PICERNO: UNA STORIA MILLENARIA

0

Picerno: la storia nei nomi di luogo

L’insediamento di Picerno è molto antico, come testimoniano reperti archeologici rinvenuti sul territorio picernese risalenti almeno al II secolo a. C.. Il nome Picernum compare però solo più tardi nel Catalogus Baronum (XII sec.). Secondo Racioppi, il toponimo Pëciérnë [pəˈtʃjernə] fa forse riferimento al fatto che nel suo territorio si estraeva la pece.

Spesso, ricostruire la storia di un luogo è un lavoro difficile e faticoso per la mancanza di adeguata documentazione scritta; allora può venire in aiuto lo studio dei microtoponimi (nomi di piccole aree) disseminati sul territorio. Dei nomi di luogo del comune di Picerno si è occupata Maria Teresa Greco che fornisce una serie interessante di microtoponimi nella Toponomastica di Picerno.

Il luogo nel quale sorge il paese è circondato in buona parte da boschi e numerosi corsi d’acqua, molti dei quali oggi non esistono più. A tal proposito, è davvero interessante osservare quanto fosse ricco il lessico dialettale adoperato per distinguere i fiumi e i fiumiciattoli, a seconda della loro portata e importanza.  Il corso d’acqua più importante è senza dubbio la fiumara di Picerno, la çumara rë Pëciérnë [la çuˈmara rə pəˈtʃjernə]; con il termine fiumara si indicava un corso d’acqua di media importanza che svolgeva la funzione di affluente dei fiumi principali. Esistono poi i vaddónë [vaˈd:onə] ‘torrenti’, altri fiumiciattoli, affluenti della çumara [çuˈmara], che hanno perlopiù carattere torrentizio e assumono questo nome proprio dalla loro collocazione a valle, spesso all’interno di burroni. A Picerno ne esistono diversi: lu vaddónë rë Falašca [lu vaˈd:onə rə faˈlaʃka]‘il torrente di Falasca’, lu vaddónë rë la nucédda [lu vaˈd:onə rə la nuˈtʃed:a]‘il torrente della Nocella’, lu vaddónë mularë [lu vaˈd:onə muˈlarə]‘il torrente Molare’ ed altri ancora. Vi erano poi i cosiddetti fuóssë [ˈfwos:ə], affluenti dei vaddónë, dei fiumiciattoli che scorrono, come dice il nome stesso, in fossati. Nel territorio di Picerno si trova lu fuóssë rë lë ccërasë [lu ˈfwos:ə rə lə t:ʃəˈrasə]‘il fosso delle ciliegie’.

Sebbene oggi molti torrenti e corsi d’acqua siano scomparsi, un tempo questa zona, ricca di acque, si caratterizzava anche per la presenza di zone paludose, poi bonificate durante il ventennio fascista. Ne dà testimonianza proprio la toponomastica che conserva nomi significativi come lu pandanë [lu panˈdanə]‘la palude’ e lu pandónə rə la cumuna [lu panˈdonə rə la kuˈmuna]‘la palude della comune’. I termini indicavano zone un tempo paludose e soggette a forti smottamenti. Qualche secolo fa, nella località chiamata lu pandanë [lu panˈdanə]‘la palude’, proprio a seguito di una frana, i fedeli costruirono una cappella in onore de la Marònna rë lu pandanë [la maˈrɔn:a rə lu panˈdanə]‘la Madonna della palude’. Secondo la tradizione, la frana partì da un dirupo sovrastante la zona, la rriva rròssë [la ˈr:iva ˈr:ɔs:ə]‘la ripa rossa’ (il nome deriva dal colore della roccia) e si fermò senza proseguire oltre proprio nella zona dove ora sorge la cappella.

Ma i toponimi possono raccontarci anche del passaggio di genti venute da lontano e fermatesi poi in Lucania. Sul territorio picernese esiste un torrente chiamato vrajira [ˈvrajira], la cui origine è da farsi risalire a una voce longobarda, BRAIDA, che indicava un campo destinato all’uso comune da parte dei cittadini, perlopiù adibito a pascoli, testimonianza dunque, che in queste zone giunsero popolazioni longobarde. Probabilmente il torrente ha preso il nome dal terreno nel quale scorre.

Altrettanto significativo risulta il toponimo lu vòšchë rë la rrufésa [lu ˈvɔʃkə rə la r:uˈfesa]‘il bosco della difesa’: il termine rrufésa [r:uˈfesa] ‘difesa’ indicava un terreno recintato di proprietà signorile, sorvegliato e utilizzato prevalentemente come riserva di caccia del signore o come luogo dove allevare cavalli pregiati. La diffusione di questo toponimo nella zona, e più in generale in Basilicata, è il residuo e il testimone della diffusione capillare del sistema feudale nella nostra regione.

Infine, anche nella toponomastica non mancano segnali del passaggio delle genti settentrionali. Il toponimo più indicativo è senz’altro quello di una cima che si trova a confine fra i comuni di Picerno e Ruoti, lu móndë li fòi [lu ˈmondə li ˈfɔj]‘il monte dei faggi’ nel quale il termine fòi è la forma settentrionale utilizzata per indicare, per l’appunto, il faggio (si registra in particolare nella Liguria e nel Piemonte meridionale) e si distingue dal tipo meridionale fa(g)ə [ˈfaɣə].

La lingua

Picerno è una cittadina sita in provincia di Potenza che conta meno di seimila anime e s’inserisce nel gruppo delle colonie galloitaliche individuate da Gerhard Rohlfs nel nord della Regione. In merito a ciò, il dialettologo scriveva queste righe tanto note quanto immortali:

Il viaggiatore che, in uno scompartimento di III classe nel tragitto da Napoli a Taranto, presti attenzione alla conversazione dei contadini che salgono ad ogni stazione, si renderà subito conto che nel primo tratto – se si trascurano variazioni nell’intonazione e differenze locali minime – la base linguistica è sorprendentemente unitaria. Ma subito dopo la profonda valle del Platano, dalla stazione di Picerno in poi, il quadro cambia. Improvvisamente arrivano all’orecchio del viaggiatore forme foniche che non si adattano assolutamente alla situazione osservata fino a quel momento… E così si continua anche dopo che il treno ha superato le stazioni di Tito e Potenza. Soltanto a partire da Trivigno queste caratteristiche scompaiono e, mentre il treno tra le brulle e selvagge montagne della valle del Basento si dirige verso il golfo di Taranto, ricompare improvvisamente la situazione linguistica che, appena due ore prima, era scomparsa così improvvisamente e in modo così inspiegabile…

Il grande interesse scientifico che la lingua di Picerno suscita è dovuto ai tratti di galloitalicità che non solo la rendono così diversa dalle altre varietà lucane meridionali, ma la distinguono anche dai limitrofi dialetti galloitalici di Tito, Potenza, Pignola. Nella sfera della lingua picernese rientra anche la frazione di Perolla, appartenente amministrativamente al comune di Savoia di Lucania (PZ), ma linguisticamente orientata verso Picerno. Gli abitanti di Savoia, così come quelli di Perolla, sono consapevoli di parlare lingue differenti, tant’è che si sente forte, negli abitanti della frazione, il legame con coloro a cui appartengono linguisticamente. Le maggiori interazioni, a più livelli, avvengono tra Perolla e il comune di Picerno, mentre per quanto riguarda la burocrazia e le incombenze amministrative, queste vengono adempiute presso il comune di Savoia.

Dal punto di vista fonetico, i tratti più caratterizzanti del picernese riguardano l’esito delle vocali latine Ĕ ed Ŏ. Mentre Rohlfs aveva individuato un tratto peculiare delle colonie galloitaliche lucane nella dittongazione in dati contesti fonotattici, a Picerno non si registra in eguali contesti il dittongo, per esempio davanti a consonante palatale (come glië [ʎ] di figlio e gnë [ɲ] di gnomo) o davanti a R, TR, BR, V, e talvolta L: vóglië [ˈvoʎ:ə] ‘(io) voglio’; tégnë [ˈteɲ:ə] ‘(io) tengo’; nóra [ˈnora] ‘nuora’; préra [ˈprera] ‘pietra’; nóvë [ˈnovə] ‘nuovo’; rrënzólë [r:ənˈʣolə] ‘lenzuolo’.

La lingua picernese, inoltre, presenta opposizione metafonetica dovuta a -Ī, che è diventata morfometafonetica dal momento che distingue il singolare dal plurale e la II persona singolare dei verbi dalla III. Perciò, si avranno forme come lu vècchië/ li vécchië [lu ˈvɛk:jə/ li ˈvek:jə]‘il vecchio/ i vecchi’; zuppëchíë [tsup:əˈkiə] ‘zoppichi’. La stessa cosa avviene specularmente sul ramo velare, ovvero quello di Ŏ. Pertanto, si avranno forme come chiòvë/ chióvë [ˈkjɔvə/ ˈkjovə] ‘chiodo/chiodi’; zòppë/zóppë [ˈʦɔp:ə/ ˈʦop:ə] ‘zoppo/zoppi’; të špusë [tə ˈʃpusə].

Molto particolare è l’esito di -A- tonica.

A Picerno si registrano varianti diverse, per ragioni diastratiche e di meridionalizzazione/italianizzazione del fonema in questione. Alcuni parlanti sostengono anche che la realizzazione A > è(a) [ɛ(a)] sia circoscritta alla zona alta del Pianello (lu chianiéddë [lu kjaˈnjed:ə]): si tratterebbe, quindi, di una variazione sintopica.

-A- tonica si realizza a Picerno come [æ] oppure è(a) [ɛ(a)] in sillaba aperta, davanti a consonante nasale, nelle forme terminanti in -ATE/-ATO, negli infiniti della I coniugazione, come esemplificato nelle forme mẽnë [ˈmænə]/ mè(a)në [ˈmɛ(a)nə] ‘mano’; passẽrë [paˈs:ærə]/ passè(a)rë [paˈs:ɛ(a)rə] ‘passato’; magnẽ [maˈɲ:æ]/ magnè(a) [maˈɲ:ɛ(a)] ‘mangiare’, in co-occorrenza con le forme schiette manë [ˈmanə], passarë [paˈs:arə], magnà [maˈɲ:a].

Questo tratto, però, non viene condiviso dalla frazione di Perolla, in cui la -A- tonica latina resta a [a].

Altro fenomeno fonetico distintivo di galloitalicità è la lenizione delle occlusive sorde intervocaliche, ovvero la trasformazione di -P-, -T-, -K- in -v-, -d- (poi -r-), -ɣ-/Ø.

  • La lenizione dell’occlusiva bilabiale -P- è stabile, tanto da far registrare forme come caviglië [kaˈviʎ:ë] ‘capelli’; savé [saˈve] ‘sapere’; nëvórë [nəˈvorə] ‘nipote’; cëvódda [ʧəˈvod:a] ‘cipolla’.
  • L’occlusiva dentale sorda -T- ha in prima battuta sonorizzato, poi ha subito un’ulteriore evoluzione: il rotacismo. Questo fenomeno è radicato e distintivo della parlata picernese. Le forme che possono esemplificare questa condizione sono innumerevoli: marirë [maˈrirə] ‘marito’, rirë [ˈrirə] ‘dito’, che presenta rotacismo di dentale primaria (in quanto etimologica) e secondaria (in quanto si tratta di -T- che ha subito lenizione); créra [ˈkrera] ‘creta’; špusarë [ʃpuˈsarə] ‘sposato’.
  • L’occlusiva velare sorda -K- fa registrare una considerevole co-occorrenza di forme: lenite con esito -ɣ-; lenite con successiva caduta del fonema (Ø) e forme non lenite, con mantenimento di -K-. Ne sono esempi: pé(g)ura/péura [ˈpeɣura/ˈpeura] ‘pecora’; mëddi(g)a/ mëddía [məˈd:iɣa/ məˈd:ia] ‘mollica’; ruménë(g)a [ruˈmenəɣa] ‘domenica’; accanto a forme come fuóchë/fúóchë [ˈfwokə/ˈfuokə] ‘fuoco’.

Inoltre, vi sono altri interessanti aspetti concernenti la morfosintassi che rendono Picerno, nonostante le sue particolari evoluzioni, una colonia galloitalica piuttosto conservativa.

Nelle varietà settentrionali è molto diffusa la sostituzione di -AMUS con -EMUS, desinenza di I persona plurale nel presente indicativo della prima coniugazione. Picerno fa registrare la forma in -émmë per tutte le coniugazioni. Avremo, perciò, esempi quali ggémmë [ˈd:ʒem:ə] ‘andiamo; stašémmë [staˈʃem:ə] ‘stiamo; savémmë [saˈvem:ə] ‘sappiamo’.

Infine, per quanto riguarda il lessico, vi sono alcune parole che Picerno condivide con le altre varietà galloitaliche. Un esempio su tutti, tra i più significativi, è quello di ‘testa’: mentre le varietà meridionali presentano il continuatore di caput, a Picerno si registra tèsta [ˈtɛsta] ‘testa’ come si riscontra nel nord-Italia.

Uno sguardo all’A.L.Ba. – Il rotacismo nelle colonie galloitaliche

Il rotacismo (-)D- > (-)r- è un fenomeno abbastanza diffuso nelle varietà del mezzogiorno d’Italia mentre è sporadico e circoscritto a pochissimi termini nelle regioni a Nord dell’isoglossa La Spezia-Rimini. È evidente, dunque, che nelle parlate galloitaliche di Basilicata il fenomeno rappresenti un’innovazione innescatasi in tempi relativamente recenti e in alcuni casi si tratta di un processo in fase di acquisizione. Questa condizione, come è immaginabile, si riflette in una differenza di realizzazione del fenomeno tra i punti di rilievo galloitalici. Per comprendere meglio la variegata situazione ci si avvarrà del supporto dell’Atlante Linguistico della Basilicata e in particolare di una carta del I volume, la carta n° 27 “IL DITO”.

Volume I dell’A.L.Ba., carta n° 27: Il dito

Il termine dito, da DIGITU(M), si presta particolarmente all’analisi del fenomeno del rotacismo in quanto presenta D-  in posizione iniziale, e -T- in posizione interna. Nei dialetti galloitalici, come è noto, si registra generalmente il fenomeno della lenizione: -T- > -d- in posizione intervocalica. Attraverso lo studio del termine ‘dito’, nell’area galloitalica, dunque, è possibile analizzare il trattamento di /d/ sia in posizione iniziale, sia in posizione intervocalica.

Osservando la carta dell’A.L.Ba. si può notare il fenomeno di sincope (perdita di materiale fonico all’interno di parola) DIGITU> DITU, presente in tutte le parlate galloitaliche dell’area di Potenza, tranne che ad Albano di Lucania (pdr 45), dove si registra dicëtë [‘ditʃətə] con esito -GI- > -tʃ-. La parlata di Albano, inoltre, in questo caso, non presenta lenizione della dentale -T-> -d-. Nell’area galloitalica policastrina, il fenomeno di sincope si registra nelle parlate di Rivello (pdr 117) e Nemoli (pdr 119) che presentano, inoltre, come esito della dentale sonora iniziale D-, la fricativa interdentale ð- , nella forma comune a entrambe u (d)itë [u ‘ðitə]. Sempre nell’area Policastrina, la parlata di Trecchina presenta l’esito GI > /ji/  con successiva interversione: u ji(d)ëtu [u ‘jiðətu]. Caratteristica peculiare del dialetto trecchinese, inoltre, è la conservazione di -u finale nei sostantivi maschili singolari. Come si può notare, nelle colonie galloitaliche del Golfo di Policastro, per il termine dito, non si registra lenizione della dentale sorda intervocalicaIica -T-.

Il fenomeno che differenzia maggiormente i dialetti galloitalici dell’area di Potenza è, invece, il rotacismo, per cui si registrano esiti differenti all’interno del cosiddetto “Quadrilatero Galloitalico” formato dai punti di rilievo: Picerno (37); Potenza (38), Tito (44), Pignola (48) e nelle altre parlate di origine settenrionale: Pietragalla (pdr 26), Vaglio Basilicata (pdr 35), Albano di Lucania (pdr 45).  La parlata titese fa registrare la forma lu (d)i(d)u [lu ‘ðiðu]con esito in fricativa interdentale sia di /d/ primaria iniziale: D- > ð-, sia di dentale sonora secondaria interna, originatasi dalla lenizione della dentale sorda: -T-> -d- > -ð-. Inoltre il dialetto di Tito, come quello trecchinese, conserva la vocale finale u /u/ nei sostantivi di genere maschile, differenziandosi dai dialetti circostanti che invece fanno registrare indebolimento -U >ə.  Anche il dialetto di Pietragalla (pdr 26), nella forma lu (d)i(d)ë [lu ‘ðiðə]fa registrare la fricativa interdentale sia come esito della D- inziale, sia come esito della dentale sonora interna originatasi dalla precedente lenizione della dentale sorda: -T-> -d- > -ð-. Il dialetto di Pignola (pdr 48) fa registrare la forma u di(d)ë [u ‘diðə]  mostrando la tenuta di D- iniziale e l’indebolimento della dentale sonora interna, esito della lenizione di dentale sorda: -T- > -d- > -ð-. Le parlate di Potenza (pdr 38) e Vaglio Basilicata (pdr 35) fanno registrare la forma u dirë [u ‘dirə]da dove si evince il trattamento differente della dentale sonora etimologica iniziale che si conserva, e della dentale sonora secondaria intervocalica che, invece, subisce rotacismo: -T- > -d- > -ð- > -r-. Il dialetto di Picerno (pdr 37), invece, fa registrare la forma lu rirë [lu ‘rirə], presenta, dunque, sia il rotacismo della dentale sonora iniziale: D > -ð- > -r-,  sia della dentale sonora intervocalica secondaria: -T- > -d- > -ð- > -r-.

 Alfabeto dei Dialetti Lucani _ ADL PICERNO 

 

Curatori

Picerno: la storia nei nomi di luogo – Teresa Carbutti

La lingua – Vita Laurenzana

Uno sguardo all’A.L.Ba. – Potito Paccione

ADL Vita Laurenzana

 

 

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Lascia un Commento