LA CITTÀ DI POTENZA: CAPOLUOGO MERIDIONALE CON UN DIALETTO SETTENTRIONALE (2)

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 il dialetto potentino ( seconda parte)

patrizia del puente

 

 

Passaggioasud,talenti lucani ringrazia sentitamente la prof.ssa Patrizia del Puente per questo lavoro speciale di divulgazione sui social dei dialetti lucani, un argomento molto caro alla popolazione e che è stato accolto , sin dalla sua presentazione, come una iniziativa di grande ed entusiastica condivisione. Quando parliamo di una Università che deve portare per mano questa comunità regionale, dimostrandosi aperta e rigorosa sulle tematiche che la vedono coinvolta , ma anche capace di divulgare in forma moderna il suo sapere, non possiamo che portare ad esempio quello che la prof. ssa  Del Puente ha pensato e progettato. rocco rosa

 

   3   San Gerardo tra iaccara e uarëniéddë

 Potenza conserva intatte tante tradizioni storiche che rivivono tra leggenda e religiosità. Molto sentito è il culto di San Gerardo della porta, vescovo di Potenza dal 1111 al 1119. Il mese di maggio è teatro di numerose manifestazioni ed eventi culminanti nella ‘Storica parata dei Turchi’ del giorno 29 che precede la processione religiosa del giorno dopo. Sia la processione sacra che la sfilata profana richiamano  davvero numerosissimi fedeli e turisti da fuori regione, attratti dalla peculiarità culturale e storica delle manifestazioni che si celebrano ininterrottamente da circa due secoli, come scrive Riviello, ma che, affondano le radici addirittura nel ‘500. Il grandissimo patrimonio storico e culturale della sfilata si riflette inevitabilmente nel variopinto panorama linguistico potentino. Non è un caso che la lenizione di  -p-, non sempre registrata, oggi si conserva invece nel nome di uno dei personaggi tipici della sfilata, il gran turco   cëvuddinë [ʧəvu’dːinə] ‘cipollino’,  ribattezzato così dal popolo per via del peculiare copricapo orientale che richiama la forma di una cipolla. Elemento noto della sfilata è la iaccara [‘jakːara], un grande tronco formato da un fascio di canne tenuto insieme da cordini che viene scalato da un giovane coraggioso che lo brucia dalla cima. La iaccara [‘jakːara] prima di essere piantata a terra e scalata in piazza del Sedile, viene portata a spalla per tutta la sfilata da un gruppo di giovani vestiti a festa con l’abito della tradizione potentina chiamato uaraniéddë [warə’njedːə]. I giovani sono accompagnati dalle ragazze che indossano lu vëstirë da pacchianèdda [lu və’stirə da pakːja’nɛdːa], tutti insieme cantano e ballano agitando la scóva dë gënèstra [la ‘skova də ʤə’nɛstra]‘scopa di ginestra’. Nell’occasione si degustano piatti tipici della tradizione: lu rucchëlë cui frittëlë [lu ‘rukːələ kui ‘fːritːələ]‘la focaccia con le cigole’, straššënarë [straʃːə’narə] e manarë [ma’narə] (trafile di pasta tradizionali), baccalà a la putënzésë [bakːa’la a la putən’zesə] ‘baccalà alla potentina’. Per molte sere nella centrale piazza Prefettura si assiste a canti e balli sui ritmi della musica tradizionale, da cui emerge l’affascinante patrimonio linguistico del capoluogo che rivive più che mai nell’atmosfera della festa.

Di seguito si riporta il testo della canzone lu bbraccialë, trascritta nell’ Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) e nell’Alfabeto dei Dialetti Lucani (ADL). Il brano può considerarsi emblematico dei festeggiamenti in onore di San Gerardo e rappresenta un inno alla ruralità e alla civiltà contadina, le quali richiamano alla memoria costumi e valori dal sapore antico e genuino.

Trascrizione IPA

[lu b:raˈt:ʃalǝ]

 

Trascrizione ADL

lu bbraccialë

 

[ˈijə ˈfat:ʃə lu b:raˈt:ʃalə ɛ nun lu ˈnea

ɛ s:o kunˈdɛndə ɛ s:o kunˈdɛndə aˈs:ajə

nu líab:anduˈr:ad:ʒə ˈmajə ˈmajə

la ˈtsap:a lu tsaˈp:jed:ə ɛ lu paˈʎ:arə

mɔ mə ˈtsap:a díurtəˈʃjed:ə, mɔ mə ˈt:sap:a lu səməˈnarə

ˈɔɲ:ə ˈan:ə nu purˈt:ʃjed:ə nu mə ˈlíad:ʒa fa ˈmai maNˈga

 

ˈtjeɲ:ə na ˈviɲ:a aˈk:andə ˈal:a juˈmarə

mə ˈparə na kaˈnestra ˈkjena ˈdíuva

ˈtjeɲ:ə na ˈkasa ˈndrɛdə a lu paˈʎ:arə

ka ˈkwan:ə ˈtrasə ˈvirə lu ˈmon:ə ˈnwovə

ˈinda ɛ ˈk:jena də paˈtatə savəˈtʃik:jə ɛ ˈv:inə ˈnwovə

ki la ˈjaska ɛ k:i líuˈt:ʃwolə ˈijə mə ˈsɛndə díar:əkriˈa

 

duˈmenəɣa ˈmíad:ʒa ˈmet:ə lu warəˈnjed:ə

ˈka ad:ʒa d:ʒi aˈp:rɛs:ə a la pruʤəˈs:jonə

ka ɛ la ˈfɛsta də lu prutəˈt:orə

ka sta dəˈspɔstə ˈsova lu muraˈʎ:onə

san ʤəˈrardə prutəˈt:orə də puˈtɛnʣa d:ʒənəˈralə

ˈɲían:a piˈʎ:a nu ˈmalə a k:i ˈlían:a dəsprəˈt:sa]

 

 

ijë faccë lu bbraccialë è nun lu néa

è ssó cundèndë è ssó cundèndë assai

nu l’abbandurraggë mai mai

la zappa lu zappiéddë è lu pagliarë

mò më zappa d’urtëšiéddë mò më zappa lu sëmënarë

ògnë annë nu purciéddë nu më l’aggia fa mai mangà

 

tiégnë na vigna accandë alla iumarë

më parë na canèstra chiéna d’uva

tiégnë na casa ndrèdë a lu pagliarë

ca quannë trasë virë lu món:ë nuóvë

inda è chiéna dë patatë savëcicchië è vvinë nuóvə

chi la iasca è cchi l’ucciuólə ijë më sèndë d’arrëcrià

 

 

dumén(g)a m’aggia mèttë lu warëniéddë

cha aggia ggi apprèssë a la prugëssiónë

ca è la fèsta dë lu prutëttórë

ka sta dëspòstë sóva lu muragliónë

san ggërardë prutëttórë dë putènza ggënëralë

gn’anna piglià nu malë a cchi l’anna dësprëzzà

  1. Testimonianze scritte del dialetto di Potenza

Il ‘dialetto potentino’ dèngua putënzésë, a differenza di quasi tutti gli altri dialetti della Basilicata, presenta numerose testimonianze scritte già a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Ne fornisce un’abbondante documentazione il noto testo di Raffaele Riviello (1840-1897) intitolato Costumanze, vita e pregiudizi del popolo potentino, in cui l’autore evidenzia in maniera netta il legame inscindibile che intercorre tra lingua, cultura e storia. Nei suoi dieci capitoli Riviello descrive minuziosamente tutti gli aspetti relativi alla vita del capoluogo in quel frangente storico: le fasi della vita (nascita, battesimo, matrimonio, morte), gli abiti, i giochi, le classi sociali, i mestieri, la cucina, la religione (festività solenni e festività di ambito locale), i pregiudizi e le leggende. L’opera, dunque, si configura come un vero e proprio trattato antropologico sulla vita della città, nel quale l’aspetto linguistico riveste un ruolo centrale.

Altre importanti testimonianze scritte del dialetto potentino le fornisce la poesia di Raffaele D’Anzi (1818-1891), che pubblicò una raccolta di 33 componimenti nel 1879, poi riedita nel 1912 con l’aggiunta di due testi inediti. È appena il caso di ricordare che alcuni termini tratti dai componimenti del D’Anzi sono stati utilizzati da Gerhard Rohlfs nel suo lavoro sulle colonie galloitaliche della Basilicata.

Altri scritti in dialetto potentino, perlopiù poesie, appaiono, a cavallo tra il XIX e il XX secolo sui numerosi periodici locali che animavano la vita culturale potentina dell’epoca. Tra i loro autori ricordiamo Rocco Vincenzo Verrastro (1857-1916), Gaetano Albano (1961-1908), Alfredo Viviani (1889-1937) ed Egeo Carcavallo.

Decisamente più tarde sono, invece, le raccolte lessicali. Se ne contano ben tre.

La prima in ordine cronologico, dal titolo Potenza dalle origini al secolo XVIII con notizie sulla Chiesa potentina. La leggenda di San Gerardo. Piccolo lessico e locuzioni potentine di uso comune è datata 1969 ed è opera di Carlo Rutigliano. Già dal titolo si evince che l’opera non è solamente un repertorio lessicale, tuttavia, la parte lessicografica occupa oltre la metà del volume e contiene, come scrive lo stesso autore, «le parole più ricorrenti nel linguaggio popolare di un tempo», a cui si affiancano «molte locuzioni dialettali di uso comune».

Il secondo repertorio lessicale relativo al dialetto potentino, pubblicato nel 1990, è opera di Rocco Triani e s’intitola Dizionario del dialetto di Potenza.

Uno spoglio più ampio è quello eseguito da Vincenzo Perretti nella sua opera del 2002 Glossario. A dengua putenzese. Raccolta di voci in vernacolo tratte da scritti di autori potentini. Il Perretti, infatti, inserisce molte voci tratte da testi dialettali potentini, in versi e in prosa, di autori anche contemporanei, e specifica, lemma per lemma, da quale fonte è tratta la parola.

Sicuramente ad oggi questo glossario rappresenta la più ampia raccolta di termini del dialetto di Potenza.

La lettura di questi testi ci restituisce un importante spaccato della vita potentina del passato.

Ad esempio si apprende che la popolazione di Potenza era costituita prevalentemente da due classi sociali: i ‘contadini’ bbraccialë e gli ‘artigiani’ artiérë.

I primi rappresentavano il ceto più umile e di solito lavoravano la terra d’altri. Essi si recavano di buon mattino sui sagrati delle chiese cittadine dove quotidianamente avveniva il loro reclutamento da parte dei ‘proprietari terrieri’ padrónë. Per loro erano pochi i giorni di festa e solo in queste occasioni indossavano ‘l’abito buono’ muranna. Essi portavano la barba e capelli corti e solitamente si recavano dal barbiere la domenica per la rasatura della barba e per il taglio dei capelli. Questa usanza era così radicata che la si ritrova in un proverbio lu bbraccialë a caccià l’usë ca cu nu rana së fa barba e ccarusë ‘il contadino ha introdotto l’usanza che con un grano (moneta equivalente a 4 centesimi) si rade la barba e si taglia i capelli’.

Oltre che dai contadini, i lavori di campagna venivano svolti da manodopera stagionale, queste persone erano chiamate marënésë data la loro provenienza da paesi vicini al mare. Il termine marënésë, nel dialetto potentino arcaico, indica anche una persona furba, della quale non ci si può fidare, segno del fatto che questi lavoratori erano guardati con sospetto dalla popolazione locale.

Gli ‘artigiani’ artiérë, invece, godevano di una condizione economica migliore rispetto ai contadini sebbene in alcuni casi fossero costretti a condividere la bottega con altri per dividere le spese di fitto. Molto spesso la ‘bottega’ putèa era dotata di un muretto basso trappë, che ostruiva parte della porta d’ingresso e sul quale veniva esposta la merce in vendita.

Tra le festività laiche maggiormente partecipate da tutta la comunità c’era il ‘carnevale’ carnualë o carnëvalë, il cui periodo iniziava nel giorno di Sant’Antonio Abate. Anche in questo caso un proverbio ci tramanda la ricorrenza sandandwónë mašchërë è ssuónë ‘Sant’Antonio Abate maschere e suoni’. Il carnevale rappresentava un periodo particolare, associato all’abbondanza nel mangiare, a cui seguiva il ‘periodo penitenziale’ scammarë per eccellenza, quello della ‘Quaresima’ quarèsëma. È ancora un proverbio a rappresentare questo passaggio carnëvalë mijë chiénë d’uóglië, staséra maccarónë e ccrai fuóglië ‘carnevale mio pieno d’olio (ricco di cibo) stasera maccheroni e domani verdure’.

Nella credenza popolare il Carnevale e la Quaresima erano marito e moglie, il martedì grasso Carnevale moriva lasciando la Quaresima vedova. A questa credenza si accompagnava una particolare usanza che consisteva nell’esporre alla finestra una ‘bambola’ pupa fatta in casa e vestita di nero che veniva conficcata su di una grossa patata e circondata da sei penne di tacchino o di gallo che rappresentavano le sei figlie. I loro nomi erano Anna, Susanna, Rebecca, Ribanna, Sicilia e Sicilianna. La pupa e le sei penne rappresentavano simbolicamente le sette settimane di Quaresima e venivano staccate dal supporto man mano che le settimane di penitenza trascorrevano. Il Sabato Santo, infine, si staccava la pupa e la patata veniva distrutta. Questo rituale è tramandato anche da un proverbio che recita Anna, Susanna, Rebecca, Ribanna, Sicilia e Sicilianna e ppo së në vènë pasqua ranna ‘Anna, Susanna, Rebecca, Ribanna, Sicilia e Sicilianna e poi arriva la Pasqua grande’.

Tra le festività religiose, invece, un posto speciale era occupato dal Natale, momento in cui si consumava il classico pranzo che cominciava con la ‘minestra maritata’. Tutti i repertori lessicali riportano i nomi della preparazione in italiano, sebbene la forma potentina dovrebbe essere mënèstra marëtara. Il piatto era preparato con ‘scarola’ šcaròla, ‘cavolo verza’ vèzzë, ‘finocchio’ fënógghië, ‘sedano’ accë e ‘cardo’ cardèdda. Queste verdure venivano cotte in brodo di gallina e arricchite con ‘salame’ savëcicchië e ‘formaggio’ cašë. Come secondo piatto si mangiavano gli ‘strascinati’ straššënarë, preparati su di una ‘tavoletta di legno’ cavaruóla dotata di incisioni sulla parte superiore che avevano lo scopo di rendere ruvida la parte esterna della pasta al fine di lasciare aderire meglio il condimento. Dopo gli straššënarë, veniva servito un piatto di carne.

 Accanto a queste importanti testimonianze relative al dialetto di Potenza si aggiunge, a partire dal 2010, la raccolta di materiale linguistico operata nell’ambito dell’Atlante Linguistico della Basilicata (A.L.Ba.), un lavoro di ricerca svolto all’interno dell’Università degli Studi della Basilicata e coordinato dalla professoressa Patrizia Del Puente.

Questo lavoro di ricerca, realizzato con rigorosi criteri scientifici e basato su materiale di prima mano, raccoglie dalla viva voce dei testimoni i termini dialettali e permette di rilevare lo stato di salute del dialetto potentino, che oggi purtroppo si trova a rischio di scomparsa. Infatti, l’originario idioma di origine galloitalica è fortemente in perdita, insidiato com’è dall’italiano e dai dialetti meridionali, che tendono a sostituirsi alla lingua locale.

Solo operando in tempi brevi una raccolta a tappeto di materiale linguistico come quella realizzata nell’ambito dell’A.L.Ba., intervistando i pochi informatori che ancora conservano l’autentica dèngua putënzésë, si potrà salvare dall’oblio un patrimonio culturale di straordinaria importanza, che trova nella lingua e nella sua raccolta sistematica e ragionata, l’ultima possibilità per essere trasmesso alle generazioni future. Il lavoro di recupero e salvaguardia si arricchirà anche di un’altra iniziativa che consisterà nella compilazione di una grammatica da distribuire nelle scuole cittadine.

La lingua, infatti, come abbiamo avuto modo di vedere, ci permette di ricostruire la vita culturale, sociale ed economica di Potenza, che nell’ultimo secolo ha stravolto repentinamente la sua identità. Proprio nella lingua Potenza può ritrovare quell’elemento di autenticità e quella forza per affrontare con consapevolezza le sfide globali che si trova a fronteggiare come capoluogo della nostra Regione.

Curatori:

  1. Il dialetto di Potenza (Potito Paccione)
  2. Uno sguardo all’A.L.Ba. (Giovanna Memoli)
  3. San Gerardo tra iaccara e uarëniéddë (Potito Paccione)
  4. Testimonianze scritte del dialetto di Potenza (Francesco Villone)

File interattivo dell’Alfabeto dei Dialetti Lucani _Potenza (Anna Maria Tesoro)

PER CHI NON HA LETTO LA PRIMA PARTE  https://www.talentilucani.it/la-citta-di-potenza-capoluogo-meridionale-con-un-dialetto-settentrionale/

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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