BARILE: DOVE LA TRADIZIONE CULTURALE E’ TRADIZIONE LINGUISTICA

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La lingua 

Come già visto nel corso del nostro primo appuntamento, in Basilicata sono presenti colonie arbëresh provenienti dall’Albania.

Prima di soffermarci su Barile (p.d.r. 6), colonia arbëresh della zona del Vulture protagonista di questo numero, ci appare indispensabile offrire qualche essenziale notizia storica riguardo le colonie albanesi d’Italia.

Gli Arbëresh sono una minoranza etno-linguistica stanziata da secoli in Italia in un’area geografica detta “Arberìa”: un arcipelago di cinquanta isole linguistiche, dislocate tra gli Appennini abruzzesi e la Sicilia, quasi tutte situate in zone montane. Le comunità albanofone sono tutte presenti, dunque, nell’Italia centro-meridionale, stanziate in sette regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Sicilia e Calabria. Gli Italo-Albanesi sono i discendenti di quei gruppi che iniziarono a trasferirsi in Italia a partire dal XV secolo, in seguito alla morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, incoraggiati dalla politica di ripopolamento messa in atto da Alfonso I d’Aragona. Il movimento migratorio aumentò dopo l’invasione turca dell’Albania nel 1435 e continuò fino al XVIII secolo. Il carattere episodico e discontinuo degli stanziamenti spiega la frammentazione territoriale che caratterizza l’Arberìa.

Gli Arbëresh parlano l’arbërisht, varietà linguistica di area tosca ossia parlata originariamente nel sud dell’Albania.

L’arbërisht è tutelato dalla legge 482/99 in materia di tutela delle minoranze linguistiche. Non troppo indietro nel tempo, però, una proposta legislativa locale era già stata emanata proprio in Basilicata: la Legge Regionale 40/1998. Questa recava a chiare lettere, nella sua epigrafe, il suo contenuto singolare: norme per la protezione e la tutela delle comunità arbëresh. Tale legge fin dall’articolo 1 si proponeva il compito non facile di salvaguardare il patrimonio storico, socio-culturale, ma anche e soprattutto linguistico delle comunità stanziate storicamente sul territorio regionale: Barile, Brindisi di Montagna, Ginestra, Maschito, San Costantino Albanese e San Paolo Albanese.

Brindisi Montagna non fu completamente ripopolata dai coloni provenienti dall’Albania, come invece accadde negli altri paesi, questi si insediarono all’interno della comunità locale già esistente. I coloni furono quindi integrati completamente e oggi non si registrano più tracce della loro origine antica. Gli altri paesi arbëresh costituiscono, invece, due aree alloglotte distinte e, seppur in modo diverso, conservate: Barile (p.d.r. 6), Ginestra (p.d.r. 7), Maschito (p.d.r. 11) nella zona del Vulture, San Costantino Albanese (p.d.r. 122) e San Paolo Albanese (p.d.r. 123)  nella zona del Pollino.

La lingua arbëresh ha subito nei secoli condizionamenti dall’adstrato dialettale e, solo più recentemente, dall’italiano. A volte ad essere colpito è stato il lessico, come sembra dimostrare il caso delle varietà arbëresh del Pollino, a volte, purtroppo, il danno subito è molto più profondo e colpisce anche la struttura morfologica come nel caso del Vulture. Barile, Ginestra e Maschito, infatti, sono quotidianamente in contatto con i centri limitrofi quali Melfi, Venosa e Lavello che, essendo centri più grandi e strutturalmente forniti, godono di maggior prestigio sociale e culturale e questo sta determinando la progressiva perdita della lingua madre nella zona vulturina. Le comunità albanesi presenti sul Pollino, invece, anche e soprattutto a causa di una posizione geografica di isolamento, conservano non solo la lingua ma anche gli usi e i costumi arbëresh e il rito ortodosso.

L’arbëresh ha nove parti del discorso: cinque variabili (nome, articolo, aggettivo, pronome e verbo) e quattro invariabili (avverbio, preposizione, congiunzione, esclamazione).

Soffermiamoci, seppur rapidamente, sul nome e sul verbo.

Il nome ha tre generi (maschile, femminile e neutro), due numeri (singolare e plurale), cinque casi (nominativo, accusativo, genitivo, dativo e ablativo) e due forme (determinata e indeterminata).

Il verbo ha tre forme (attiva, passiva e riflessiva), otto modi (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, ottativo, infinito, participio e gerundio) e due coniugazioni (la prima comprende i verbi che escono con tema in vocale e dittongo e la seconda quelli che escono con tema in consonante).

Come abbiamo già accennato, il livello della lingua maggiormente colpito dall’interferenza interlinguistica è il lessico. Anche il lessico di Barile è stato influenzato dai dialetti circostanti e dall’italiano.

Ci sono delle serie lessicali meno conservative a causa del cambio d’ambiente subito dagli albanesi ormai cinque secoli fa che ha portato, inevitabilmente, a un mutamento degli usi e costumi. Tra queste possiamo annoverare, ad esempio, i capi di abbigliamento e i nomi degli animali.

Anche all’interno dei campi lessicali più conservativi, però, si registrano dei prestiti.

Uno dei campi più conservativo è, sicuramente, quello dei nomi delle parti del corpo, ma sono state registrate anche in questo caso prestiti come:

bècu [‘bɛku] ‘mento’;

gèngìvët [ʤɛn’ʤivət] ‘gengive’.

Nel primo caso si tratta di un prestito dai dialetti di adstrato, nel secondo caso si tratta di un prestito dall’italiano con l’aggiunta del suffisso arbëresh -t che indica il numero plurale.

Uno sguardo all’A.L.Ba.

Come è stato appena detto, le parlate arberësh della Basilicata, a seguito del lungo contatto con le varietà romanze presenti sul suolo della Lucania, hanno acquisito numerosi tratti romanzi, soprattutto a livello lessicale, pur conservando svariate caratteristiche originarie.

Se diamo uno sguardo alle carte del III volume dell’A.L.Ba., relative al lessico della casa contadina e degli utensili domestici, potremo osservare infatti che ci sono molti termini di origine arberësh, ma assai più numerosi sono i prestiti romanzi.

Di seguito si riportano alcuni termini che designano arredi e utensili domestici nella parlata arberësh di Barile e nella parlata romanza di Rapolla, tratti dal III volume A.L.Ba.:

 

Cassapanca

Materasso

Comodino

Mortaio

Barile (p.d.r. 6)

cašabbàngë

[kaʃaˈb:angə]

sacòna

[saˈkɔna]

culnète

[kulˈnɛtɛ]

murtàrë

[murˈtarə]

Rapolla (p.d.r. 4)

caššabbàngë

[kaʃ:aˈb:angə]

saccónë

[saˈk:onə]

culunnèttë

[kuluˈn:ɛt:ə]

murtàlë

[murˈtalə]

Per un termine come “letto”, invece, che è evidentemente un termine generico, la comunità arbëresh di Barile conserva la forma originaria, štra:ti [ˈʃtra:ti] di contro alla forma romanza liéttë [ˈljet:ə] o lìttë [ˈlit:ə], registrata nei dialetti romanzi circonvicini. Altri elementi, poi, dovevano risultare sconosciuti agli albanesi giunti a Barile e presso gli altri comuni arberësh  della Basilicata e per questo tali comunità hanno importato oltre all’oggetto anche il nome che lo designava, adattandolo foneticamente alla propria varietà linguistica, come è accaduto per il termine che designa la stalla, che mentre nelle varietà romanze è solitamente stàddë [ˈstad:ə] o stàllë [ˈstal:ə], nelle varietà arbereshe è diventato stàglia [ˈstaʎa] con una trasformazione che si registra in tutti i prestiti, della –l– /l/ in –gli– /ʎ/.

Se andiamo poi ad analizzare il lessico relativo ai numeri e al tempo non meteorologico ci potremo rendere conto che la situazione è ben diversa. Se analizziamo la carta 1 della II sezione del volume II “Il giorno”, si osserverà che Barile e gli altri comuni arberësh conservano un termine autoctono, ovvero diètë [ˈdjɛtə] di contro alla forma romanza iuórnë [ˈjwornə].

Questo accade perché le comunità arberësh hanno acquisito usanze e utensili della terra di arrivo, ma hanno conservato generalmente quella parte di lessico di base che hanno portato con sé dalla terra di origine.

 

Barile: dove la tradizione linguistica è tradizione culturale.

 

Ai piedi del Vulture, in una zona ricca di vigneti, sono situati i villaggi albanesi della Basilicata: Barile, Maschito, Ginestra fondati all’inizio del seicento.

Gli abitanti di questi paesi sono tutti bilingui, ma mentre a Maschito e Ginestra la lingua albanese è quasi scomparsa, a Barile, invece, essa resiste un po’ di più e si trovano ancora alcuni anziani che sono custodi dell’autentica lingua arbëreshë.

La tradizione linguistica di Barile è fortemente legata alla memoria del passato, dove sono racchiuse le forme e i modelli della cultura tradizionale, che lottano contro l’usura del tempo e cercano di proiettarsi nel futuro.

Questo istinto di sopravvivenza è sentito in tutte le piccole comunità, ma lo è ancor di più in quelle dove i segni di un’etnia sono distintivi. Per la minoranza etno-linguistica di Barile la tradizione non è solo un repertorio letterario, ma è una vera e propria essenza identitaria ed esistenziale.

L’identità etnica è identità linguistica, perché la lingua veicola un sentimento di appartenenza, legame con le origini.
La lingua di Barile veicola i contenuti più autentici della cultura arbëreshë come mostrano alcuni proverbi qui proposti:

çë ishët e mira buka e vera; çë ishëe e liga shurbetira! “come sono buoni pane e vino; com’è duro il lavoro quotidiano”;
ndi binjën unazëte, mbjten gjishtërë “se cadono gli anelli, rimangono le dita” per dire che la sostanza delle cose non muta col mutare delle apparenze;
u ti jam e ti me jèi “io ti sono fedele e rispettoso; e tu lo sei con me”.

Si tratta di proverbi che trasmettono una cultura essenziale, ricca di valori morali, in cui il senso di comunità è predominante.
Lontano dalla terra d’origine l’unico elemento che permette di tenere un legame con la tradizione e di preservare la propria identità è la lingua. La cultura arbëresh è una cultura essenzialmente linguistica in cui, però, la trasmissione del dialetto arbëresh ai giovani rappresenta spesso un varco infelice. L’amarezza della perdita della propria lingua, e quindi della perdita della propria identità culturale, viene fuori in maniera drammatica in questo passo di un antico canto:

Vdes gluha tatës vdes gluha jonë: ca herën vdesmi adhe na o vëllau im. Bia kumbore nbë të vdekur. Vidq njetër nga ne. Një nye më ze gojen e erren njeri te zëmra. Nesër… dej… mot nëng gjegjët më gluha jonë e bukur. Kurrë na, të sprasmat, kimi vatur gjth vdes gluhe jonë, vdes e vjetra zëmër arbëreshë, trimat, im bir it bir, o vëlla u bën të huaja.
Ndë vreshtat, ndë grurat, ndë udhat, ndë shpit mosnjeri më kla, qeshen, thërret, këndon, mallkon, parklesën Arbrisht.

“Un poco per volta moriamo o fratello. Muore la lingua di mio padre e mia madre, muore la nostra lingua, un poco per volta moriamo anche noi o fratello mio. Suona la campana a morto. è morto uno di noi un nodo mi prende alla gola e scende fino al cuore.
Domani… dopodomani… l’anno venturo non si sentirà più la nostra bella lingua. Quando noi, gli ultimi, saremo tutti andati.
Muore la nostra lingua, muore il vecchio cuore albanese, i giovani, mio figlio tuo figlio, o fratello son diventati stranieri.
Nei vigneti, nei seminati, nelle strade, nelle case, nessuno più piange, rie, grida, canta, bestemmia, prega in Albanese”.

Curatori:

  1. La lingua_Giovanna Memoli
  2. Uno sguardo all’A.L.Ba._Teresa Carbutti
  3. Barile: dove la tradizione linguistica è tradizione culturale_Anna Maria Tesoro
  4. File interattivo dell’Alfabeto dei Dialetti Lucani: Barile_Francesco Villone

Alfabeto dei Dialetti Lucani_Barile

 

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