Lingua e cultura di Ruoti: un patrimonio da custodire e tramandare.

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1. La lingua

RUOTI: TRA IPOTESI E REALTÀ

Ruoti, Ruótë [‘rwotə] in dialetto locale, è un paese di circa 3500 abitanti sito nel nord della Basilicata, in provincia di Potenza.

L’origine del toponimo “Ruoti” è incerta, diverse le ipotesi: lo storico Racioppi (1876:475) lo accosta alla voce rothus, attestata in documenti medievali, che significherebbe ‘terra arabile’ o ‘maggese’; Sabatini (1963:209), invece, fa derivare il toponimo dal personale germanico-longobardo Roto (Förstemann 1900:886) già documentato nell’anno 715 a Siena. Lo storico Giuseppe Gattini, poi, fa riferimento ai profughi albanesi che erano soliti riunirsi e disporsi a ruota. Questa ipotesi ci appare la meno probabile, anche se la più suggestiva. Che collegamento ci sarebbe tra il paese di Ruoti e gli albanesi? Sembrerebbe che a seguito di epidemie e di spostamenti dal centro abitato ai campi, tra il XV e il VI secolo, la Terra di Ruoti risultasse quasi completamente disabitata e solo qualche anno dopo il 1500 sembrerebbe uscire dalla crisi quando il conte di Muro, Jacopo Alfonso Ferilli, consentì l’immigrazione di una colonia di Albanesi Schiavoni che ricostituì il primo nucleo della popolazione ruotese. Non siamo in grado al momento di fornirvi riferimenti bibliografici in merito a questa notizia, ma non ci sentiamo di escluderla e, in quanto Centro Internazionale di ricerca, siamo già al lavoro per reperire documenti storici e per individuare tracce della presenza albanese nell’onomastica e nella toponomastica di Ruoti. Un dato, sicuramente non trascurabile, è stato già registrato: il cognome più diffuso a Ruoti è Scavone. A questo bisogna aggiungere che esistono comunità albanesi stanziate storicamente sul territorio lucano: Brindisi di Montagna, Rionero in Vulture, Barile, Ginestra, Maschito, San Costantino Albanese e San Paolo Albanese. E se i primi due paesi oggi presentano un dialetto italoromanzo, gli altri conservano ancora (anche se con inevitabili segni di cedimento) la lingua arbëresh costituendo due aree alloglotte distinte: Barile, Ginestra, Maschito nella zona del Vulture, San Costantino Albanese e San Paolo Albanese nella zona del Pollino.

Ma ora passiamo a trattare ciò che ci interessa più da vicino e su cui possiamo esprimerci con certezza perché abbiamo il rigore scientifico dei dati: la situazione linguistica di Ruoti che risulta essere particolarmente interessante.

Tra i fenomeni linguistici e i tratti morfologici del dialetto ruotese si annoverano:

l’indebolimento della (-)G- iniziale di parola o in posizione intervocalica: (-)G- diventa (-)(g)-:

(g)ammë [ꞌɣamːə] ‘gamba’, (g)ruttë [ꞌɣrutːə] ‘cantina’, la(g)ënaturë [laɣənaꞌturə] ‘matterello’;

il rotacismo della (-)D- iniziale di parola o in posizione intervocalica: (-)D- diventa (-)(r)-:

ròtë [rotə] ‘dote’, rèndë [ꞌrɛndə] ‘dente’, pèrë [ꞌ pɛrə] ‘piede’;

l’evoluzione di -LL- all’interno di parola in dd: pèddë [ꞌpɛdːə] ‘pelle’, spaddë [ꞌspadːə] ‘spalla’, curtiéddë [kurꞌtjedːə] ‘coltello’;

l’evoluzione di G+E/I iniziale di parola e all’interno di parola in š: šënnàrë [ʃəꞌnːarə] ‘gennaio’, šiénërë [ꞌʃjenərə] ‘genero’, rištë [ꞌriʃtə] (dal latino DĬGĬTU(M)) ‘dito’;

la presenza dell’ausiliare avere per alcune forme invece dell’atteso essere presente nella lingua italiana e nella maggior parte (quasi totalità) dei dialetti lucani: a mmuórtë [a ꞌmːwortə]‘è morto’, a mmòrtë [a ꞌmːɔrtə]‘è morta’, anë muórtë [ꞌanə ꞌmwortə] ‘sono morti’, anë mòrtë [ꞌanə ꞌmɔrtə] ‘sono morte’;

il raddoppiamento fonosintattico (RFS): la consonante iniziale della parola che segue un articolo femminile plurale o altri determinatori femminili plurali si pronuncia raddoppiata:

rë ggammë [rə ꞌgːamːə] ‘le gambe’ ma la (g)ammë [la ꞌɣamːə]‘la gamba’

stë ccasë [stə ꞌkːasə] ‘queste case’ ma sta casë [sta ꞌkasə]‘questa casa’,

quéddi ffémmënë [kwedːi ꞌfːemːənə] ‘quelle donne’ ma quédda fémmënë [kwedːa ꞌfemːənə] ‘quella donna;

il genere neutro: si pronuncia raddoppiata anche la consonante iniziale di una parola che segue l’articolo neutro o altri determinatori neutri: ru mmèlë [ru ꞌmːɛlə]‘il miele’, ru ppuanë [ru ꞌpːwanə]‘il pane’, ru lluattë [ru ꞌlːwatːə]‘il latte’;

la propagginazione in sillaba iniziale: la proiezione nella prima sillaba della vocale velare originaria -U dell’articolo o di un determinatore. Gli ultimi due esempi: ru ppuanë [ru ꞌpːwanə]‘il pane’ e ru lluattë [ru ꞌlːwatːə]‘il latte’ presentano la proiezione della vocale u dell’articolo neutro ru, lu puèrë [lu ꞌpwɛrə]‘il piede’ e lu nuasë [lu ꞌnwasə]‘il naso’, invece, presentano la propagginazione della vocale dell’articolo maschile lu.

2.UNO SGUARDO ALL’A.L.Ba.

 Di seguito riportiamo una carta A.L.Ba. (Atlante Linguistico della Basilicata), la carta 2 della IV sezione del III volume, che mostra la presenza nel dialetto di Ruoti, punto di rilievo 30, degli ultimi due fenomeni passati in rassegna. La forma ruotese ru lluattë [ru ꞌlːwatːə]‘il latte’, infatti, è di genere neutro (ciò è dimostrato dall’articolo ru e dal raddoppiamento della consonante iniziale della parola che segue l’articolo stesso) e presenta propagginazione iniziale (la proiezione della vocale dell’articolo nella sillaba iniziale della parola che segue l’articolo

Riportiamo, infine, due carte tematiche appartenenti alla IV sezione del III volume dell’A.L.Ba. che mostrano la diffusione del genere neutro e del fenomeno della propagginazione in Basilicata.

 

 

3.I costumi tradizionali ruotesi

Ogni popolo sviluppa una propria identità culturale. Atteggiamenti, abitudini, valori, modi di pensare e comunicare permettono ad un insieme di individui di distinguersi dagli altri.  La lingua è una delle espressioni più importanti della cultura di un popolo e distaccarsi dalla propria lingua significa perdere parte importante della propria identità. Oltre alla lingua, però, ci sono altri aspetti che costituiscono l’identità di una comunità come, ad esempio, il tipo di rapporti che gli individui stabiliscono tra di loro, l’aspetto architettonico dei centri abitati, la diffusione di determinate arti e determinati mestieri, la concezione del lavoro, la religione, le usanze legate alla superstizione, i piatti tipici della gastronomia, il modo di vestirsi. Anche quest’ultimo aspetto, il costume popolare, contribuisce all’identificazione dell’identità culturale di un popolo. Nel passato, ogni paese aveva un costume tradizionale nel quale una comunità si riconosceva. Oggi molti di questi paesi, compresi quelli lucani, quasi non se ne ricordano più. Ruoti, a differenza di altre comunità in cui l’abito tipico è quasi o del tutto scomparso, sente ancora l’importanza di salvaguardare questo aspetto della propria identità culturale tanto che alcune donne del paese ancora oggi, con orgoglio, indossano quotidianamente il costume del loro paese rendendo Ruoti un caso unico nel panorama lucano. Vediamo come era fatto questo costume.

 Le donne indossavano lu crèttë [lu ꞌkrɛtːə]una gonna plissettata pesante realizzata in panno nero o marrone e legata tramite delle bretelle ad un corpetto detto lu piéttë [lu ꞌpjetːə]in cotone e/o panno spesso di colore nero. Era la struttura portante del vestito in quanto serviva a cucirvi la parte inferiore dell’abito proprio attraverso queste bretelle chiuse in vita. Il corpetto veniva chiuso nella parte anteriore da una fascia imbottita fatta con un residuo di stoffa lu mbuttitë [lu mbuꞌtːitə]. Questa parte del costume serviva anche a sostenere il seno quindi veniva indossata al raggiungimento della maggiore età. Sopra lu crèttë [lu ꞌkrɛtːə]veniva, poi, indossata una gonna leggera fatta di panno nero detta uardachiéchë [wardaꞌkjekə]. Queste donne indossavano poi la cammisë [la kaꞌmːisə], una camicia realizzata in cotone bianco, plissettata ai polsi. All’altezza delle spalle questa camicia portava un ricamo particolare chiamato chiéchë péndë [rə ꞌkjekə ꞌpendə] ed era di solito abbellita con un pezzo di stoffa di cotone e/o di raso ricamato con pizzo e cucito all’altezza del seno chiamato pëzzóddë [pəꞌtːodːə]. Era abbastanza scollata per consentire alle donne di portare lu brëllòcchë [lu brəꞌlːɔkːə], un pendente di oro allacciato ad una fascetta di velluto che poteva essere di vari colori detta saracòllë[saraꞌkɔlːə]. La camicia era ulteriormente arricchita da una decorazione detta arriccë [aꞌrːitːʃə] realizzata in raso o tulle plissettato che completava la scollatura. Lu mbuttitë [lu mbuꞌtːitə]era, invece, ricoperto da la fëttuccë [la fəꞌtːutːʃə]in raso o in seta ricamata e cucita su un panno rosso che ricopriva la fascia imbottita in vita. Ma non è finita qui…a completare l’abito c’erano ancora altri elementi, prima fra tutti lu iuppónë [lu juꞌpːonə]o lu iëppónë [lu jəꞌpːonə]un giacchino di cotone o di seta nero ricamato o ricoperto da un velo nero. Era molto lavorato e arricchito con delle paillettes e anche questo veniva indossato come lu mbuttitë [lu mbuꞌtːitə]al raggiungimento della maggiore età. Le ragazze potevano, a volte, indossarne solo le maniche. Sul vestito da sposa questo giacchino era bianco. Altro elemento era lu uandësinë [lu wandəꞌsinə]ossia un grembiule di stoffa leggera che ricopriva la parte anteriore del vestito ed era ricamato con pizzo e ornato con raso e paillettes. Il grembiule era presente anche nell’abito da sposa, bianco ovviamente. Sulla testa portavano un copricapo verde detto faššaturë [faʃːaꞌturə]piegato a quattë gnuttëchë [ꞌkwatːə ꞌɲːutːəkə] e fissato ai capelli con fermagli e spilloni. Nei giorni di festa, invece, si indossava lu pannë [lu panːə]un copricapo di panno.

Gli uomini ruotesi indossavano la cammisë [la kaꞌmːisə]di cotone con collo a pistagna, cavëzunë alla zuarrë [kavəꞌʦunə ꞌalːa ꞌʣwarːə] ossia i pantaloni alla zuava, larghi e lunghi fino al ginocchio , abbottonati con tre bottoni lateralmente e legati in vita con una fascia di stoffa. Indossavano, poi, un gilet di velluto , la cammësòlë [la kamːəꞌsɔlə]con cinturino posteriore regolabile e taschini, una giacca di velluto detta capannë [kaꞌpanːə] e, per ripararsi dal freddo, lu pastranë [lu paꞌstranə]un mantello di cotone e/o di panno di colore nero. Ai piedi portavano degli scarponi scapunë [skarꞌpunə]realizzati in cotica di maiale e allacciati da pezzi di corda fatti con crine di capra intrecciati detti lašë [ꞌlaʃə]. In testa portavano lu cappiéddë [lu kaꞌpːjedːə]un cappello in panno circondato da un cordino intrecciato colorato. Poi, soprattutto dai contadini, indossavano i (g)ammalë [i ɣaꞌmːalə]di cuoio utilizzati per proteggere le gambe durante i lavori in campagna.  e fazzoletto di stoffa, in genere rosso, legato al collo lu maccaturë [lu makːaꞌturə].

Espressione ancora viva dell’identità ruotese, gli abiti tradizionali  ancora oggi in uso rappresentano il perpetuarsi delle radici culturali del popolo di Ruoti.

 

 

4.ADL RUOTI_Talenti

Curatori:

  1. La lingua: Giovanna Memoli
  2. Uno sguardo all’A.L.Ba: Giovanna Memoli
  3. I costumi tradizionali ruotesi: Teresa Graziano
  4. ADL_Ruoti: Irene Panella
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