Da Pietrapertosa a Roccanova: un tuffo nella poesia

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Alcune peculiarità del dialetto di Pietrapertosa

A Mòrtë “La morte” è un componimento poetico del signor Egidio Morano, scritto in dialetto pietrapertosano.

Pietrapertosa, il paese d’origine dell’autore, è un paese di circa 1000 abitanti, incastonato nelle Dolomiti Lucane, a 40 km dal capoluogo di regione.

La poesia, in un’unica strofa, presenta una struttura ritmica particolare, in cui la parola finale di ciascun verso è legata all’altra da un sistema che è insieme di assonanza e di consonanza. Il sesto verso separa due “blocchi” di assonanze e consonanze differenti.

Già nel titolo è espresso il tema del componimento. La morte fa parte della vita, irrimediabilmente, arriva senza preavviso e in un lampo porta via con sé ogni cosa, anche le sofferenze. In ciò vi è una consolazione che però non ripaga e non toglie l’amaro dalla bocca: nonostante la morte porti via il dolore siamo sempre malinconici di fronte ad essa.

 

A Mòrtë

Quannë arrivë a mòrtë

ié nu dëlórë fòrtë

e pprimë ca tu të në si accòrtë,

ài misë già i piédë fórë da pòrtë

purtròppë chèstë ié a sòrtë.

L’unëca bbëllèzzë ié ca të cangèllë ògni tristèzzë

ògni dëlórë e ògni soffërènzë a lu córë.

Ma purë quannë arrivë a ttarda órë,

të rèstë sèmbë mmócchë nu bbruttë sapórë

ca vó dicë iéra mèglë së cambavë angòrë.

 

La Morte

Quando arriva la morte

è un dolore forte

e prima che tu te ne sei accorto,

hai messo già i piedi fuori dalla porta

purtroppo questa è la sorte.

L’unica bellezza è che cancella ogni tristezza

Ogni dolore e ogni sofferenza al cuore.

Ma anche quando arriva a tarda età

ti resta sempre in bocca un brutto sapore

che vuol dire era meglio se campavo ancora.

Passiamo ora a scoprire quali peculiarità linguistiche del dialetto di Pietrapertosa emergono nella nostra poesia. Va precisato che Pietrapertosa è situata nel cuore di un’areola della Basilicata (in restringimento secondo gli studi dell’A.L.Ba) che presenta un sistema vocalico tonico particolare: le antiche vocali accentate latine sono evolute nel cosiddetto sistema balcano-romanzo che, nell’area di diffusione delle lingue neolatine, si attesta solo in Romanìa e in questa particolare zona della Lucania. Ma c’è di più: a Pietrapertosa, le vocali accentate si caratterizzano per un ulteriore tratto che ben si evidenzia dal nostro componimento e che riguarda la struttura sillabica. Il timbro della vocale accentata cambia, a seconda del tipo di sillaba in cui si trova. Quando la sillaba è aperta, ossia termina in vocale, la tonica è chiusa: è il caso di córë [‘corǝ] “cuore”, órë [‘orǝ] “ora”, sapórë [sa’porǝ] “sapore”. Quando invece, la sillaba è chiusa, ossia termina in consonante, la tonica è aperta, come nei seguenti esempi: mòrtë [‘mɔrtǝ] “morte”, fòrtë [‘fɔrtǝ] “forte”, pòrtë [‘pɔrtǝ] “porta”, bbëllèzzë [b:ǝ’l:ɛt:sǝ] “bellezza”. Ciò vale anche per i timbri alti, ossia /i/ e /u/: essi si conservano in sillaba aperta, ma si aprono rispettivamente in é [e]e ó [o]in sillaba chiusa. Un’eccezione a quanto detto è riportata nel nostro componimento ed è rappresentata da bbruttë [‘b:rut:ǝ] “brutto”. Non si registra in questo caso, nonostante la sillaba chiusa, l’apertura della vocale accentata. Evidentemente la forma in questione (la stessa è stata raccolta anche per il IV volume dell’A.L.Ba) ha subìto l’influenza della forma italiana.

Finora abbiamo parlato solo di vocali accentate, ma cosa succede alle vocali che non lo sono? Esse si indeboliscono, fino a diventare indebolite. Ciò si verifica sia prima della vocale accentata come in bbëllèzzë [b:ǝ’l:ɛt:sǝ] “bellezza” sia dopo la vocale accentata come in sapórë [sa’porǝ] “sapore”.

Dal nostro componimento si evidenzia un altro fenomeno. Per la terza persona del tempo presente del verbo essere “è” si registra il fenomeno della prostesi. Si tratta di una strategia che i parlanti adottano: essi sviluppano una vocale d’appoggio non etimologica prima del suono in questione, proprio per facilitare la pronuncia dello stesso, la forma, infatti, è [je]“è”.

Il dialetto di Pietrapertosa è un tesoro linguistico e il nostro componimento ci ha permesso di portare alla luce qualche perla preziosa.

Irene Panella

 

 

 

 

Poesia dialettale e alcune peculiarità linguistiche del dialetto di Roccanova

 

I versi del componimento Ninna nannë a llucë dë cannèuë “Ninna nanna a luce di candela”  sono stati composti da Giuseppe De Matteo in dialetto roccanovese.

Roccanova è un piccolo centro di circa 1600 abitanti posto a 648 metri sul livello del mare, tra i corsi d’acqua dell’Agri e del Sinni, nella parte più a settentrione del Parco del Pollino.

L’autore, il sig. Giuseppe De Matteo è nato a Roccanova dove attualmente risiede. Sin da bambino la sua passione è stata quella di scrivere poesie.

Ha partecipato a numerosi concorsi regionali e nazionali ottenendo diversi riconoscimenti.

Con le sue poesie, il sig. De Matteo, anzi Peppino come affettuosamente tutti in paese lo chiamano, vuole e spera di realizzare il suo piccolo sogno nel cassetto: consegnare alle generazioni future una piccola traccia di sé, un piccolo pezzo del proprio cuore e dei propri ricordi. I suoi versi, in effetti, raccontano aspetti della vita quotidiana, episodi del passato realmente accaduti e sottolineano una certa “nostalgia” verso quei valori che hanno contraddistinto i tempi trascorsi.

 

Ninna nannë a llucë dë cannèuë

Duormë duormë zënnarèllë,

u saccë ca të dò(ụ)wë sa trëppëcèllë;

u dëcòttë pa papagnë t’aggë dètë,

mò fannë dòrmë nu picchë, ca (g)òië amë zappètë!

Duormë duormë uagnënèlla mijë, ca crèië të fazzë iuchè pa bambulë ca t’aggë accattètë

alla fèrë dë Sanda Lucijë.

Mò aia dòrmë pëcchè t’aggë allattètë

e t’aggë purë cangètë.

Ma tu, invècë dë dòrmë, më spijë pi s’uocchiciéllë

cusèpë chè të dicë su cërviéllë!

Fòrsë të iòchënë l’angiuwicchië

o piénzë dë suchè allu capicchië?

U lattë ca të dèuë më ièssë pë ndu cò(ụ)rë,

criéscë sandë, ricchë e chiènë d’amò(ụ)rë.

Ninna ninnë, ninna o, duormë së no chièmë u mmommò!

 

Ninna nanna a luce di candela

Dormi dormi piccolina,

lo so che ti fa male il pancino.

Il decotto con i semi di papaveri te l’ho fatto,

ora facci dormire che oggi abbiamo “zappato”.

Dormi dormi piccolina mia,

che domani ti faccio giocare con la bambola che

ti ho comprato alla fiera di Santa Lucia.

Ora devi dormire perché hai mangiato

e ti ho cambiato (il pannolino).

Ma tu, invece di dormire, mi spii con quegli occhietti vispi

chissà cosa pensi nella tua testa!

Forse ti giocano gli angeli

o pensi ancora di allattare al mio seno?

Il latte che ti do,

te lo do con tutto il cuore,

con l’augurio di crescere santa, ricca e piena d’amore.

Ninna nanna, ninna oh

ora dormi altrimenti chiamo l’uomo nero.

 

È proprio il ricordo di scene di vita quotidiana del passato a caratterizzare questo componimento a rima baciata che unisce i versi tra loro.

Ad ispirare l’autore è stata una signora, la protagonista della poesia, una madre che, esausta e provata dall’intensa giornata di lavoro nei campi, si trova alla sera a doversi occupare della sua bambina.

Si tratta di una famiglia che vive in modeste condizioni economiche : come è ben comprensibile già dal titolo, a llucë dë cannèuë, in casa non avevano neppure la corrente elettrica.

La bambina non riesce  proprio ad addormentarsi e allora la mamma le prepara un infuso di semi di papavero. È ben noto che i semi di papavero vantano interessanti benefici tra i quali combattere infezioni o problemi all’apparato digerente (infatti nella poesia si presume che la bimba avesse mal di pancia). Essi venivano anche utilizzati come rimedio naturale per indurre il sonno.

Per farla addormentare, la madre addirittura promette a sua figlia una bambola da acquistare alla fiera di Santa Lucia. Questo grande mercato si tiene ancora oggi a Senise, paese limitrofo a Roccanova, dove la Santa, protettrice della vista, è molto venerata.

La mamma allora attacca la bimba al seno e , non ottenendo nessun risultato, alla fine usa un modo molto adoperato ai tempi per incutere un po’ di timore nei bambini : duormë së no chièmë u mmommò. U mmommò è l’uomo nero , un essere cattivo e oscuro presente nella tradizione di molti paesi.

Dalla poesia si possono estrapolare diverse particolarità linguistiche del dialetto di Roccanova p.d.r. 97 dell’ A.L.Ba. Il piccolo centro è collocato in un punto “strategico”dell’area Lausberg in quanto si presenta, linguisticamente parlando,  come punto di confine tra la zona del “Vorposten” e l’area della “Mittelzone”. Roccanova, quindi, potrebbe avere un ruolo speciale rappresentando una lingua con sviluppi di transizione non ancora conclusi tra una fase più antica e quella attuale. Il dialetto di Roccanova ha, contemporaneamente in sé, tracce antichissime, ma anche elementi di modernità. Il sistema del vocalismo tonico del roccanovese è ,oggi, un sistema di compromesso detto anche “balcano-romanzo” che presenta un allineamento asimmetrico delle vocali palatali e velari. Questo è il sistema tipico dell’area che Lausberg aveva denominato “Vorposten”, ma Roccanova, ai tempi delle raccolte dati effettuate dal Lausberg, presentava un sistema di tipo sardo. Proprio come l’idioma di Pietrapertosa, anche il sistema vocalico tonico del roccanovese presenta  sensibilità alla struttura sillabica per alcuni fonemi, ma con un’asimmetria nel sistema in quanto mentre le vocali medie velari (ó /o/, ò /ɔ/) presentano questa sensibilità , la stessa non si registra per le corrispondenti palatali (é /e/, è /ɛ/). Nella poesia se ne trovano alcuni esempi: dò(ụ)wë [ˈdɔ(ụ)wə] < DŎLET “duole” , in questo caso la /Ŏ/  in sillaba libera, ossia che termina in vocale, evolve in   ò(ụ) ,/ɔ(ụ)/ suono tipico del dialetto di Roccanova mentre poi troviamo nel testo dòrmë [ˈdɔrmə] < DŎRMIT “dorme” quindi la /Ŏ/ in sillaba chiusa, ossia che finisce in consonante, evolve in  ò,/ɔ/. Ciò non accade per le corrispondenti vocali palatali:  la /Ē/ e la /Ĕ/ daranno come esito è /ɛ/ tanto in sillaba aperta quanto in sillaba chiusa. La /A/ tonica in sillaba chiusa si conserva come nell’esempio di  lattë [ˈlat:ə] “latte”,  mentre in sillaba aperta viene palatalizzata e diventa è /ɛ/ : nella poesia se ne trovano diversi esempi dètë [ˈdɛtə] “dato” , zappètë [ ʦaˈp:ɛtə] “zappato” , accattètë [ak:aˈt:ɛtə] “comprato” ,  allattètë [al:aˈt:ɛtə] “allattato”. Considerando alcuni aspetti del consonantismo notiamo che Roccanova conserva esiti arcaici a cominciare dall’evoluzione della palatale sonora seguita da vocale palatale (G+E,I) che a Roccanova presenta l’esito più arcaico , ossia la semiconsonante palatale /j/ e questo sia all’inizio che all’interno di parola. Nella poesia troviamo l’esempio di iuchè [juˈkɛ] “giocare” che in un’altra area della regione, più compatta e coesa, sarebbe šucà [ʃuˈka]. La poesia ci dona anche altri esempi che dimostrano che l’area dove Roccanova è situato è di fondamentale importanza per comprendere l’evoluzione di molti fenomeni linguistici come ad esempio l’evoluzione del sistema verbale. Una delle caratteristiche distintive degli idiomi dell’area Lausberg è la conservazione delle antiche  -S e –T finali latine delle seconde persone, singolare e plurale, e della terza persona singolare. A Roccanova queste non risultano nel presente indicativo, come invece accade in altri paesi dell’area,  ma si riscontrano nell’imperfetto indicativo. Nella poesia un esempio è duormë [ˈdwormə] invece di duormësë [ˈdworməsə] ma all’imperfetto è durmiésë [durˈmjesə] . Tanti altri fenomeni si potrebbero elencare ed analizzare che verranno sicuramente approfonditi quando ci occuperemo di Roccanova nei prossimi numeri di Talenti Lucani.

 

Teresa Graziano

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