Avigliano e Ruoti: affetti familiari in versi

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Gli anziani oggi

I versi del componimento Manë tésë  “Mani tese”  sono stati composti dalla sig.ra Elisabetta Anna Claps  in dialetto aviglianese.

La poesia è costituita da 18 versi contraddistinti da una metrica libera con la presenza di alcune rime baciate.

Il tema trattato è molto attuale. Gli anziani ormai sono divenuti il settore della popolazione più numeroso e, se da una parte il numero delle persone molto anziane aumenta in modo vertiginoso in tutto il mondo, dall’altra  prendersi cura di loro si fa più difficile.

Un tempo esisteva la famiglia estesa: c’era un rapporto reciprocamente vantaggioso tra nonni e nipoti e i genitori provvedevano alle cose essenziali che servivano affinchè agli anziani venissero prestate le cure di cui potevano aver bisogno.

Oggi tutto questo si fa sempre più difficile. Nelle attuali condizioni entrambi i coniugi spesso lavorano e se magari la donna  non lavora fuori casa è oberata da tutte le altre faccende riguardanti la gestione della casa e dei figli.

Tutti vorrebbero tenere i propri genitori anziani con sé, ma a volte, nel frenetico mondo d’oggi, è talmente difficile, che la soluzione migliore sembra quella della casa di riposo.

Gli anziani però si sentono abbandonati perché preferirebbero vivere insieme ai loro familiari, ricevere le loro “coccole” e il loro sostegno.

L’idea di soggiornare in un posto altro che non sia casa propria può generare molta ansia. La casa, infatti, è il luogo dove soprattutto una persona anziana si sente più al sicuro. La casa è, per loro,  il luogo di appartenenza, che li accoglie. E nella poesia questo è messo ben in evidenza: “quaccunë chiagnë pëcchè nun vòlë sta, së në vòlë ši ngasa suia”. Gli anziani vogliono tornare nella propria casa perché non si sentono al sicuro, sono spaventati e disorientati:“faccë šcandatë, uocchië pèrsë , capë abbandunatë”.

Manë tésë

Manë tésë, allunguatë

p’avé n’abbrazzë, na carézzë, nu vasë.

Chè prëšézza

quannë të vérënë cumbarì a la pòrta!

Të chiamënë cu rë mmanë, cu gliˈuócchië

nun tandë p’èssë aiutatë a mmagnà

ma pëcché vòlënë parlà.

Të chiamënë “mamma”

Të ricënë: më figlië

 staië lundanë.

Virë sta cupèrta, ra Turinë më l’à purtata.

Quaccunë chiagnë pëcchè nun vòlë sta,

së në vòlë ši ngasa suia.

Quaccun’autë nun parla.

Faccë šcandatë, uocchië pèrsë , capë abbandunatë.

Chè tristèzza! Chè malincunìa! Chè rasségnazionë!

A tu, cu rë mmanë tésë,

raië a llòrë nu vasë.

Mani tese

Mani tese, allungate

per avere un abbraccio, una carezza, un bacio

che gioia

quando ti vedono apparire sulla porta!

Ti chiamano con le mani, con gli occhi.

Non tanto per essere aiutati a mangiare

ma perché vogliono parlare.

Ti chiamano “mamma”

ti dicono: “mio figlio sta lontano.

Vedi questa coperta? Da Torino me l’ha portata”.

Qualcuno piange perché non vuole stare,

se ne vuole andare a casa sua.

Qualche altro non parla.

Volti spaventati, occhi smarriti, teste abbandonate.

Che tristezza! Che malinconia, che rassegnazione!

E tu, con le mani tese,

dai loro un bacio.

 

Nel componimento si evidenziano alcune peculiarità linguistiche del dialetto aviglianese:

nel primo verso troviamo allunguatë [alːunˈgwatə] “allungate” in cui possiamo notare  un primo tratto, piuttosto evidente in questa lingua, che è la propagginazione, un condizionamento prodotto dalla vocale /u/ atona che si riproduce in una sillaba successiva. Questo fenomeno può avvenire sia nella sillaba iniziale della parola che in una sillaba interna come in questo caso.

Ai versi 5 e 17 troviamo rë mmanë [rə ˈmːanə] “le mani” dove si registra la presenza del Raddoppiamento Fonosintattico prodotto dall’articolo femminile plurale  [rə].

Al quinto verso evidenziamo la presenza dell’articolo gli [ʎi] “gli”. L’aviglianese è l’unico dialetto lucano che presenta tale articolo  davanti a tutti i sostantivi maschili plurali, sia inizianti per vocale  che per consonante.

Al verso n.9 la forma më figlië [məˈfiʎːə] “mio figlio” ci suggerisce un’altra caratteristica del dialetto di Avigliano che è l’anteposizione del possessivo con i nomi di parentela ossia l’aggettivo possessivo è posto prima del nome. Ciò non si verifica  però in tutti casi come per esempio maritë [maˈritəmə] “mio marito” e mëglièrë [məˈʎ:ɛrəmə] “mia moglie” nei quali l’aggettivo possessivo viene aggiunto alla fine del nome. Ciò si verifica molto probabilmente perché tale peculiarità del dialetto di Avigliano sta cedendo sotto la spinta degli altri dialetti della zona che presentano invece la posposizione dei possessivi con i nomi di parentela e sta iniziando proprio da quei rapporti di parentela che sono acquisiti e non di sangue, come appunto è il caso di moglie e marito o suocera e suocero.

Leggere queste piccole perle  ci offre la possibilità di fare delle importanti riflessioni sul patrimonio linguistico della Basilicata al fine di preservarlo e salvaguardarlo. Non possiamo fare altro, quindi,  che ringraziare le autrici e gli autori di queste poesie perché ogni contributo, piccolo o grande che sia, volto alla tutela e salvaguardia della nostra lingua è un atto ammirevole che va lodato e incoraggiato.

Teresa Graziano

Padre e figlio

Attanë e ffiglië [aˈt:anə e ˈf:iʎ:ə] ‘Padre e figlio’ è un componimento poetico, in dialetto ruotese, del signor Gerardo De Carlo. La poesia che si suddivide in quattro quartine a rima incrociata ha come tema l’amore paterno. I versi delineano l’immagine di un padre dolce e affettuoso che osserva il figlio addormentato e che vede in lui un “essere incantato”. L’amore del padre si manifesta sia attraverso i gesti, la sua mano infatti è tra i capelli del figlio, sia attraverso i pensieri: il figlio gli somiglierà? Quante cose gli saprà insegnare e lui quanto imparerà dal figlio? Il componimento si chiude con un ultimo atto di amore e di umiltà: il padre chiede perdono al figlio per gli errori che inevitabilmente commetterà.

Attanë e ffiglië

Quannë ruórmë íjë të tarmèndë,

accucciulatë rë quartë a lu cuššinë,

pésëlë cu la capë m’avvucinë

finë a qquannë lu iatë tuië nun sèndë.

 

Nu suspirë frišchë e pprufumuatë

ca sapë rë pipël’e mmamiddë,

t’appòggë na manë ind’i capiddë

e ttë uardë cumë fóssë nu nguandatë.

 

Na iurnatë pënziérë e la cap’è ndruwëlatë,

së íjë a ttë assëmèglië mò ca sò ggruóssë,

ndë l’òmmënë ca tu crái aia (g)èssë,

ngi’adda (g)èssë purë l’òmmënë ca íjë aggë statë?

 

L’ òmmënë ca tanda còsë t’a nzëngatë,

l’òmmënë ca tanda còsë ra tè adda mbarà,

e ssë ssëbbaglië tu m’aia përdunà,

aia fa cum’aggë fattë íjë pë ttatë.

 

Padre e figlio

Quando dormi io ti guardo,

rannicchiato a fianco al cuscino,

delicatamente con il capo mi avvicino

fino a quando il fiato tuo non sento.

 

Un alito fresco e profumato

che odora di petali di camomilla,

ti appoggio una mano nei capelli

e ti guardo come fossi incantato.

 

Una folata di pensieri e la testa è intorbidita,

se io a mio padre rassomiglio adesso che sono adulto,

nell’uomo che tu sarai domani,

ci sarà pure l’uomo che io sono stato?

 

L’uomo che tante cose ti ha insegnato,

l’uomo che tante cose da te deve imparare,

e se sbaglio tu mi devi perdonare,

devi fare come ho fatto io con mio padre.

Il componimento mette in risalto vari aspetti linguistici del dialetto di Ruoti, p.d.r. 30 dell’A.L.Ba. Tra questi vi è la metafonia. Il fenomeno interessa le vocali toniche (accentate): sia le medio-alte /e/ e /o/ che le medio-basse /ɛ/ e /ɔ/. Queste, influenzate dalla /i/ e dalla /u/ in posizione finale hanno subìto mutamento. Così come è accaduto nella maggior parte dei dialetti lucani, nel dialetto di Ruoti, le vocali finali si sono indebolite riducendosi a vocale indistinta (ë [ə]); ciò ha fatto sì che la metafonia assumesse un valore morfologico di fondamentale importanza. Grazie alla metafonia infatti, distinguiamo il numero singolare da quello plurale e il genere maschile da quello femminile. Al verso 11 della nostra poesia troviamo òmmënë [ˈɔm:ənə] ‘uomo’; l’esito ò [ɔ] marca il singolare e si oppone al dittongo metafonetico [wo]che invece marca il plurale, uómmënë [ˈwom:ənə] ‘uomini’. Il dittongo metafonetico inoltre, ci permette di differenziare il genere maschile da quello femminile, nel IV volume dell’A.L.Ba. troviamo per esempio: (g)ruóssë [ˈɣrwos:ə] ‘grosso’ ma (g)ròssë [ˈɣrɔs:ə] ‘grossa’, zuóppë [tswóp:ə] ‘zoppo’ ma  zòppë [tsɔp:ə] ‘zoppa’.

Altra caratteristica del dialetto di Ruoti è il rotacismo. In base a questo fenomeno l’occlusiva dentale sonora, iniziale di parola o intervocalica (-)D-, diventa vibrante alveolare (-)r-. Al verso 1 troviamo ruórmë rwormə] ‘dormi’, al verso 2 troviamo la preposizione rë [rë] ‘di’. L’A.L.Ba. registra trirëcë [ˈtrirətʃə] ‘tredici’, ròtë [ˈrɔtə] ‘dote’, uirëvë [ˈwirəvə] ‘vedovo’, rištónë [riˈʃtonə] ‘pollice’, etc.

Sempre per quanto riguarda il consonantismo, a Ruoti si registra anche l’evoluzione della laterale doppia latina -LL- in occlusiva dentale sonora -dd- [d:], come vediamo al verso 7 capiddë [kaˈpid:ə] ‘capelli’. In A.L.Ba. troviamo spaddë [ˈspad:ə] ‘spalla’, ddë [ˈpɛd:ə] ‘pelle’, (g)ranziddë [ɣranˈdzid:ə] ‘grandine’. Inoltre, in (g)ranziddë, osserviamo un altro tratto del ruotese: l’evoluzione della G(-) nel suono indebolito (g)- [ɣ]. Questo suono, come vediamo dalla nostra poesia al verso 12, si trova anche in situazioni non etimologiche, in parole che iniziano per vocale: (g)èssë ɣɛs:ə]’essere’.

Attanë e ffiglië oltre ad essere un componimento poetico dalle immagini cariche di affetto, è nello stesso tempo un documento sulle peculiarità linguistiche del dialetto di Ruoti.

Irene Panella

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