L’ISOLA

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Amavo quello scoglio grigio, di calcare eroso e dissolto dalle piogge e dalla salsedine, quel contrafforte di roccia calcarea che si ergeva come la prua di una nave dalle profondità turchesi del mare, interrotto da piccole balze verdissime, ricoperte di cespugli odorosi, con resti di muretti a secco tirati su da antichi contadini-marinai la cui memoria era ormai dispersa nel tempo.

Sulla sommità di quella piramide di grigio calcare il faro, grigio come la roccia con cui fu fabbricato, monocolo luminoso delle tenebre notturne, per me, casa.

Dal camminamento intorno alla lampada tutto era un azzurro indistinto da cui emergeva beffarda ed inaffondabile l’isola.

D’estate nel riverbero accecante un punto disperso nel turchese più brillante, punto di verde intenso perso tra le onde, d’inverno, quando le onde aggredivano le pareti rocciose, fino a squassarle dalle fondamenta più profonde, l’isola era una Moby Dick temeraria che le onde artigliavano, scuotevano, sommergevano e che, sempre, indomita, riemergeva dai flutti sfidando gli dei dell’abisso ad aggredirla più forte.

D’estate mi perdevo alla cala del turbante, tra scheletri rocciosi e macigni, a scrutare gli anfratti azzurri e le trasparenze alla ricerca di pesce, mi recavo al murenario, tra i resti dell’antica villa a pescare.

D’inverno dalle finestre del faro guardavo le fauci della bestia che aggrediva il mio scoglio affascinato dalla potenza del mare e fiducioso nella saldezza dell’isola.

Esco in un mattino di luglio assolato, l’odore del rosmarino e della mentuccia riempiono l’aria fresca del mattino, a saltelli giù per il sentiero verso la villa romana e dalla spiaggia, a nuoto, nel murenario. Mi siedo in quella grotta silenziosa rischiarata dalla luce del sole e resto immerso negli echi delle onde marine che si frangono sulle pareti, infine, dopo un tempo non breve, lo vedo.

E’ appena entrato il pesce, guardingo nuota piano in cerca di preda. Armo la canna e lo aspetto al varco.

Il balenio argentato cincischia con la mia esca, ci gira intorno, a tratti sembra mi scruti dal basso, mentre paziente attendo alla mia trappola:

Ti avrò pesce! Ti avrò. E ti cucinerò con onore con poca acqua e poco pomodoro, con solo qualche cappero e il basilico. Prometto che onorerò le tue carni col vino migliore che ho ancora in dispensa e che dopo ringrazierò il mare per il dono.-

Ma niente, Lui cincischia e saltella, si fa beffe della mia esca e infine, afferrato un gamberetto dal fondo, con un luccichio di pinna si sposta verso l’ingresso del murenario e mi lascia solo, al buio e con la canna in mano.

Vado, ormai la battaglia giornaliera col pesce è perduta, con le ore di caldo ritorna a largo e lascia il murenaio ed io, scornato, disarmo la canna e passo dopo passo risalgo al mio faro.

Le pietre accostate del basolato che forma il sentiero sono già di fuoco e il sole infiamma già le rocce, risalgo il sentiero in una frenesia di grilli con gli occhi socchiusi per la luce abbagliante e con le tempie che battono per lo sforzo e il calore, salendo pregusto l’aria fresca nella muratura che mi accoglierà dall’uscio alla base del faro.

La piattaforma davanti alla porta è una mensola a picco sul mare, al di sotto tra lentisco ed euforbia, cisti ed erica, lauro e mirti aggrappati alla roccia il blu profondo del mare, mi sfiora l’idea di un volo fino all’acqua, lo stesso pensiero che, ogni volta, attraversa la mente: vento che sferza il viso, odore di rosmarino, stretta allo stomaco e, infine, il gelo dell’acqua e la risalita, affamata, verso l’aria e la vita.

Apro la porta e con il fresco dell’aria un odore di cucina mi raggiunge inaspettato e delizioso, pomodoro e capperi, l’odore del mare, olio, aglio: Lei è arrivata!

Faccio le mie scale tre per volte e, svoltato l’angolo che porta alla mia casa, la vedo.

Mi fermo e mi gusto piano ogni cosa, il profilo tonico delle sue gambe, la morbida rotondità del suo sedere, le sue spalle liscie e armoniose, le sue braccia spalancate che aspettano un abbraccio, il suo seno tondo, porto sicuro e profumato, il suo sorriso bianco e i suoi occhi verdissimi e pieni d’amore.

Amore, sono arrivata, vieni, vieni a mangiare.

Amuri, amuri, ce n’haju a fari del mangiari, amuri amuri a tia vogliu mangiari, a tia vogliu sentiri, a tia…..

CLANG ! CLANG! CLANG!

-Uè, sdilinquenti! Detinuto! Svegliarsi gioventù, amuninni, che arrivò il rancio ! Che è amu aspettari ca ‘u principinu se sveglia? Muoviti disgraziatu! Tonio, lu vidissi a chistu sdilinquenti? Lo chiamano la viditta, quando non dorme sta affacciato alla finestra a guardari il mari

-Mì superiore, tutto il giorno?

-Si, non si catamina da lì, estate e inverno, mezzu pazzo è!

-Superiò e quando finisce di scontari la pena?

-Chi? La viditta?….Mai, ergastolano è, può stare a guardirisinni lu mari tutto il tempo!

Amavo quello scoglio grigio, di calcare eroso e dissolto dalle piogge e dalla salsedine, quel contrafforte di roccia calcarea che si ergeva come la prua di una nave dalle profondità turchesi del mare, interrotto da piccole balze verdissime, ricoperte di cespugli odorosi, con resti di muretti a secco tirati su da antichi contadini-marinai la cui memoria era ormai dispersa nel tempo.

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Sull' Autore

Giampiero D'Ecclesiis (Miles Algo) è un geologo. Forse anche per questo riesce ad amare la profondità dei luoghi e della terra. Poeta e scrittore pubblica i suoi racconti e le sue poesie in anteprima sulla pagina Facebook e sul suo blog. Nel 2008 presenta un libro di sue poesie dal titolo “Fantasmi Riflessi” cui segue, nel 2009, il suo primo lavoro narrativo “Vota Antonio, Viaggio semiserio in una campagna elettorale del 2009” (Arduino Sacco Editore). Nel 2012 per la collana “Scritture in metamorfosi” curata dall’Associazione culturale LucaniArt, pubblica una silloge di poesie dal titolo “Graffi nell’anima”. Con il suo racconto “150° Unità d’Italia – 20 luglio 1915, Isonzo” vince il primo premio della sezione Narrativa adulti del 1° Concorso letterario Nazionale “Premio Carolina D'Araio” e, sempre nella stessa occasione, con la poesia “Salendo al paese” il terzo premio della sezione Poesia adulti. Pubblica “Due avventure di Giovacchino Zaccana viaggiatore” in una raccolta di racconti editi dalla casa editrice Pagine nella collana “Nuovi autori contemporanei”. Nel 2014 pubblica il libro “Ipnotiche oscillazioni ed altre storie” Edizioni Universosud cui segue, nel 2015 sempre con la Casa Editrice UniversoSud, il libro di racconti “Giovacchino Zaccana – Appunti disordinati di viaggio”. Collabora con giornali e con riviste on line pubblicando poesie, brevi racconti e riflessioni di natura sociale e culturale. Ha un rapporto critico con il mondo che lo circonda. E’ curioso, irriverente. Odia ed ama la politica. Preferisce quella di prossimità. E’ capace di animare eventi complessi quando la letteratura, la musica, il teatro e la poesia possono restituire una occasione anche ai luoghi che vive. Così ha fatto rendendosi ‘testimonial’ del bisogno di spazi verdi fruibili nella sua amata Potenza, di luoghi da sottrarre all’amianto, all’incuria e all’abbandono.

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