Sarachèdda: dalla strada al palcoscenico

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    Sarachèdda

“Carnevale” viene dal latino Carnem levare ovvero togliere la carne, infatti l’abbuffata del martedì grasso coincide con la fine del periodo di Carnevale e l’inizio della Quaresima, periodo in cui la tradizione Cattolica prevede una dieta priva di carne. Oggi il Carnevale italiano presenta una tradizione composita e variegata ma come trade union l’usanza del mascheramento o del travestimento. I caratteri della celebrazione del carnevale raccolgono l’eredità del mondo antico, note sono le Dionisiache greche e i Saturnalia romani. Mascheramento, dunque, vuole significare  evasione dal quotidiano, rovesciamento dei ruoli. Ma la tradizione del Carnevale italiano passa anche dal teatro cinquecentesco e secentesco, quando gli autori teatrali inserirono, nelle loro opere, personaggi presi dal tessuto sociale delle diverse città. Essi riuscirono nel doppio intento di incarnare vizi e virtù del cittadino medio in un tipo teatrale e di conferire dignità artistica ai personaggi che vennero ufficialmente identificati come Maschera della Commedia dell’arte. Il veneziano Pantalone, il bergamasco Arlecchino, il milanese Meneghino, il bolognese Balanzone, il napoletano Pulcinella…e il potentino?  La città di Potenza ha conferito dignità di Maschera potentina alla controversa figura di Sarachèdda [sara’kɛd:a], letteralmente ‘piccola sarda’.

 

 Chi è Sarachèdda?

Failuccë [fai’lut:ʃə] ‘Raffaele’ nasce a Potenza nei primi anni del ‘900, da famiglia umile, in una piccola abitazione collocata tra Pòrta S’avëza [‘pɔrta ‘s_avətsa] ‘Porta S’alza e San Mëchèlë [san mə’kɛlə]‘San Michele’. Conduce una vita di stenti, tanto da andare in giro con vestiti visibilmente rattoppati, emblema della vita nei suttanë [su’t:anə] ‘abitazioni interrate (tipiche del centro storico di Potenza del XIX- XX secolo)’. Era un ragazzo dal cuore buono ma non era dotato di grandi capacità, tanto che per vivere si prestava a fare il garzone, aiutando li mastrë

  • ‘gli artigiani’ e li putë(g)arë
  • ‘i commercianti’, alla giornata. Il venerdì era solito recarsi a lu mërcatinë dë li povëròmë [lu mərka’tinə də li pɔvə’rɔmə]dove aiutava i pescivendoli in cambio delle gustose saràchë [sa’rakə] ‘sarde’ che amava tanto, a tal punto da farne delle scorte e portarle sempre con se in tasca, o legate alla cintura dei pantaloni, costruita con una corda e delle stringhe. Proprio questa passione per le sarde, fece sì che, in città, Failuccë divenne per tutti Sarachèdda. I più anziani lo ricordano soprattutto per lo smisurato amore verso la sua città e verso il Potenza Calcio, tanto che pur non avendo niente da mangiare si recava allo stadio Viviani con la sua camminata barcollante, il suo fisico smilzo e la bandiera rossoblù che secondo i racconti popolari, pesava più del povero Failuccë.

     

    Dalle strade al teatro…

    di solito, come detto è stato il teatro a rendere famosi i personaggi della tradizione cittadina e a conferire loro dignità artistica. La figura di Sarachèdda, invece, è stata oggetto di valorizzazione da parte del comune di Potenza e di diverse associazioni che si sono prodigate per valorizzare il personaggio e ottenere il riconoscimento di Maschera potentina. Da qui Sarachèdda è stato inserito anche in molte commedie teatrali delle compagnie vernacolari divenendo protagonista anche a teatro. Una sua statua si trova all’ingresso del teatro Stabile in Piazza Mario Pagano. Oggi, dunque, Sarachèdda è la maschera di Carnevale della città di Potenza e si presenta così: giacchétta cušura cu li ttòppë [dʒa’k:et:a ku’ʃura ku li ‘t:ɔp:ə] ‘giacca cucita e rattoppata’, scarpë rróttë cu lu dirë da fuóra [‘skarpə ‘r:ot:ə ku lu ‘dirə da ‘fwora] ‘scarpe rotte, con il dito fuori’, cavëzónë larghë dë pèzza a la zumbafuossë [[kavə’tsonə ‘largə də ‘pɛt:sa a la tsumba’fwos:ə] ‘pantalone largo di pezza alto fino alla caviglia’, cavëzéttë dë dana bucara [kavə’tset:ə də ‘dana bu’kara] ‘calze di lana bucata’, còppëla vècchia [‘kɔp:əla ‘vɛk:ja] ‘coppola vecchia’, maccaturë indë la sacca [mak:a’turə ‘ində la ‘sak:a] ‘fazzoletto in tasca’,  camiša a qquadrë [ka’miʃa a ‘k:wadrə] ‘camicia a quadri’, cullana dë cërasèddë [ku’l:ana də tʃəra’sɛd:ə] ‘collana di ceraselle’ e na saràca mmanë [na sa’raka ‘m:anə]‘una sarda in mano’

     

    Sarachèdda

     

      Potito Paccione                                                    .

                                                                                          

     

     

                                                                                                                                                                      

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