TRICARICO: LINGUA E CULTURA DI UN POPOLO

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1.La lingua di Tricarico

Tricarico, Trëcarëchë [trəˈkarəkə] nella lingua locale, è il primo comune della provincia di Matera che si incontra venendo da Potenza. Secondo lo storico Racioppi, il toponimo potrebbe derivare dal latino trigarium ‘maneggio per cavalli’(e questo sarebbe giustificato dalla vicinanza dell’antica via Appia) o da tricalium ‘trivio’ (perché sorge su tre colli).

Il centro è collocato ad un’altitudine di 698 m s.l.m. e conta oggi circa 5000 abitanti. Tricarico è un luogo pieno di storia, nel quale si sono succeduti popoli e civiltà differenti: il suo centro storico conserva ancora ben evidenti le tracce del passaggio delle civiltà araba e normanna. Qui si possono osservare i quartieri arabi della Rabata e della Saracena e i quartieri normanni di Monte, Piano e Civita.

Ugualmente interessante è la lingua di questo centro, che presenta caratteristiche comuni ai dialetti dell’area orientale della regione, in tutti gli ambiti.

Per il consonantismo si registra, ad esempio, l’evoluzione del latino (-)G + E, I-, (-)J- e (-)DJ(-), in (-)š– [ʃ] come si può osservare dai casi presentati di seguito:

šinërë [ˈʃinərə] ‘genero’;

šënnarë [ʃəˈn:arə] ‘gennaio’;

óšë [ˈoʃə] ‘oggi’.

Per la morfosintassi, invece, si può notare l’assenza del rafforzamento fonosintattico (il raddoppiamento della consonante iniziale di una parola dopo alcuni elementi lessicali) come marcatore del genere neutro (genere proprio di alcuni sostantivi non numerabili, come pane, caffè, zucchero, etc.) rispetto al maschile singolare e del femminile plurale rispetto al maschile plurale. Si potrà osservare la differenza rispetto al dialetto nord-occidentale di Ruoti, in cui, al contrario, si registra raddoppiamento fonosintattico dopo l’articolo neutro e l’articolo femminile plurale:

 

Ruoti

Tricarico

Il naso

lu nuasë [lu ˈnwasə]/ lu nasë [lu ˈnasə]

u nåsë [u ˈnɑsə]/u nasë [u ˈnasə]

Il pane

ru ppuanë [ru ˈp:wanə]

u pånë [u ˈpɑnə]/ u panë [u ˈpanə]

La mano

la manë [la ˈmanə]

a manë [la ˈmanə]

Le mani

rë mmanë [rə ˈm:anə]

lë manë [lə ˈmanə]

 

Tuttavia, sebbene in linea generale i medesimi fenomeni linguistici siano diffusi su tutto il territorio di Tricarico, nel dialetto locale si registrano diverse varianti sintopiche (varianti che sono registrabili nel medesimo luogo). Infatti, nei quartieri della Rabata e della Saracena si conservano tratti che si sono persi negli altri rioni in cui si articola il paese. Queste varianti avevano già suscitato l’interesse di un linguista del calibro di Benvenuto Terracini nel 1959. Oggi i quartieri arabi sono poco abitati e molti di coloro che li popolavano in precedenza si sono spostati in altre zone del paese, cosa che, nel tempo, ha reso le differenze linguistiche (varianti sintopiche) sempre meno evidenti.

Ma vediamo nel dettaglio quali sono queste varianti:

  • nella lingua della Rabata la -A- tonica latina si trasforma in –å– -[ɑ]-, se nella sillaba precedente c’è una –u -[u]o se la parola è preceduta dall’articolo u [u], come si può osservare negli esempi seguenti:

u nå [u ˈnɑsə]‘il naso;

u vråzzə [u ˈvrɑt:sə]‘il braccio’ ma lë vrazzë [lə ˈvrat:sə] ‘le braccia’;

uttåndë [uˈt:ɑndë] ‘ottanta’.

Questa evoluzione della -A- tonica latina non si registra nella lingua degli altri quartieri, dove, invece, si conserva:

u na [u ˈnasə]‘il naso;

u vrazzə [u ˈvrat:sə]‘il braccio’;

uttandë [uˈt:andë] ‘ottanta’.

  • Nella lingua dei due quartieri arabi, inoltre, si registra in maniera stabile la presenza di iato in sillaba aperta, più precisamente di –èi– -[ɛi]-, come evoluzione di -Ī- tonica latina, e di –éu– -[eu]-, come evoluzione di -Ū- tonica latina. Si registrano quindi:

matèi [maˈtɛinə] ‘mattina’;

šangèi [ʃanˈdʒɛilə] ‘gengive’;

éu [ˈeunə] ‘uno’;

léu [ˈleupə] ‘lupo’.

Nella lingua degli altri quartieri, invece, questa evoluzione sembra essere assente o quasi, come si può osservare dagli esempi:

mati [maˈtinə] ‘mattina’;

šangi [ʃanˈdʒilə] ‘gengive’;

u [ˈunə] ‘uno’;

lu [ˈlupə] ‘lupo’.

Nell’area orientale della Basilicata, lo iato si registra anche in alcuni plurali, come esito della metafonia, il fenomeno che marca appunto il plurale di alcune parole rispetto al singolare. Anche a Tricarico, in alcune parole, la metafonia produce questo esito, in particolare nella lingua della Rabata e della Saracena. Qui si registrano, infatti:

 nëpéu [nəˈpeutə] ‘nipoti’ ~ nëpótë [nəˈpotə] ‘nipote’;

mèi [ˈmɛisë] ‘mesi’ ~ mésë [ˈmesə] ‘mese’;

Negli altri rioni si registrano invece perlopiù:

nëpó [nəˈpotə] ‘nipote/-i’;

mé [ˈmesë] ‘mese/-i’.

Una lingua dalle mille sfaccettature, insomma,  quella tricaricese, come si potrà osservare anche nel successivo paragrafo.

 

Teresa Carbutti

2. Uno sguardo all’A.L.Ba.

Come gli altri dialetti della Basilicata, anche la lingua di Tricarico (che è il punto di rilievo 40 dell’Atlante Linguistico della Basilicata) è stata esposta a influenze di diversa provenienza, tra cui quella greca, in particolare bizantina. Il lessico ci offre un’immagine abbastanza esaustiva della stratificazione che caratterizza questo dialetto. A tal proposito si potranno osservare le carte dell’A.L.Ba. “Padrino” e “Madrina”.

Carta 31, sez. I, vol. I “Padrino”

Carta 32, sez. I, vol. I “Madrina”

La regione, per quanto riguarda i termini che designano il padrino e la madrina, appare divisa in due zone: nella parte occidentale sono diffusi perlopiù i tipi cumbarë [kumˈbarə] e cummarë [kuˈm:arə], mentre nella parte orientale, e dunque anche nel dialetto di Tricarico, si possono registrare i tipi nunnë [ˈnun:ə] ‘padrino’ e nónnë [ˈnon:ə] ‘madrina’. I lessemi cumbarë [kumˈbarə] e cummarë [kuˈm:arə] derivano dal latino tardo, mentre i tipi nunnë [ˈnun:ə] e nónnë [ˈnon:ə] derivano dal greco bizantino.

A tal proposito risultano interessanti anche i lessemi che designano la catena ad anelli del focolare:

Carta 2, sez. III, vol. III, “Catena ad anelli”

Anche in questo caso troviamo due lessemi diffusi in regione per indicare lo stesso referente: caténë [kaˈtenə] e camastrë [kaˈmastrə]. Quest’ultimo si registra in gran parte della regione ed anche a Tricarico, mentre il primo termine si registra in alcune areole, più precisamente nelle areole galloitaliche a nord e a sud e paesi non galloitalici limitrofi. Mentre caténë [kaˈtenə] è un termine proveniente inequivocabilmente dal latino, il discorso è un po’ più complesso per camastrë [kaˈmastrə], che potrebbe derivare dall’incontro fra il greco kremastra ‘arnese per appendere’ e il latino caminus ‘camino’.

Teresa Carbutti

3. U Carnëvalë dë Trëcarëchë [u karnəˈvalə də trəˈkarəkə]‘il Carnevale di Tricarico’

Il periodo di Carnevale assume un valore fortemente identitario per i tricaricesi: nel corso del tempo, le celebrazioni carnascialesche di Tricarico sono state oggetto di attenzione e valorizzazione da parte degli enti locali e delle associazioni che le hanno fatte conoscere e apprezzare in tutto il mondo raggiungendo risultati molto importanti: nel 2009 il Carnevale di Tricarico è entrato a far parte della FECC-Federazione Europea Città del Carnevale, mentre nel 2015 il Mibact l’ha inserito tra i Carnevali più antichi d’Italia.

All’alba del 17 gennaio, giorno in cui il calendario Cattolico celebra Sand’Andunë [sand_anˈdunə] ‘Sant’Antonio Abate’, il santo protettore degli animali, è usanza che i fedeli, insieme ai propri animali, compiano tre giri intorno alla chiesa di Santa Maria dell’Olivo che però i tricaricesi chiamano Chisë dë Sand’Andunë [ˈkisə də  sand_anˈdunə ]. Successivamente, a chiusura della messa, gli animali ricevono la benedizione da parte del prete.

Lo stesso rituale è osservato dal corteo carnascialesco che viene chiamato a mandrjë [a ˈmandrijə]‘la mandria’, tutto il gruppo delle mašchërë [ˈmaʃkərə] ‘maschere’ che rappresentano una mandria di vacchë [ˈvak:ə] ‘mucche’ e taurë [ˈtaurə] ‘tori’. Nel corteo figurano inoltre capëmassarë [kapəmaˈs:arə] ‘capimassai’,  massarë ‘massai’ [maˈs:arə] e sottamassarë [sɔt:amaˈs:arə] ‘sotto-massai’ che governano la mandria, oltre a u còndë [u ˈkɔndə]‘il conte’ e a cundèssë [a kunˈdɛs:ə]‘la contessa’, proprietari del bestiame. A dettare i tempi del corteo è la maschera più anziana del gruppo con la campana principale denominata a scafatórë [a skafaˈtorə]. Una volta effettuati i tre giri della Chiesa, il corteo si muove verso il centro storico e percorre tutti gli antichi rioni, in un’atmosfera vivace e ancestrale che suscita forti emozioni e vividi ricordi di un passato che non c’è più, ma torna a essere protagonista. Le mucche e i tori sono impersonati da tricaricesi di tutte le età e estrazioni che si uniscono in un grande abbraccio generazionale. I partecipanti mimano l’andatura ed i movimenti degli animali, comprese  lë próvë dë mòndë [lə ˈprovə də ˈmɔndə] ‘le prove di monta’ dei tori sulle mucche. La sfilata termina nda: chiazzë [nda: ˈkjat:sə] ‘nella piazza’ (Piazza Garibaldi), qui la mandria si disperde in piccoli gruppi che si muovono per a quèstuwë [a ˈkwɛstuwə]‘la questua’, suonano i campanacci dinanzi alle abitazioni, fino a quando i padroni di casa non aprono le porte e offrono ospitalità cibo e buon vino. La tradizione tricaricese prevede anche a sërënatë [a sərəˈnatə]‘la serenata’, canti e balli nelle abitazioni di chi apre le porte ai musicanti, solitamente dopo mezzanotte, al ritmo delle tradizionali tarantelle.  La sfilata delle maschere si ripete l’ultima domenica prima della chiusura del Carnevale, quando viene inserita una variante: viene bruciato il fantoccio di Carnëvalë [karnəˈvalə] ‘Carnevale’ e la povera Quarèmmë [kwaˈrɛm:ə] ‘Quaresima’, disperata, ne piange la fine.

La descrizione del corteo carnascialesco tricaricese accende i riflettori sulla civiltà contadina lucana e sui principi genuini della società rurale. La rappresentazione mantiene un filo conduttore tra valori antichi e moderni, società del passato e realtà contemporanea poiché, sebbene la cultura locale sia meno legata alla dimensione rurale rispetto al passato, Tricarico è collocata su una via della transumanza, dunque, molte sono le mandrie che ancora oggi l’attraversano. Un vincolo antichissimo lega Tricarico alle figure ancestrali di Mucca e Toro, simboli di abbondanza e auspicio di fertilità, mutuati dalla cultura italica preromana e dai culti dell’antica Grecia. Lë Mašchërë [ˈmaʃkərə] ‘le maschere’ di Mucca e Toro rappresentano sicuramente le figure più emblematiche del Carnevale di Tricarico, nello specifico la Maschera della vacchë [ˈvak:ə] ‘mucca’ comprende: lë cauzëniddë [lə kautsəˈnid:ə] ‘mutandoni da campagna’ color carne o bianchi, oppure nella variante moderna una calzamaglia bianca, maglië dë lanë [ˈmaʎ:ə də ˈlanə] ‘maglia di lana’ bianca, maccatéurë [mak:aˈteurə] ‘foulard’ lunghi e variopinti che coprono collo, braccia, vita e gambe, cappiddë [kaˈp:id:ə] ‘cappello’ a falda larga abbellito con nastri variopinti, (g)ammalë nịurë [ɣaˈm:alə ˈnɪurə] ‘gambali neri’, o nella variante moderna scarpe nere alte. La maschera del taurë [ˈtaurə] ‘toro’ è uguale a quella della mucca, cambia il colore che invece è totalmente nero fatta eccezione per i nastri che abbelliscono il cappello di colore rosso. Sia mucche che tori hanno i campanacci, ma quello del toro è di forma leggermente più allungata.

Il Carnevale di Tricarico rappresenta l’ennesima peculiarità da salvaguardare e tramandare, in una regione ricca di storia, cultura e tradizione. Si ringrazia Federico Santangelo che ha offerto la sua collaborazione, mettendo a disposizione le sue conoscenze e la sua passione.

Potito Paccione

4. ADL TRICARICO

Vita Laurenzana

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