Patrimonio linguistico e culturale di Castelgrande

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  1. La lingua di Castelgrande

Castelgrande è uno dei comuni più occidentali della regione Basilicata. Il nome dialettale del paese è castiéḍḍë (g)rannë [kaˈstjeɖ:ə ˈɣran:ə] e quello dei suoi abitanti è castieḍḍë(g)rannisë [kastjeɖ:əɣraˈn:isə]. La denominazione di castello grande nacque, secondo Racioppi, in opposizione a piccolo castello, il castello che si trovava sul vicino monte la Guardiola.

Castelgrande si trova nell’area dei dialetti che presentano metafonia. In particolare in questa varietà le vocali latine Ē e Ĭ  > i  /i/, Ĕ > /je/, Ō e Ŭ > u /u/, Ŏ > /wo/ in dipendenza da -U e -I latine. Ne consegue che si distingue così per alcuni sostantivi e aggettivi il maschile dal femminile e il plurale dal singolare. Vediamo qualche esempio:

Per l’opposizione maschile/femminile

  • pëccëninnë [pət:ʃəˈnin:ə] ‘piccolo/-i’ vs pëccënénnë [pət:ʃəˈnen:ə] ‘piccola/-e’;
  • surdë [ˈsurdə] ‘sordo/-i’ vs sórdë [ˈsordə] ‘sorda/-e’;
  • zppë [ˈtswop:ə] ‘zoppo/-i’ vs zòppë [ˈtsɔp:ə] ‘zoppa/-e’.

Per l’opposizione singolare/plurale

  • rèndë [ˈrɛndə] ‘dente’ vs riéndë [ˈrjendə] ‘denti’;
  • òmmënë [ˈɔm:ənə] ‘uomo’ vs uómmënë [ˈwom:ənə] ‘uomini’;
  • prëmónë [prəˈmonə] ‘polmone’ vs prëmunë [prəˈmunə] ‘polmoni’.

Nel sistema verbale, inoltre, la metafonia garantisce la distinzione fra II persona singolare e III persona singolare. Si veda:

  • zëppëchi [tsəp:əˈkijə] ‘(tu) zoppichi’ vs zëppëché [tsəp:əˈkejə] ‘(lui/lei) zoppica’ ;

Il dialetto di Castelgrande presenta la posposizione dell’aggettivo possessivo ai nomi di parentela. Qui, infatti, registriamo:

sòrë [ˈsɔrəmə] ‘mia sorella’;

frat [ˈfrat:ə] ‘tuo fratello’.

 

Osserviamo ora il nome di parentela ‘padre’. In questo caso si registra:

attanë [aˈt:anəmə] ‘mio padre’.

attanë [aˈt:anətə] ‘tuo padre’;

l’attanë [l_aˈt:anə] ‘suo padre’.

Come si può osservare, in questo caso, mentre per la I e la II persona singolare è registrato il possessivo, per la III persona singolare la forma senza possessivo, ma con articolo, identifica da sola il possesso da parte di un’altra persona.

Questo differenzia il dialetto di Castelgrande da altri dialetti della zona, nei quali invece la parola ‘padre’ ha il possessivo posposto per la II e la III persona singolare e non per la I. Nel dialetto di Ruoti infatti si registra: l’attanë [l_aˈt:anə] ‘mio padre’, attan [aˈt:andə] ‘tuo padre’, attanë [aˈt:anəsə] ‘suo padre’.

Infine sarà interessante osservare che il dialetto di Castelgrande presenta il verbo ‘tenere’ in luogo di ‘avere’ quando si vuole indicare il possesso, diversamente da quanto accade in italiano:

quand’annë tiénë [kwanˈd_an:ə ˈtjenə] ‘quanti anni hai’;

quand’annë tènë [kwanˈd_an:ə ˈtɛnə] ‘quanti anni ha’.

 

 

  1. Uno sguardo all’A.L.Ba.

Il III volume dell’A:L.Ba. (Atlante Linguistico della Basilicata) raccoglie i nomi che indicavano le varie parti della casa e anche quelli che designano gli utensili domestici. Questo secondo settore indica una particolare ricchezza di termini.

A testimonianza di questa ricchezza un esempio interessante è offerto dalle carte 7 e 8 presenti nella II sezione del III volume dell’A:L.Ba.. Esse, infatti, ci mostrano che in alcuni comuni, tra cui Castelgrande, vi erano due tipi diversi di madia.

Vol. III, sez. II, carta 7 “Madia 1”

Il primo consisteva in una spianata di legno con bordi alti in cui s’impastava il pane e che a Castelgrande viene chiamata fazzatórë [fat:saꞌtorə].

Vol. III, sez. II, carta 8 “Madia 2”

Il secondo tipo di madia era un vero e proprio pezzo d’arredamento. La parte superiore era costituita da una cassa rettangolare di legno con un coperchio sollevabile a cerniera, quella inferiore aveva uno spazio in cui potevano essere conservati farina e lievito. A Castelgrande questa madia prende il nome di mbastapànë [mbastaꞌpanə].

La pasta fatta in casa veniva lavorata su una spianatoia, chiamata tëmbuàgnë [təmꞌbwaɲ:ə], con l’ausilio di un matterello, denominato la(g)ënatùrë [laɣənaꞌturə].

 

Vol. III, sez. III, carta 22 “Spianatoia”                                 Vol. III, sez. III, carta 23 “Matterello”

                                                                                  

La denominazione della spianatoia è particolarmente interessante perché ci consente di rilevare il fenomeno della cosiddetta propagginazione. Si tratta di un processo di assimilazione “a distanza”, nel senso che la vocale /u/ viene proiettata nella sillaba successiva.

La vocale che causa il processo può essere una (-)U(-) atona etimologica, conservata o indebolita, ma anche una (-)u(-) secondaria, originatasi nell’evoluzione del vocalismo.

L’assimilazione può avvenire tra due lessemi diversi ma contigui, come l’articolo e il sostantivo, oppure all’interno dello stesso lessema.

Questa seconda modalità è esemplificata dalla nostra carta, in cui era presente una /u/, in seguito indebolitasi tumbuàgnë [tumꞌbwaɲ:ə] > tëmbuàgnë [təmꞌbwaɲ:ə].

  1. La ricchezza lessicale del dialetto castelgrandese

Il III volume dell’Atlante Linguistico della Basilicata ha raccolto i nomi delle parti della casa tradizionale lucana e i nomi degli utensili domestici, anche di quelli in disuso.

Il volume, naturalmente, raccoglie solo un certo numero di termini, 102 per la precisione. Tuttavia, durante le interviste svolte a Castelgrande, sono state rilevate decine e decine di altre parole che ruotano attorno a questi termini principali, un lessico “di contorno” che comunque deve essere considerato al fine di serbarne la memoria.

Le parole in questione, infatti, si trovano raccolte nel Bollettino, dove quasi ogni carta dell’A.L.Ba. è arricchita da numerosi altri termini dialettali con la rispettiva spiegazione.

Si tratta di elementi dai nomi molto specifici che ben ci mostrano quali possono essere le potenzialità espressive di una lingua locale e l’articolazione, a volte complessa, della società che con quella lingua doveva e poteva comprendere l’intero universo comunicativo del quotidiano.

Ad esempio tra le parti più significative della casa tradizionale un posto di rilievo è occupato dal camino fëcularë [fəkuˈlarə]. Con questo termine si designa la struttura nella sua interezza, ma ogni parte di essa aveva un nome specifico: la parte interna destinata all’accensione e alimentazione del fuoco si chiama fërnuiéḍḍë [fërˈnwjeɖ:ə] e la canna fumaria si chiama cacciafumë [kat:ʃaˈfumə]. Il camino, solitamente era dotato anche di un ripiano superiore chiamato puóië [ˈpwojə], utilizzato per appoggiare gli oggetti.

Compagna inseparabile di ciascun camino era la caténë [kaˈtenə], una catena ad anelli di metallo agganciata ad un grosso chiodo di ferro o ad un piolo di legno chiamato tiénë caténë [ˈtjenə kaˈtenə] che era conficcato nella parte anteriore della struttura del camino. Nelle case più povere la catena era di legno caténë rë lèvënë [kaˈtenə rə ˈlɛvənə], costruita con due pezzi di legno che presentavano un lato scanalato e uno liscio. I due pezzi di legno venivano accostati tra loro dal lato liscio e legati con un laccio di cuoio, le scanalature permettevano di serrare il laccio legando i pezzi di legno secondo la lunghezza che occorreva. L’oggetto, dotato anche di un gancio nella parte finale, permetteva di tenere sospeso sul fuoco il paiolo, utilizzato per la cottura dei cibi.

Il fuoco, infatti, oltre che per riscaldare la casa era anche utilizzato per cucinare e non a caso a Castelgrande come nome del camino è stato registrato anche il termine chëcëuinë [kəˈʧəwinə].

I metodi principali di cottura al fuoco erano tre, e ciascuno vedeva l’utilizzo di specifici utensili fatti di vari materiali e aventi forme e dimensioni diverse.

Per il primo metodo di cottura si utilizzava la suddetta catena a cui si appendeva il paiolo di rame che poteva essere di medie dimensioni ed era chiamato kallarulə [kal:aˈrulə], oppure di piccole dimensioni kallarungiéḍḍë [kal:arunˈʤjeɖ:ə]. Questi erano utilizzati principalmente per cuocere la pasta o per bollire le verdure, che poi sarebbero state scolate utilizzando la chëcchiuarë [kəˈk:jwarə], una schiumarola metallica di grandi dimensioni.

Il secondo metodo di cottura, invece, era praticato utilizzando il treppiedi treppèrë [trɛˈp:ɛrə], un oggetto in ferro sul quale si poggiavano rë rruagnë [rə r:uˈaɲ:ə], nome collettivo che indicava il pentolame in genere. La batteria di solito era composta dalla pentola di rame tièllë [tiˈɛl:ə], o tëiëlluzzë [təjəˈl:ut:sə] se più piccola, dalla pentola di terracotta con bordi bassi tëianë [təˈjanə], o tëianiéḍḍë [təjaˈnjeɖ:ə] se più piccola ed eventualmente da una pentola di metallo smaltato o di terracotta dotata di bordi alti detta caccavèllë    [kak:aˈvɛl:ə]. C’era poi la padella con manico lungo sartanië [sarˈtanjə], o sartaniéḍḍë [sartaˈnjeɖ:ə] se più piccola.

Il terzo metodo di cottura, infine, prevedeva l’utilizzo della pignatta pëgnatë [pəˈɲ:atə] posta a diretto contatto con i carboni ardenti. Anche quest’oggetto a seconda delle dimensioni assumeva un nome diverso: menzapëgnàtë [mɛnʣapəˈɲ:atə] se di medie dimensioni e pëgnatiéḍḍë [pəɲ:aˈtjeɖ:ə] se più piccola.

Per concludere diciamo che ciascuna parte della casa, come ciascun ambito domestico, evidenzia una ricchezza lessicale e quindi culturale importantissima che non possiamo far cadere nell’oblio. È questo il senso del lavoro svolto in 11 anni dall’Atlante Linguistico della Basilicata e che oggi continua con il Centro Interuniversitario di ricerca in Dialettologia, una struttura unica nel suo genere che fa della ricerca scientifica e del contatto col territorio i punti di riferimento portanti per il lavoro di raccolta, tutela e salvaguardia del patrimonio linguistico e culturale della Basilicata.

 

4. L’ADL di Castelgrande

ADL _ Castelgrande

 

Curatori

La lingua di Castelgrande: Teresa Carbutti

Uno sguardo all’A.L.Ba.: Vita Laurenzana

La ricchezza lessicale del dialetto castelgrandese: Francesco Villone

L’ADL di Castelgrande: Potito Paccione

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