RAPOLLA E IL SUO RICCO CORREDO…LINGUISTICO

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La lingua

 

Le attestazioni più antiche del toponimo si trovano in due documenti medievali uno del XII secolo e l’altro del XIV secolo e in entrambi il nome del paese è registrato già nella sua forma attuale Rapolla.

Riguardo alla sua origine, autorevoli studiosi hanno proposto due diverse interpretazioni. La prima, più probabile, fa derivare il nome da rappa, per il quale Giacomo Racioppi nel 1876 proponeva i significati di ‘spina’ e ‘luogo pieno di spine’, mentre, più di recente, Carla Marcato nel Dizionario di toponomastica fa notare come il termine rappa si ritrovi già nell’italiano antico col significato di ‘raspo, ciocca’ e che il sostantivo sia noto nel territorio lucano col significato di ‘località coltivata a vigneto’.

Un’altra proposta etimologica è offerta da Giovanni Alessio, che fa derivare Rapolla dal latino tardo *rapulla, diminutivo di rapula ‘ravanello’.

Il dialetto rapollese [rapuˈd:esə] rapuddésë, prima del 2007, anno in cui prende vita l’Atlante Linguistico della Basilicata (A.L.Ba.), non era stato mai oggetto di studi linguistici.

Le indagini dell’A.L.Ba., svolte secondo rigorosi criteri scientifici, hanno messo in evidenza una situazione dialettale estremamente variegata e interessante, tanto che nel 2010, durante il Convegno Internazionale di Dialettologia, organizzato dall’Università di Padova e che si tiene annualmente a Sappada (BL), la dottoressa Anna Cantisani, ricercatrice del Progetto A.L.Ba., ha proposto, sulla base dei rilievi svolti nel Comune in questione, una comunicazione intitolata L’osservabile nel caso di varietà linguistiche di tradizione orale. Riflessioni teoriche e metodologiche.

Una delle caratteristiche più interessanti che è stata registrata, riguarda la variazione degli esiti delle vocali accentate latine Ī e Ū, le quali vengono rese in maniera differente a seconda che siano pronunciate da un uomo o da una donna (variante di genere). Per un’analisi più dettagliata di questa variazione si rimanda alla sezione successiva del presente articolo intitolata Uno sguardo all’A.L.Ba..

Sempre nell’ambito del vocalismo tonico un’alternanza, questa volta non legata al genere del parlante, è stata registrata anche rispetto alla vocale tonica latina A, che, generalmente, si conserva, ma in alcuni casi può presentare un esito differente (palatalizzato), anche nella stessa parola. Ad esempio per il termine indicante il ‘pane’ < PANE(M) sono state fornite le forme [ˈpanə] panë e [ˈpænə] pænë, lo stesso accade anche nel termine che indica la ‘pignatta’ < PIGNA che ha fatto registrare le forme [pəˈɲ:atə] pëgnatë e [pəˈɲ:ætə] pëgnæ. Inoltre è interessante notare come l’esito palatalizzato della vocale centrale si registri anche in parole derivanti dall’italiano come nel caso del termine ‘scantinato’ [skandiˈnætə] scandinæ.

Alcune variazioni piuttosto evidenti si registrano anche nell’ambito del consonantismo, dove alcune consonanti possono presentare esiti differenti anche nella stessa parola. Ad esempio, se consideriamo le forme registrate per il nome stesso del Comune RAPOLLA, vediamo come la doppia laterale del latino -LL- può essere restituita come dentale sonora -/dd/- [raˈpͻd:ə] rapòddə, come dentale sorda -/tt/- [raˈpͻt:ə] rapòttə o come dentale sonora retroflessa -/ɖɖ/- [raˈpͻɖ:ə] rapòḍḍə.

Possono mutare il loro timbro anche le consonanti -C- e -T-, che diventano rispettivamente -g- e -d- come si vede, ad esempio, nel termine che indica la ‘tavola scanalata per lavare i panni’, nella cui denominazione si sono registrate le forme [strəkaˈturə] strëcaturë, [strəgaˈturə] strëgaturë e [strəgaˈdurə] strëgadurë.

È interessante notare come, rispetto ai fenomeni visti finora, il modello imposto dalla lingua nazionale non possa essere chiamato in causa, e questo fatto evidenzia molto bene l’autonomia della parlata rapollese, che, come ogni lingua locale, presenta regole proprie.

Tuttavia in alcuni ambiti la pressione omologatrice della lingua nazionale è evidente, come nel caso dei nomi di parentela, dove i termini tradizionali utilizzati per indicare ad esempio il ‘padre’ [ˈtatə] tatë, il ‘nonno’[tataˈran:ə] tatarannë o la ‘nonna’ [mammaˈran:ə] mammarannë, sono stati sostituiti, almeno nelle nuove generazioni, dai sostantivi italiani [paˈpa] papà e [ˈnͻn:ə] nònnë.

I nomi tradizionali del ‘nonno’ e della ‘nonna’, ci mostrano, oltre all’aspetto affettivo, anche un dato culturale importante relativo al ruolo di capifamiglia che queste figure svolgevano nella società tradizionale, infatti, la traduzione letterale dei due termini sarebbe ‘papà grande’ e ‘mamma grande’.

Altre considerazioni di tipo culturale emergono passando in rassegna i nomi dei mesi dell’anno, alcuni dei quali evidenziano il rispetto nei confronti della religione. Il mese di ‘novembre’ era detto [ˈsandə marˈtenə] sandë marténë, cioè San Martino, un’espressione utilizzata anche in senso di buon augurio quando, ad esempio, si entrava in cantina. Oppure ancora il mese di ‘dicembre’ era detto [naˈtalə] natalë, in relazione all’importante festività.

Anche in questo ambito, i nomi tradizionali sono ormai stati sostituiti, almeno dai parlanti più giovani, con i corrispettivi italiani [nuˈwɛmbrə] nuwèmbrë e [diˈʧɛmbrə] dicèmbrë.

Analizzando questi ambiti si comprende bene la necessità di compilare un Atlante dialettale che raccolga in modo sistematico tutti questi dati. Le lingue locali, infatti, conservano un patrimonio culturale importantissimo che non può andare perduto perché rispecchia la nostra identità e ci permette di conoscere le nostre origini.

 

Uno sguardo A.L.Ba.

 

La Basilicata, come stiamo vedendo nel corso dei nostri appuntamenti, presenta un panorama linguistico frammentato e variegato.

Diversi e autorevoli studiosi si sono occupati nel tempo delle lingue lucane a cominciare da Rohlfs (1988), passando per Lausberg (1939) e finendo più recentemente a Melillo (1955), Lüdtke (1979) e altri. Eppure nessuno a tutt’oggi si era mai occupato di registrare le varianti di genere che, seppur in pochi punti di rilievo, sono presenti in Basilicata. Il lavoro capillare svolto dal Progetto A.L.Ba. (Atlante Linguistico della Basilicata) in un decennio, dal 2007 ad oggi, ha consentito di raggiungere interessanti risultati anche in questo campo.

È noto che la lingua riflette l’organizzazione sociale ed è quindi possibile che si registrino differenze linguistiche tra i sessi così come si registrano differenze nella collocazione sociale e tra le diverse generazioni.

In passato le donne erano custodi della tradizione familiare ed erano educate secondo un modello che le spingeva, più degli uomini, a seguire la norma. Erano loro a viver e operare quasi esclusivamente nell’ambito domestico, mentre all’uomo era dato l’onere di lavorare fuori casa per provvedere al mantenimento della famiglia, ruolo che gli consentiva di godere non solo di maggior prestigio, ma di avere contatti con altre realtà culturali e quindi linguistiche. In una società così organizzata la conseguenza dal punto di vista linguistico era la seguente: le donne erano più conservative e gli uomini più innovanti. Con la diffusione delle televisioni nelle case italiane la situazione si ribalta: le donne trascorrendo più tempo a casa subiscono maggiormente il condizionamento della lingua italiana e diventano meno conservative degli uomini. Oggi, i cambiamenti sociali hanno portato le donne ad essere quasi in posizione paritaria con gli uomini e per questo la parlata delle donne spesso subisce condizionamenti analoghi a quella degli uomini. Alcuni studi recenti, tra cui Le varianti di genere nelle parlate lucane di Del Puente, confermano questa ipotesi e mostrano in maniera inequivocabile che non si può più individuare una tendenza generale alla conservatività in base al sesso dei parlanti, ma l’evoluzione della lingua è ormai legata spesso a condizioni contingenti il singolo punto di rilievo.

Tra i pochi paesi lucani in cui sono state registrate varianti di genere c’è Rapolla (p.d.r. 4): nel rapollese è possibile individuarne alcune nella realizzazione di specifici esiti vocalici; vale a dire che gli uomini e le donne pronunciano in maniera diversa le vocali toniche (accentate) derivate da Ī e Ū latine in sillaba aperta (terminante per vocale). Per esempio:

GINGĪVA >[san’ʤɜjə] sangãië‘gengive’ forma fornita dalle donne

GINGĪVA >[san’ʤijə] sangijë‘gengive’ forma fornita dagli uomini

ŪNU > [‘eunə] éunë ‘uno’ forma fornita dalle donne

ŪNU > [‘unə] unë ‘uno’ forma fornita dagli uomini

 

A Rapolla sembra che la parlata degli uomini sia più conservativa e quella delle donne innovante.

L’innovazione sembra essere stata irradiata dalla limitrofa Melfi, punto di riferimento culturale e sociale, riconosciuta come prestigiosa dalle donne di Rapolla.

 

Riportiamo di seguito la carta 15 ‘Serratura’ Sez. I Vol. III dell’A.L.Ba. che presenta per Rapolla, p.d.r. 4, le due varianti di genere: la prima mašcatéurë [maʃka’teurə] è la variante delle donne, la seconda mašcaturë [maʃka’turə] quella degli uomini.

La variante delle donne corrisponde alla forma registrata per il dialetto di Melfi (p.d.r. 3).

 

Rapolla: rievocazione di antiche tradizioni

 

Rapolla è un comune di circa 4500 abitanti, posto a un’altitudine di 450 m. sul livello del mare e collocato all’interno della zona del Vulture.

Come gran parte dei paesi lucani, Rapolla conserva tradizioni molto antiche, legate alla religiosità tradizionale e a un’antica concezione della famiglia.

Un’ antica tradizione di Rapolla è, per esempio, quella definita in dialetto nzurà la criatura mia [ndzuˈra la krjaˈtura ˈmia] ‘sposare la figlia’. Anticamente quando una ragazza passava dall’adolescenza all’età da marito, i genitori si preoccupavano di trovarle un buon partito. In particolare, durante la seconda settimana del mese di maggio, dopo averla ngiacuagliata [ndʒak:waˈʎ:ata] ‘vestita a festa’, veniva posta su un mulo e condotta per le vie del paese dal lunedì al giovedì. Il venerdì poi si accendeva dinanzi alla casa della ragazza un falò; i ragazzi interessati alla giovane si recavano sul luogo e dimostravano il loro interesse nei suoi confronti. Nel caso in cui alla ragazza fosse piaciuto qualcuno dei pretendenti, il giorno successivo i genitori del ragazzo si recavano in casa della giovane per sottoscrivere il contratto di matrimonio.

Generalmente era consuetudine che la dote della sposa comprendesse:

  • l’abito da sposa;
  • dieci lenzuola, cinque di sopra e cinque di sotto;
  • cinque coppie di cuscini di cotone;
  • cinque tovaglie da tavola con i relativi tovaglioli, stiavòcchë [stjaˈvɔk:ə];
  • cinque camicie da notte;
  • il busto, chiamato crèttë [ˈkrɛt:ə];
  • il letto matrimoniale, composto dal materasso di foglie, chiamato saccónë [saˈk:onə], e dal materasso di lana;
  • il vaso da notte, chiamato pëššaturë [pəʃ:aˈturə];
  • un lavamano e una brocca di latta;
  • un servizio di cinque piatti fondi e cinque piani, insieme a un piatto grande centrale, chiamato spasë [ˈspasə];
  • le posate e i bicchieri;
  • asciugamani di cotone e biancheria intima.

Anche lo sposo riceveva un corredo che comprendeva più che altro biancheria intima e qualche capo d’abbigliamento. A questi si aggiungevano anche alcuni attrezzi da lavoro, come la zappa (u margiòttë [u marˈdʒɔt:ə]), il piccone (u pëcónë [u pəˈkonə]), la pala (a palë [a ˈpalə]), il rastrello (u rastiddë [u raˈstid:ə]).

Il corredo, poi, veniva esposto quindici giorni prima delle nozze e le madrine degli sposi erano incaricate di fare la conta dei capi presenti e la mancanza di qualcosa che invece era stato concordato nel contratto poteva essere la causa della rottura del fidanzamento.

Tra le tradizioni rapollesi più note vi è la cosiddetta ‘diana’. Essa consiste in una processione che si snoda tra le vie del paese durante la notte compresa tra il 2 e il 3 febbraio e che commemora la devastazione a cui fu soggetta Rapolla da parte di Galvano Lancia nel 1254. Questa processione anticipa la festa patronale di San Biagio, che ha luogo il 3 febbraio. Il corteo è preceduto dai cosiddetti “falò di San Biagio”, dei fuochi che si accendono dopo che è stata recitata l’ultima curnèdda [kurˈnɛd:a], ovvero la preghiera rivolta al santo protettore.

Sotto le ceneri di questi falò è tradizione mettere a cuocere delle patate novelle, come segno di rinnovamento dello spirito, che si mangiano accompagnate da un bicchiere di vino Aglianico. Dopo il rituale, ogni famiglia porta a casa un cucchiaio di cenere dei falò in segno di benedizione e finalmente inizia la veglia notturna, la cosiddetta Diana.

Anche il Natale rappresentava una festività importante e particolarmente sentita, il cui ricordo suscita profonda nostalgia nelle persone più anziane. A tal proposito riportiamo alcuni passi della poesia ‘natalë dë na vóta’ [naˈtalə də na ˈvota] ‘Natale di una volta’ di Michele Lapetina. La poesia è stata presentata al primo concorso di poesia dialettale lucana indetto nell’ambito della giornata del dialetto e delle lingue locali:

 

Trascrizione adl

natalë dë na vóta’

Trascrizione ipa

[naˈtalə də na ˈvota]

Allórë më vènë a mmèndë comë iérë lu natalë dë na vóta,

quannë s’aspëttavë chë ttand’anzië ca arruwavë sta fèstë;

la ggèndë mëttijë nda lu prësèpië tuttë rë spëranzë accòtë

e appënnijë a l’albërë li dësëdèrië da rëalizzà lèstë lèstë.

 

rə mmammë accumënzavënë a ffa sóbbëtë pèttëlë e ccasatèddë

e rë spëcialëtà ca da sèmbë së prëparavanë da mangiarë;

chi putéië crëššijë nu crapèttë da mèttë nda la tièddë,

e anzijë la damëggianë dë lu mèglië vinë d’assaggiarë

 

li cchiu dëvótë la matinë dë nòttë šèvënë a la nuwèlë

a la chisë a la nunziatë oppuramèndë a ssanda lucijë,

tutt’appapugliatë, pë së rëparà da quiru sòrtë dë ggélë

tandë iérë chiatratë la névë sópë li téttë e mmizzë la vijë.

[aˈl:orə mə ˈvɛnə a ˈm:ɛndə ˈkumə ˈjerə lu naˈtalə də na ˈvota

ˈkwan:ə s_aspəˈt:avə kə ˈt:andə ˈandzjə ka aruˈwavə sta ˈfɛstə

la g:ɛndə məˈt:ijə nda lu prəˈsɛpjə ˈtut:ə rə spəˈrandzə aˈk:ɔtə

e ap:əˈn:ijə a ˈl_albərə li dəsəˈdɛrjə da rəaliˈd:za ˈlɛstə ˈlɛstə

 

rə ˈm:am:ə ak:umənˈdzavanə a f:a ˈsob:ətə ˈpɛt:ələ e k:asaˈtɛd:ə

e rə spətʃaləˈta ka da ˈsɛmbə sə prəpaˈravənə da manˈdʒarə

ki puˈtejə krəˈʃ:ijə nu kraˈpɛt:ə da ˈmet:ə nda la ˈtjɛd:ə e anˈdzijə la daməˈd:ʒanə də lu ˈmɛʎ:ə ˈvinə d_as:aˈd:ʒarə

 

 

li k:ju dəˈvotə la maˈtinə də ˈnɔt:ə ˈʃɛvənə a la nuˈwɛlə

a la ˈkisə a la nunˈdzjatə op:uraˈmɛndə a ˈs:anda luˈtʃijə tut:_ap:apuˈʎ:atə pə sə rəpaˈra da ˈkwiru ˈsɔrtə də ˈd:ʒelə

 

ˈtandə ˈjerə kjaˈtratə la ˈnevə ˈsopə li ˈtet:ə e ˈmmid:zə la ˈvijə]

 

Traduzione:

Allora mi viene in mente come era il Natale di una volta, quando si aspettava con tanta ansia che arrivasse questa festa;

la gente metteva nel presepe tutte le speranze raccolte e appendeva all’albero i desideri da realizzarsi in fretta.

Le mamme incominciavano a fare subito pèttolë e casatèddë (non avendo un corrispettivo italiano preciso, i nomi di queste due preparazioni tipiche del Natale rapollese sono riportati come pronunciati nel dialetto del posto) e le specialità che da sempre si preparavano da mangiare;

chi poteva, cresceva un capretto da mettere nella pentola e tirava fuori la damigiana del miglior vino da assaggiare.

I più devoti la mattina presto andavano alla Novena alla chiesa dell’Annunziata o alla chiesa di santa Lucia, tutti vestiti a festa, per ripararsi da quel grande gelo, tanto era ghiacciata la neve sopra i tetti e in mezzo alla strada.

 

 

Curatori:

  1. La lingua_ Francesco Villone
  2. Uno sguardo all’ A.L.Ba.: carta 15 volume III, sezione I_Giovanna Memoli
  3. Rapolla: rievocazione di antiche tradizioni_Teresa Carbutti
  4. File interattivo dell’Alfabeto dei Dialetti Lucani: Rapolla_Anna Maria Tesoro

Alfabeto dei Dialetti Lucani_ Rapolla

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