TRATTI SETTENTRIONALI E TRATTI MERIDIONALI NEL DIALETTO DI PIETRAGALLA

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  1. La lingua galloitalica di Pietragalla

Pëtra(g)adda [pətraˈɣad:a] ‘Pietragalla’, è un paese di circa 4000 abitanti situato nell’area centro-settentrionale della Basilicata, a circa 20 km di distanza dal Capoluogo di Regione. La lingua pietragallese rientra tra i dialetti galloitalici di Basilicata, importati nella nostra regione, mediante la migrazione di genti provenienti dall’area liguro-piemontese. Le indagini condotte dal progetto A.L.Ba. lascerebbero ipotizzare che i coloni di origine settentrionale giunti in terra lucana siano passati dalla Sicilia.  L’ipotesi scaturisce dalla presenza di alcuni tratti linguistici siciliani all’interno delle lingue galloitaliche lucane, avvalorata dall’esistenza di colonie galloitaliche siciliane, diffuse tra le province di Catania, Enna e Messina. I tratti che si ritiene siano stati acquisiti in Sicilia sono il fonema /ç/ risultato del nesso FL (es: çuçaturë [çuçaturə]‘soffietto’, çórë [ꞌçorə] ‘fiore’, çumë [ꞌçumə] ‘fiume’) e la pronuncia geminata della R a inizio parola (es: rróttë [ꞌr:ot:ə] ‘rotto’, rrana [ꞌr:ana] ‘rana’).

La situazione linguistica di Pietragalla risulta peculiare e affascinante, ricca di tratti settentrionali che pure si fondono con le innovazioni portate dal contatto con i dialetti meridionali di adstrato. Infatti all’interno dei confini amministrativi di Pietragalla ricadono numerose e popolose frazioni di lingua aviglianese, tra cui: San Nicola, San Giorgio, Cappelluccia e numerose altre contrade di dimensioni meno significative. Nel tempo, dunque, molti fenomeni caratterizzanti del dialetto aviglianese sono stati acquisiti dalla lingua pietragallese.

I fenomeni galloitalici nel dialetto pietragallese sono:

  • lenizione delle occlusive sorde -P-; -T-; -K-; in posizione intervocalica. La lenizione consiste nella sonorizzazione delle occlusive sorde in posizione intervocalica, e costituisce uno dei fenomeni galloitalici maggiormente caratterizzanti. -P- diventa –v– [v]: savé [saꞌve] ‘sapere’, cravë [‘kravə] ‘capra’, cavéglië [kaꞌveʎ:ə] ‘capelli’; la -T- diventa –(d)– [ð]: mari(d)ë [maꞌriðə] ‘marito’, mattëna(d)ë [mat:ə’naðə] ‘mattonata’, mbasta(d)ë [mbaꞌstaðə] ‘impastato’; la -K- diventa (g) [ɣ]: fra(g)assë [fra’ɣas:ə] ‘fracasso’, nëvë(g)à [nəvəꞌɣa] ‘impastato’, carë(g)ë [‘karəɣə] ‘carico’.
  • -CL- > –gghi- [g:j]. A fenomeno di sonorizzazione delle occlusive sorde è possibile ricondurre l’esito sonoro [g:j] del nesso -CL- che nei dialetti meridionali presenta l’esito [k:j]: uógghië [‘wog:jə] ‘occhio’, régghië [‘reg:jə] ‘orecchio’, gënógghië [dʒə’nog:jə] ‘ginocchio’.
  • Anteposizione del possessivo con i nomi di parentela. I dialetti galloitalici antepongono il possessivo con i nomi di parentela, al contrario di quanto avviene nelle parlate meridionali che presentano generalmente il possessivo in posizione post-posta al nome di parentela: më ffranë [mə ꞌf:ranə] ‘mio fratello’, ta ffranë [ta ꞌf:ranə]‘tuo fratello’, ssórë [mə ‘s:orə] ‘mia sorella’, ta ssórë [ta ‘s:orə]‘tua sorella’, ta ssirë [ta ‘s:irə]‘tuo padre’, sa ssirë [sa ‘s:irə]‘suo padre’.
  • Presenza di spie lessicali galloitaliche. Sono considerate spie galloitaliche alcune parole che invece nei dialetti meridionali presentano un termine corrispettivo diverso: sirë [‘sirə] ‘padre’ in contrapposizione al termine meridionale attanë [a’t:anə], cunë [‘kunə] ‘culla’ in contrapposizione al termine meridionale naca [‘naka] , tèstë [‘tɛstə] ‘testa’ in contrapposizione al termine meridionale capa [‘kapa].

Ma il dialetto pietragallese, come detto nell’introduzione, presenta anche fenomeni meridionali, originatisi mediante il contatto con le parlate di adstrato:

  • Metafonia da -Ī ; -Ŭ. La metafonia, ovvero il frangimento della sillaba vocalica interna causato dalla /Ī/ e dalla / Ŭ/ in finale di parola, è un fenomeno tipico dei dialetti meridionali. Le parlate galloitaliche non dovrebbero presentare dittonghi di tipo metafonetico. Il dialetto di Pietragalla mostra una situazione complessa, in fase di transizione, che fa registrare la presenza sporadica di forme metafonetiche: tiémbë [‘tjembə] ‘tempo-i’, viéndë [‘vjendə] ‘vento-i’, uiérmë [‘wjermə] ‘vermi’, uiérrë [‘wjer:ə] ‘verro-i’, cuóstë [‘kwostə] ‘lato’, cuórvë [‘kworvə] ‘corvo’, puórcë [‘pwortʃə] ‘porco-i’, suónnë [‘swon:ə] ‘sonno’.
  • la fricativizzazione della (-)B- iniziale: (-)B- diventa (-)v– [v]: vraccë [‘vrat:ʃə] ‘braccio’, vóttë [‘vot:ə] ‘botte’, vócchë [‘vok:ə] ‘bocca’, varbë [‘varbə] ‘barba’, varrilë [va’r:ilə] ‘barile’.
  • – (-)LL- > (-)dd– [d:]: -LL- diventa -dd– [d:] come nella maggior parte delle lingue lucane: còddë [ꞌkɔd:ə] ‘collo’, staddë [ꞌstadːə] ‘stalla’, curtiéddë [kur’tjed:ə] ‘coltello’, ddà [d:a] ‘là’.

Nel dialetto pietragallese si registra un fenomeno che riflette il connubio tra le lingue settentrionali e e quelle meridionali. Nei dialetti galloitalici la L a inizio di parola diventa d-. La d- secondaria a Pietragalla subisce il fenomeno del rotacismo, tipico dei dialetti meridionali: régnë [ꞌreɲːə] ‘legna’, raššà [raꞌʃːa] ‘lasciare’, rašèrtëlë [raꞌʃɛrtələ] ‘lucertola’, r’òrtë [ꞌr_ɔrtə] ‘l’orto’, r’òssë [ꞌr_ɔs:ə] ‘l’osso’, r’ógnë [ꞌr_oɲ:ə] ‘l’unghia’.

Come affermato nell’introduzione, sembrerebbe che i dialetti galloitalici lucani abbiano avuto un passaggio siciliano testimoniato dalla presenza del fonema /ç/ risultato del nesso (-)FL- e dalla pronuncia geminata della R-. Il dialetto di Pietragalla non mostra più traccia del fonema /ç/, mentre fa registrare categoricamente la pronuncia geminata della R-.

R- > rr- [r:]: rróttë [ꞌr:ot:ə] ‘rotto’, rrana [ꞌr:ana] ‘rana’, rramë [ꞌr:amə] ‘ramo’, rrašchë [ꞌr:aʃkə] ‘raschio’.

Foto scattata da Michele Luongo

2. Uno sguardo all’A.L.Ba.

Volume IV, Sez. II, Carta 1: è spiovuto-Pietragalla Pdr 26

Uno sguardo alla carta ‘è spiovuto’ ci consente di rilevare la distribuzione di alcuni fenomeni nei dialetti lucani. Il tipo lessicale è identico in tutta la regione e viene dall’etimo EXCAMPARE, uscire salvo da un pericolo, scampare a una minaccia.

Nella maggior parte dei dialetti lucani si registra la presenza dell’ausiliare essere, nelle diverse realizzazioni /e/; /ɛ/; /je/; /ja/; /i/. Nella Basilicata meridionale e in alcuni paesi dell’area tra il Bradano e la collina materana si registra la presenza dell’ausiliare /a/. Tra i paesi in cui si registra l’ausiliare avere c’è anche Cancellara pdr 29, paese contiguo a Pietragalla.

Interessante è la distribuzione delle diverse realizzazioni del participio passato nelle colonie galloitaliche. I dialetti di trecchina e Albano di Lucania fanno registrare forme estese con la lenizione della dentale: è scamba(d)ë [ɛ skamˈbaðə] (Trecchina), é šcambë(d)ë [e ʃkamˈbəðə](Albano). Vaglio fa registrare il rotacismo della dentale sonora secondaria: é scambarë [e skamˈbarə].  Più conservative sono le forme che presentano apocope del participio passato, e si registrano a Picerno pdr 37: é šcambà [e ʃkamˈba], Potenza pdr 38: è scambà [ɛ skamˈba], Tito pdr 44: è šcambẽ` [e ʃkamˈbӕ], Pignola pdr 48: é scambà [e skamˈba]e Pietragalla pdr 26: é šcambà [e ʃkamˈba]. A Picerno, Pietragalla, Tito e Albano si registra il fenomeno di palatalizzazione della -spreconsonantica, ulteriore marca settentrionale.

3. Postilla etnolinguistica

Ogni pietragallese vive con gioia e trepidazione l’arrivo della festa più sentita di tutto l’anno: quella del santo patrono Teodosio (San_Diadòsië) [san dja′dɔsjə], protettore delle puerpere e noto anche per la sua azione di difesa dai lampi e dai fulmini. Soprattutto in tempi passati, i bambini e le donne incinte erano posti in processione immediatamente dietro alla statua.

Il culto teodosiano è molto sentito anche presso le comunità dei discendenti pietragallesi emigrati in Argentina, che, però, lo celebrano la prima domenica di dicembre.

La manifestazione, a Pietragalla, si articola in tre giornate, dal 9 all’11 maggio, e vede l’alternarsi delle cerimonie religiose ad una “festa civile”, alla quale tutti i cittadini hanno contribuito nei mesi precedenti con propri fondi.

Il 9 maggio, durante la fiaccolata, viene portata in processione la statua di San Teodosio “piccolo” (San_Diadòsië zicchë) [san dja′dɔsjə ′tsik:ə], che è una rappresentazione “in miniatura” del vero e proprio patrono. In questa giornata, i bambini che portano il nome del santo festeggiano l’onomastico.

Il cuore della festa religiosa è, però, il 10 maggio, giorno in cui San Teodosio martire, chiamato anche “grande” (San_Diadòsië (g)rannë) [san dja′dɔsjə ′ɣran:ë](per distinguerlo dal piccolo), sfila per le vie del paese, accompagnato da tutte le statue degli altri santi presenti a Pietragalla. La tradizione tramandata negli anni vuole che queste statue, disposte in un preciso ordine, noto a ogni abitante, precedano il patrono. Le statue vengono portate a spalla, e questo è uno dei tanti segni tangibili della devozione popolare.

È una festa grande, di uomini e di santi, che accorrono dalle loro nicchie per rendere omaggio al patrono.

L’amore viscerale per san Teodosio e il legame indissolubile instaurato tra santo e popolo sono testimoniati dalle frasi esclamate, anche durante la messa, dai fedeli che lo guardano adoranti: “quand_è bbellëfattë!” [′kwand_ɛ b:ɛl:ə′fat:ə]; oppure “quand_è bbèllë San_Diadòsië nòstrë!” [′kwand_ɛ ′b:ɛl:ə san dja′dɔsjə ′nɔstrə] (“Com’è bello!”; “Quant’è bello il nostro San Teodosio!”)

Alla fine della tre giorni, l’11 maggio, la statua di San Teodosio “piccolo” (San_Diadòsië zicchë) [san dja′dɔsjə ′tsik:ë]viene riportata in chiesa e la festa si conclude tra grandiosi fuochi pirotecnici.

Ad un momento così sentito e articolato, però, non è associata nessuna preparazione culinaria in particolare. Si consumano lauti pasti, soprattutto a base di agnello e di migliatiéddë [miʎ:a′tjed:ə], involtini fatti con frattaglie di agnello. Dopo essere stati conditi con aglio, prezzemolo, sale, pepe e formaggio, vengono avvolti con il vello di agnello e legati con l’intestino, oppure con un semplice filo.

Le giornate di maggio, però, non sono gli unici momenti di celebrazione di san Teodosio. Il 25 ottobre, infatti, data del martirio dello stesso, ha luogo un’altra processione con fiaccole. Dato il periodo, il Santo prende il nome di “san Teodosio vendemmia” (San_Diadòsië vënnégnë) [san dja′dɔsjə və′n:eɲ:ə].

A tal proposito è doveroso ricordare un altro tipo di orgoglio pietragallese, questa volta profano: la cultura del vino. Infatti, simbolo della civiltà contadina, e oggi simbolo del comune stesso, sono i Palmenti (palëmèndë) [palə′mɛndə], grotte scavate nel tufo, all’interno dei quali sono stati ricavati sia la vasca per la pigiatura dell’uva che il vascone per la fermentazione del mosto. Alla fine del processo di produzione, il vino veniva conservato nelle cantine (ruttë) [′rut:ə], situate nella parte più centrale del paese.

I Palmenti sono stati utilizzati fino agli anni Sessanta, assicurando la vinificazione per la quasi totalità dell’uva di Pietragalla; infatti, la produzione vinicola è stata per anni il perno centrale dell’economia cittadina. Il vino pietragallese, ritenuto tra i migliori della zona, veniva acquistato dai comuni limitrofi.

4. ADL Pietragalla

ADL_Pietragalla

Curatori:

  1. La lingua galloitalica di Pietragalla: Potito Paccione
  2. Uno sguardo all’A.L.Ba.: Potito Paccione
  3. Postilla etnolinguistica: Vita Laurenzana
  4. ADL Pietragalla: Teresa Carbutti
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