La figura del Beato Bonaventura di Potenza e la sua cappella a Potenza.

0

La figura del Beato Bonaventura di Potenza e la sua cappella a Potenza.

di Vittorio Basentini

Molti potentini non conoscono la storia del Beato Bonaventura di Potenza e la sua cappella a Potenza sita in una traversa di Via Pretoria, intitolata proprio al Beato.

Cappella del Beato Bonaventura

L’ingresso della Cappella del Beato Bonaventura

-Traversa Beato Bonaventura di Via Pretoria a Potenza-

Stato  Italia
Regione Basilicata
Località Potenza
Religione Cattolica
Arcidiocesi Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo
Stile architettonico Settecentesco
Inizio costruzione 1651

Storia

Le notizie storiche che ci pervengono legate alla cappella del Beato Bonaventura di Potenza risalgono al lontano 1651.

In tale cappella nacque Carlo Antonio Gerardo Lavanca, conosciuto come Frate Bonaventura e successivamente beatificato nel 1775 dal Papa Pio VI.

Successivamente alla sua morte l’abitazione venne lungamente utilizzato a fini privati, finché agli inizi del Novecento il vescovo Tiberio Durante decise di trasformarla in un luogo di culto, rendendo la casa natale del beato una cappella.

Immagine del Beato Bonaventura

Architettura

La locazione della cappella è nel vicolo dedicato al beato omonimo adiacente a via Pretoria a Potenza, a circa 200 mt dalla Cattedrale di San Gerardo.

Elemento fondamentale e pregiato della cappella è il portale in pietra calcarea settecentesco, la cui origine è forse da ricercare nel Monastero di San Luca.

Impreziosito da vari elementi decorativi, fra di essi spiccano le due teste alate di due cherubini che sormontano lo stipite dell’ingresso.

Sopra di esse si trova uno stemma francescano, ordine di cui faceva parte il frate.

Internamente la cappella è divisa in un unico locale, ricco di oggetti di valore.

Fra di essi spiccano uno strordinario olio su tela dell’ultima cena, realizzato dal pittore Mario Prayer, assieme ad altri bellissimi oli su tela che vanno a rappresentare l’Addolorata, San Giovanni e il Crocifisso, risalenti agli anni cinquanta, allorquando il bravissimo Prayer restaurò diverse opere nella Cattedrale di San Gerardo a Potenza.

Anche la volta è decorata con alcune opere del medesimo artista, che raffigurano i quattro evangelisti.

Altro ritratto è quello dietro l’altare che rappresenta l’estasi del beato.

In una nicchia la cappella contiene la reliquie del beato: alcuni vestisti del santo custoditi in un reliquario di legno dorato.

L’unico altare della cappella è in pietra rossa di Avigliano.

Conosciamo meglio il Beato Bonaventura.

Beato Bonaventura da Potenza, al secolo Carlo Antonio Gerardo Lavanga (Potenza1651;† Ravello26ottobre 1711) è stato un presbitero e religioso italiano dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali:

è stato proclamato beato da Papa Pio VI nel 1775.

 Ricordo del Beato Bonaventura

 Biografia

Figlio di “povera gente ma ornata di singolare onestà di costumi e d’insigne cristiana pietà”, nato a Potenza il 4 gennaio 1651, da Lello Lavagna e Caterina Pica.

Venne battezzato nella Cattedrale San Gerardo di Potenza e nella stessa Chiesa ricevette la Cresima, l’11 marzo 1657, all’età di 6 anni.

Visse la sua fanciullezza tra lo studio, gli amici, la lettura di libri religiosi.

Frequentò molto la Chiesa di S. Francesco a Potenza, dei Frati Minori Conventuali ed è proprio in questa Chiesa che il giovane Carlo maturò la sua scelta vocazionale sulle orme del Serafico D’Assisi.

Nel 1666 durante un passaggio del Ministro Provinciale dei Frati Minori Conventuali, P. Antonio da Pescopagano, il giovanissimo Carlo chiese di entrare a far parte della famiglia Francescana dei Conventuali.

La domanda venne in maniera entusiasta appoggiata dai Frati di S. Francesco di Potenza e nell’ottobre del 1666 Carlo entrò al Convento di S. Antonio di Nocera Inferiore per intraprendere il cammino del Noviziato.

Il 4 ottobre vestì l’abito religioso assumendo il nuovo nome di Fra Bonaventura.

Il suo primo biografo Fra Giuseppe Maria Rugilo osservò che il “suo Noviziato non fu che la continuazione del suo fervore, accresciuto di qualche grado” dal tumulto evitato del secolo, dalla quiete trovata nel chiostro, dalla frequenza degli esercizi spirituali e da tutta la santità della disciplina regolare, perché discepolo già esercitato nella Scuola della perfezione.

Si distinse molto fra i suoi compagni Novizi.

Il 5 ottobre del 1667 Fra Bonaventura emise la Professione semplice nelle mani del Guardiano del Convento nocerino di S. Antonio, P. Francesco da Cerchiaro.

Alcuni giorni dopo, Fra Bonaventura riceve la sua nuova destinazione, al Convento di S. Antonio di Aversa, dove era il seminario dei giovani Professi, iniziando il corso di studi.

Con Aversa iniziò l’itineranza di Fra Bonaventura fra i Conventi della Provincia.

Nel 1668 è a Maddaloni, nel 1669 a Lopio, nel 1672 ad Amalfi , dal 1680 al 1687 a Napoli nel Convento di S. Antonio fuori Porta Medina, a Maranola, a Giugliano, a Montella, a Sorrento e a Capri.

In questi anni Fra Bonaventura ha lasciato in tutti questi luoghi i segni di una presenza di grande spessore spirituale e di edificazione del popolo e dei confratelli.

Ad Amalfi Fra Bonaventura completò la sua formazione con il P. Maestro Ven. Domenico Girardelle da Muro Lucano. Nel 1676 venne Ordinato Sacerdote.

Il suo peregrinare per i Conventi era dovuto al fatto che tutti lo volevano nel proprio Convento, essendosi diffusa la sua fama di santità.

Ogni Guardiano lo richiedeva, tanto da essere definito dal suo maestro di Amalfi : “Il religioso conteso” Durante il suo soggiorno a Napoli, accorrevano a lui per la guida spirituale popolo e nobili.

A Capri fu mandato nel 1687, per tre soli mesi, per riaprire con altri due frati un’antica casa dei Conventuali.

Ritornato a Napoli nel 1688, fu trasferito ad Ischia, dove la sua opera lasciò una forte traccia tra l’apostolato ai pescatori e ai contadini, la cura spirituale delle Clarisse e la visita al carcere.

Estirpare dall’isola i peccatori e far cessare le miserie dei poveri, sono stati gli obiettivi che perseguì con sacrifici P. Bonaventura nei dieci anni ad Ischia.

Qui conobbe Don Sabbato Schiano, Sacerdote della Diocesi di Ischia, studioso della perfezione, che fu suo amico indivisibile.

Nel 1698 al 1703 fu di nuovo a Napoli, nei Conventi di S. Maria Apparente e di S. Antonio fuori Porta Medina.

Nel 1703 il Beato Bonaventura fu nominato dal Ministro Provinciale, P. Bonaventura Zola, Maestro dei Novizi, e ritornò con l’incarico più importante della sua vita al Convento di S. Antonio di Nocera Inferiore.

Dal 1703 al 1707 P. Bonaventura formò una vera e propria scuola di santità dando vita ad una intensa stagione spirituale, dentro il convento e fuori, verso il popolo.

Numerosissime persone si convertirono ad una vita più santa dopo l’incontro con il Beato. Per incarico del Vescovo di Nocera, Giovanni Battista Carafa, fu anche il direttore spirituale delle Clarisse.

“I poveri – diceva – vogliono soccorso, gli afflitti consolazione, gli animi e i corpi infermi spirituale e temporale medicina”.

Insigni discepoli si formarono con il Beato Bonaventura, tra i quali Fra Francesco Maria Tolbe di Abriola, Fra Bonaventura Casella da Napoli, il nocerino Fra Tommaso Albanese, che iniziò l’anno di noviziato nel 1705 all’età di 23 anni, ed emise la professione l’anno seguente.

Fra Paolo Misatro, Fra Giuseppe da Saponara, Fra Giuseppe Piecinisco, Fra Eugenio da Pescopagano, Fra Bonaventura Garofano.

Dei suoi discepoli sono rimaste preziose testimonianze sul loro Maestro, P. Bonaventura da Potenza, della sua santità di vita e capacità di testimonianza; della sua diligenza, prudenza, umiltà e dolcezza.

Ma anche della sua precisione.

Sapeva, infatti, essere soavemente rigido nella sua guida.

Non usava mai violenza, ma la sua forza era la convinzione, facendo comprendere che tutto andava fatto nella prospettiva dell’eternità.

Le biografie del Beato riportano del cambiamento radicale di un giovane frate, Arcangelo Rossi, che per il suo fare polemico, scontroso, baldanzoso, indolente e presuntuoso, girava da una comunità all’altra rendendosi a tutti insopportabile.

Nipote di P. Pasquale Rossi, Guardiano del Convento nocerino, fu mandato a Nocera, ma alle cure di P. Bonaventura.

Dopo il tempo vissuto con P. Bonaventura, Fra Arcangelo divenne addirittura da esempio a molti, di osservanza, di moderazione e di umiltà, come hanno testimoniato molti Frati incontrandolo negli anni successivi.

Nel 1707 P. Bonaventura fu trasferito nuovamente al Convento di S. Antonio fuori Porta Medina di Napoli, dove continuava ad istruire, predicare, confessare e servire il popolo nella Napoli dei vicoli e dei potenti.

Sempre la missione del Beato era di farsi santo e fare santi.

Nel 1710 fu mandato a Ravello con altri frati, per la riapertura del Convento di S. Francesco soppresso nel 1653.

Nel cuore dell’inverno ogni cosa nel Convento si presentava nella fatiscenza dell’abbandono: mura cadenti, poche suppellettili per l’altare ed altre carenze che non rendeva per nulla facile la vita.

Scoraggiati da ciò, P. Domenico Vessicchio, Guardiano del Convento ravellese e gli altri frati abbandonarono il luogo. Vi rimase solo P. Bonaventura.

I motivi erano sempre quelli che hanno contrassegnato la sua vita: obbedienza al mandato del Superiore, carità verso le anime bisognose, amore per la povertà.

Gli fu affidato dal Vescovo di Ravello la cura spirituale dei due Monasteri delle Sacre Vergini nobili presenti nella Diocesi, e lo nominò suo confessore.

Anche Mons. Catiello, Vescovo di Minori, gli affidò le cure dei Monasteri della sua Diocesi, e lo nominò suo consigliere spirituale.

Percorreva a piedi la strada da Ravello ad Amalfi , visitando i poveri.

Finché visse da solo celebrava l’Eucaristia alla presenza del popolo, che numeroso accorreva da tutta la Costiera Amalfitana, finché non ritornarono altri religiosi.

Morì nel convento di Ravello il 26 ottobre del 1711, per i postumi di un’operazione per l’asportazione di una cancrena alla gamba e fu sepolto sotto l’Altare maggiore della Chiesa San Francesco di Ravello.

Venne proclamato beato il 26 novembre 1775 da Papa Pio VI in San Pietro a Roma.

Cosa ha rappresentato e rappresenta oggi Padre Bonaventura per le comunità di Nocera, Pagani e Ravello?

Illustre figlio di S. Francesco, il Beato Bonaventura da Potenza ne imitò fino all’eroismo la povertà, la purezza, la carità, lo spirito di mortificazione.

Si distinse particolarmente nell’obbedienza, tanto da essere definito “ il Santo dell’obbedienza”.

La sua vita fu arricchita di doni preziosi.

Una grande devozione si conserva verso il Beato Bonaventura da parte del popolo nocerino e nella vicina Pagani; ogni anno numerosi pellegrini si recano alla sua tomba per attingere alla sua spiritualità.

Lo si può definire sicuramente un illustre figlio della città di Nocera nella quale, il Beato Bonaventura da Potenza, ha trascorso sicuramente gli anni più importanti e più intensi del suo cammino di vita: il Noviziato e l’incarico di Maestro dei Novizi.

Nella peregrinatio dell’urna contenente le spoglie del Beato a Pagani, paese molto devoto al Beato Bonaventura, dal 12 al 15 Settembre del 1962 e di seguito a Nocera Inferiore, dal 15 al 19 settembre 1962, un bagno di folla partecipò alle solenni processioni, all’arrivo e alla partenza, alle Liturgie e ai pellegrinaggi dei fedeli.

A Nocera Inferiore, nella Chiesa di S. Antonio, in quella occasione fu donato dal Sindaco della città, Ferdinando Rossi, un artistico calice, perché fosse usato nelle celebrazioni delle S.S. Messe sulla tomba del Beato Bonaventura, a testimonianza dell’attaccamento dei nocerini verso il Beato.

Il 26 Ottobre la Comunità Ecclesiale di Ravello si è riunita attorno alla mensa eucaristica per celebrare il Beato Bonaventura da Potenza, esempio di perfezione evangelica, di ascesi, di santità, testimone della Fede che si è speso totalmente per annunciare la lieta novella ai poveri e per servire Cristo nei fratelli bisognosi.

Momenti intensi hanno portato a ripercorrere la vita di Padre Bonaventura da Potenza, beatificato nel 1775.

Cosa rappresenta per Ravello Padre Bonaventura da Potenza ?

A Ravello si racconta che si era nel cuore del rigido inverno quando, nel 1710, Padre Bonaventura, in qualità di Superiore, insieme ad altri confratelli raggiunse, percorrendo vie accidentate, una Ravello solitaria, che nelle Visite ad limina appariva “una città con edifici caduti o cadenti e in gran parte rasa al suolo”.

Il Vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi (1707-1714), dei Minimi di San Francesco di Paola, celebre predicatore e scrittore, aveva infatti richiesto espressamente al Commissario della Religiosa Provincia di Napoli la riapertura del convento francescano di Ravello già soppresso nel 1652.

Nella città costiera il frate potentino avrebbe terminato una lunga itineranza, spesa totalmente nel soccorso ai poveri e agli ammalati senza, tuttavia, far mancare una parola di conforto ai nobili che, con frequenza, si rivolgevano a lui.

Amalfi, Napoli, Sorrento, Capri e Ischia, sono solo alcune tappe di un itinerario spirituale, prima che fisico, volto all’imitazione di Cristo sull’esempio del Serafico Padre San Francesco e costellato di eventi prodigiosi, prima di essere nominato Maestro dei Novizi nel Convento di Nocera Inferiore.

A Ravello il pensiero del Beato andava spesso alle parole del suo maestro spirituale, il Venerabile Domenico Girardelli da Muro Lucano, altro figlio esemplare della provincia francescana conventuale di Napoli, morto ad Amalfi nel 1683 e sepolto nella chiesa del convento di San Francesco.

Egli, tre anni prima della dipartita, nel momento del commiato aveva profetizzato a Padre Bonaventura la riapertura della casa conventuale della “Città di Ravello col favore di un vescovo amantissimo dei nostri” dove avrebbe trascorso gli ultimi anni prima del suo ritorno alla casa del Padre, “così i corpi sarebbero stati vicini dopo la morte, come gli animi erano stati in vita congiunti”.

Nonostante il convento di Ravello fosse desolato e privo di tutto, persino le suppellettili ecclesiastiche erano difatti indecorose, il Padre Superiore riteneva che non mancava “ciò ch’era necessario e che in convento aveva assai più di quello che si sarebbe meritato”.

Il Vescovo lo nominò suo confessore e gli affidò la direzione spirituale dei due monasteri delle “Sacre Vergini nobili, principale coronamento dell’angusta sua Diocesi”.

Ma gli altri confratelli abbandonarono la casa conventuale lasciando, per i primi mesi, il Beato in solitudine, fedele all’obbedienza verso il Padre Provinciale, alla carità verso le anime bisognose e all’amore per la povertà.

L’instancabile impegno veniva profuso non solo a Ravello ma anche nelle vicine città di Scala, Amalfi, Atrani dove il frate si recava per lenire le sofferenze dei corpi e i tormenti dell’anima.

Il Beato era solito trattenersi per lunghe ore dinanzi al SS. Sacramento, tra gemiti e lacrime, sia di giorno che di notte, avendo grande cura della lampada ardente che, con la sua fiamma, segnalava la presenza reale del Signore del Mistero Eucaristico.

Questa profonda immersione nel Mistero Eucaristico gli era facilitata a Ravello, dove la sua stanzetta versava, con la finestra, proprio sull’altare maggiore.

Chiesa S.Francesco di Ravello- Altare maggiore con urna  del Beato Bonaventura di Potenza.

Sempre ilare e giocondo, malgrado le pessime condizioni di salute, egli celebrava l’Eucaristia con grande emozione e partecipazione.

In prossimità della Consacrazione il volto si trasformava mentre lacrime e sudore bagnavano il frate in estasi.

I sui giorni trascorrevano all’insegna della preghiera, della confessione e della predicazione, “si macerava colle discipline, coi cilizi, e con altre penitenze” mentre, pur di sovvenire alle necessità degli ultimi, si privava anche del pane quotidiano, unico mezzo di sostentamento.

L’incontro con “sorella morte” si avvicinava: “Io già vedo che le mie infermità si vanno troppo avanzando; è necessario che io muti stanza tra poco”, diceva sei mesi prima della dipartita.

Nell’ottobre 1711, assalito dalla febbre, trascorse gli ultimi giorni nella sua cella in compagnia del Cristo Crocifisso che pendeva dalla parete. “Ave Maria, Ave Maria, Ave Maria”, furono le ultime parole, i suoi occhi si chiudevano privando il popolo ravellese, che lo pianse con devozione filiale, di un tesoro inestimabile.

Verso la sera del terzo giorno dopo la morte, il corpo del Beato fu trasportato dall’Oratorio in chiesa per essere sotterrato alla presenza del Vescovo e di altri qualificati testimoni.

Durante il trasporto, alla vista del Tabernacolo, la salma aprì gli occhi, rimasti sempre chiusi dal momento in cui egli era spirato, e quasi chinò la testa di fronte al SS. Sacramento.

Il fenomeno, alla luce delle candele, fu osservato da tutti gli astanti e fu interpretato come un segno con il quale il Signore aveva voluto premiare la grande devozione eucaristica del suo Servo.

Ancora oggi, in special modo per la  città di Ravello che ha il privilegio di custodirne il corpo, il Beato Bonaventura si pone come modello offrendo tre proposte: la santa messa quotidiana come partecipazione al Mistero di Cristo; la “Visita” al SS. Sacramento come ricerca dell’intimità con Cristo; l’adorazione estatica come contemplazione del Mistero di Cristo.

Questa è la consegna del nostro Beato, questo il suo prezioso messaggio per i sacerdoti, i laici, per l’intera chiesa.

Con il conforto e la testimonianza del Beato Bonaventura si cerca di vivere in comunità per essere autentici missionari, autentici evangelizzatori, autentici profeti della fede cristiana, dell’amore, della giustizia, della speranza, di quella speranza di cui ha bisogno soprattutto il mondo di oggi.

Padre Bonaventura a Ravello ha lasciato un profumo ineffabile di carità, obbedienza, santità.

Sicuramente per la grande opera condotta il Beato Bonaventura potrebbe essere proclamato SANTO.

Un appello rivolto a Papa Francesco.

 Urna del Beato Bonaventura nella Chiesa S,Francesco di Ravello

Bibliografia:

  • Wikipedia;
  • Carthopedia: l’enciclopedia cattolica;
  • Libro di Don Roberto Farruggio-Sulle orme dello spirito- Ediz.Gaia-Angri 2007-.

 

Condividi

Sull' Autore

Lascia un Commento