su questo tema Matera 2019 è un esempio importante e troppo spesso poco compreso. Sta a noi dimostrare che rappresenta uno strumento reale di cambiamento della società e non un mero strumento di visibilità passeggero.

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Giovanni Calia, materano. Ha vissuto per molti anni in Europa, si occupa di marketing integrato, ed è un seguito blogger su temi politici e sociali.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

4 commenti

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    Giovanni, fammi capire una cosa. Secondo Gramsci (che io non ho letto se non in modo diseguale e non metodico, prendo l’argomento da te), il pastore non è incolto: ha una cultura altra, una competenza che funziona in quel contesto lì. In questo, è uguale a Benedetto Croce, che sa molte cose utili e interessanti nel proprio contesto. I due sono anche uguali nel senso che una cultura non contiene l’altra (il pastore sarebbe un pessimo filosofo, il filosofo un pessimo pastore), e hanno cose da imparare l’uno dall’altro.

    Ma allora perché la responsabilità di governare questo apprendimento reciproco è tutta dal lato di Croce?

    E, trasponendo il principio al mondo di oggi: questo significa che un intellettuale, tu per esempio (ti ricordo che per Gramsci i maestri di scuola sono intellettuali, non si riferiva agli intellettuali di punta), ha la responsabilità di cercare il confronto con l’analfabeta funzionale delle scie chimiche e del signoraggio? Mentre non è vero il viceversa, lui, cioè, non ha nessun dovere di cercare di capire perché Krugman critica l’euro, e perché Schäuble ha tanto in odio il rischio di inflazione?

    Se stiamo parlando di riscaldamento globale, o di sicurezza nelle centrali nucleari, o di progetti di geoingegneria, è proprio vero che “la cultura non è tutta nelle biblioteche”? Dov’è il resto della cultura, quando il sapere è tecnico? Nelle chiese? Le bocciofile? Le palestre di yoga? Dovremmo fare la media fra creazionisti e evoluzionisti? Tra chi misura la CO2 e chi “ma quale cambiamento climatico, intanto siamo sotto zero”?

  2. Pingback: MATERA 2019, RINNOVARSI ATTRAVERSO MOLTE STRADE POSSIBILI. - Talenti Lucani - Passaggio a Sud

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    Alberto, ma infatti: come ho cercato -malamente- di scrivere, Zagrebelsky ha confutato se stesso nel momento in cui partecipa ad un dibattito rivlgendosi ad alcune persone utilizzando determinati strumenti, il che dimostra implicitamente che una distinzione di classe (se vogliamo chiamara così) c’è ed è quanto mai evidente.
    Rimango però del parere che del pastore sardo, per utilizzare la stessa metafora, bisogna riscoprire “i valori” e più in generale la “memoria dei più umili”. Per me il tesoro custodito da questa parte di società è tutto lì, per questo auspico che il dialogo tra “classi” torni ad esserci.
    Poi, nonstante sia d’accordo con te sulla questione delle competenze, ho dei seri dubbi nell’affermare che se una città come la mia fosse stata pensata oggi in qualche aula di architettura, sarebbe diventata strutturalmente quella che è, e soprattutto sarebbe stata in piedi per diecimila anni.

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